Lo sport non è soltanto muscoli, sudore e risultati. Può essere una scuola di vita, uno strumento di prevenzione e persino una forma di cura. È il filo rosso della terza edizione de “La Cultura nello Sport”, la rassegna ideata dalla personal trainer Elen Souza e dal fotografo Giorgio Salvatori, che dopo un mese di incontri si è chiusa al Bagno Tiki 26 di Rimini.

Nutrizionisti, fisioterapisti, medici, allenatori e sociologi si sono confrontati con un obiettivo comune: promuovere la vera cultura dello sport, quella in cui l’attività fisica va oltre la prestazione e diventa un pilastro per vivere meglio.

L’ultimo appuntamento, dedicato alla qualità della vita, ha messo attorno allo stesso tavolo università, medicina e mondo del lavoro. Al centro soprattutto un nemico silenzioso: la sedentarietà. “Siamo nati per muoverci”, ha ricordato la professoressa Laura Bragonzoni dell’Università di Bologna, presentando anche l’esperienza delle “pause attive”: brevi momenti di movimento durante la giornata lavorativa, capaci di ridurre stress e burnout e migliorare attenzione e produttività.

Dallo sport arrivano anche allenamento alla resilienza, capacità di affrontare le difficoltà e di stare con gli altri. Lo ha raccontato Gianluca Brasini, manager ed ex atleta, mentre il medico e ultratrailer Carlo Biagetti ha sottolineato come l’attività fisica possa aiutare a reggere anche le situazioni più impegnative.

Quattro serate, dunque, per spostare lo sguardo dalla prestazione alla persona. “Non dobbiamo aspettare di stare male per iniziare a prenderci cura di noi stessi”, è il messaggio di Souza e Salvatori. Perché fare cultura dello sport significa trasformare il movimento da qualcosa che “dovremmo fare” in una parte naturale della nostra vita.
E dalla spiaggia il messaggio è già pronto a ripartire: l’obiettivo della quarta edizione è coinvolgere sempre più scuole, istituzioni e città. (c.z.)

