Il Ponte

Le origini da fiaba della Perla

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RICCIONE 1922-2022. Continuano i contributi dedicati al centenario dell’autonomia comunale. Il racconto delle sue origini, tra favola, leggenda e realtà

XIX ottobre 1922”.

In questa data fu riconosciuta la nascita del nuovo Comune di Riccione, che fu confermata qualche mese dopo con un Regio Decreto che portava scritta in alto la dicitura di un’altra Italia: “VITTORIO EMANUELE III, Per grazia di Dio e per volontà della Nazione RE d’Italia” e in calce portava le due firme politiche più autorevoli del momento: “Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini”. Dopo anni di lotta i cittadini riccionesi ce l’avevano fatta! Forse l’idea di autonomia della borgata di Riccione era nata da un’altra data: 1° gennaio 1862, quando Riccione ottenne la fermata del treno sulla linea ferroviaria Bologna-Ancona.

Forse da allora si cominciò a pensare che Riccione poteva farcela a camminare da sola.

In cerca di identità

Prima di quel 1922 Riccione faceva parte dello storico Comune di Rimini e ne costituiva gran parte del contado. Anche la sua storia si identificava con quella, più famosa, di Rimini. Ora che noi riccionesi avevamo ottenuto la nostra indipendenza, non potevamo più considerare nostri l’Arco di Augusto e il Ponte di Tiberio, né il Palazzo dell’Arengo, né gli edifici rinascimentali dei Malatesta. Questo fu il tributo che Riccione dovette per il distacco da Rimini nostra madre: l’anonimato. Dovevamo costruire la nostra storia, a partire da quello che era solo nostro. Da dove partire?

Potevamo cominciare dalla vecchia chiesa di San Martino in Arcione, intitolata al santo che in gioventù era stato un soldato romano che viaggiava in “arcione” al suo cavallo e dal quale era nato il nostro nome. Potevamo gloriarci di un grande castello che si trovava in mezzo alla nostra campagna, una costruzione che aveva perso il suo splendore e la sua importanza, rimanendo solo un rudere, ma che c’era.

La via Flaminia arrivava da Roma e prima di arrivare a Rimini passava per la nostra campagna, quindi potevamo partire da quella famosa strada che proseguiva per Rimini con un ponte di epoca romana che attraversava un torrente dal nome strano, il “rio Melo”, la cui foce riversava l’acqua nel mare che era anche nostro.

Le nostre origini

La prima immagine che ho nella mente sull’inizio di questa nostra storia sembra il disegno di un bambino, che guarda Riccione dalla parte del mare.

Sullo sfondo vedo le colline che si stagliano contro il cielo, una piccola chiesa in posizione elevata, un castello in mezzo alla campagna, una strada con poche case che attraversa in orizzontale tutto il quadro, un viale alberato che scende verso il basso e collega la strada al mare, un ponte che scavalca un torrente. E poi una barca che esce dalla foce di quel torrente per arontare un mare con le onde a cavalloni. Su tutto questo splende il sole. Ognuno fa la propria parte e questa terra prospera.

Poi compaiono i personaggi principali. Arriva una persona straordinaria, il beato Alessio che fa miracoli; arriva dal Nord una regina che va a bagnarsi nel nostro mare; arriva una signora ricca dal cuore d’oro; arriva un prete generoso e intraprendente.

Nasce così la storia di Riccione, una storia tutta sua. Ci sono tutti gli elementi della _aba che va verso il racconto reale: una _gura mistica che premendo un bastone fa scaturire una fonte di acqua fresca, la nobile famiglia del castello che ospita la regina del Nord, la fatina buona che protegge i deboli ed eleva le loro condizioni di vita, l’eroe generoso che vede la realtà, la studia, opera per il meglio e guarda al futuro.

Nel Quattrocento

Nella campagna intorno alla chiesa di “Arcione” viveva un giovane, Alessio, che pascolava le sue pecore. Aveva un animo gentile e aiutava tutti coloro con i quali veniva a contatto.

Aveva poteri soprannaturali e fece cose straordinarie, tanto che la gente stessa del popolo lo proclamò “beato”.

Seicento

In mezzo alla campagna si ergeva un castello, di proprietà dei signori Agolanti. Era splendido, con le mura, la torre e un fossato, ma la gente del posto non ne faceva parte.

Un giorno giunse in questo castello una misteriosa regina, la regina Cristina di Svezia, che proveniva dal Nord, ma giungeva da Roma per sfuggire ad una pestilenza che dilagava in quei luoghi. Scelse questo castello per trascorrere le sue vacanze. Raccontano che amava recarsi alla spiaggia dove faceva i suoi bagni e godeva dei bene_ci di un’acqua termale speciale che anche la gente del posto conosceva come “l’aqua cioca”, cioè “l’acqua marcia” per il suo odore di uova marce e il suo sapore disgustoso. Quella regina viveva fra il castello e la “marina” e non faceva parte della vita del popolo.

Ottocento

Un giorno arrivò una ricca signora, Maria Boorman Ceccarini, che si fermò tra la gente, la volle conoscere e fu colpita da quel tipo di vita di privazione e di stenti. Orì agli abitanti della borgata un ospedale e alcune proprietà terriere che assicurassero la loro sussistenza; donò una scuola materna gratuita per i _gli di quelle mamme che avevano bisogno di lavorare; fece un prestito al Comune di Rimini perché fosse costruito a Riccione un porto per mettere al sicuro le barche dei pescatori. Regalò anche un orologio, posto in cima al fronte dell’ospedale, perché suonasse le ore a chi non le sapeva leggere. Nella borgata del paese, a dirigere la nuova parrocchia sorta sulla via Flaminia, giunse un nuovo prete, don Carlo Tonini, che seppe guidare anche la vita dei suoi parrocchiani. Si rese conto delle condizioni di quelle persone, appezzò le loro capacità e le spinse a preparare il loro futuro. Chiese e ottenne per la borgata di Riccione la fermata del treno che segnò la sua fortuna come centro balneare. Ci furono altri personaggi, come l’imprenditore Amati, il conte Martinelli, il conte Pullè, che lasciarono la loro impronta e saranno sempre ricordati.

Nella mia storia mancano gli antagonisti, che certamente ci furono: i furbi, i più svelti, quelli che rubavano le idee e forse qualcuno che andava anche un po’ più sul pesante. Cerchiamo di perdonarli, perché senza di loro, come succede nelle fiabe, non ci sarebbero gli eroi.

Il seguito della storia l’hanno scritto i riccionesi, con il loro lavoro e con le loro fatiche, con i loro sogni e le loro delusioni.

Novecento

Quando i riccionesi alzarono la testa e fecero la loro campagna per l’autonomia avevano già la loro stazione, il porto, l’ospedale, la parrocchia di Paese e la parrocchia di Marina, centri di aggregazione come il “Grottino” a monte e lo “Zanarini” a mare, tante pensioni, alberghi di un certo prestigio come l’Hotel Des Bains e l’Hotel Lido. Perfino un centro come il complesso del “Nirigua Park” e il “Politeama”, che oriva spettacoli di teatro, musica e sport. Riccione era già un centro urbano di tutto rispetto e poteva presentare con orgoglio il suo stemma: cinque vele bianche sul mare azzurro e l’e ie di San Martino, nostro protettore da sempre.

Mirella Vandi Mazzotti

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