Una ricerca di Ausl Romagna e UniBo durata due anni sui giovani delle scuole della provincia scatta una fotografia chiara: non c’è un ‘allarme-adolescenti’ e, soprattutto, questi cercano un confronto concreto con gli adulti, i quali spesso non sanno come affrontarlo
Ascoltare i giovani. Quante volte abbiamo sentito questa esortazione, che segnala la necessità di costruire un vero confronto con loro e realizzare una concreta gestione dei loro bisogni, esigenze educative ed evolutive, e così garantire il loro benessere? A Rimini, a tutto questo è stata data risposta attraverso una ricca e approfondita indagine, frutto di due anni di attività, alla quale hanno collaborato l’Ausl Romagna e l’Università di Bologna, rispettivamente attraverso l’U.O.C. Dipendenze Patologiche di Rimini e il Dipartimento di Scienze dell’Educazione ‘Giovanni Maria Bertin’. Una ricerca condotta tra circa 4.000 adolescenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado della provincia di Rimini, con l’obiettivo di delineare un quadro aggiornato sul loro benessere, bisogni, criticità e rapporto con il mondo degli adulti. Uno studio prezioso, i cui risultati sono stati presentati a Rimini in un convegno pubblico (foto piccola) proprio in questi giorni e dai quali emerge un’immagine dell’adolescenza (riminese) ben diversa dai luoghi comuni più diffusi.
La ricerca
A illustrare i dati sono state le professoresse Roberta Biolcati, Alessandra Albani e Federica Ambrosini del Dipartimento di Scienze dell’Educazione ‘Giovanni Maria Bertin’ dell’Università di Bologna, segnalando come “ l’indagine si sia concentrata su alcune aree di vulnerabilità: digitale, salute mentale ed emotiva, percezione corporea, relazioni, rischi e consumi legati ad alcol, sostanze o gioco d’azzardo, rapporto con la scuola e richieste d’aiuto a figure di supporto”. In generale, in estrema sintesi, “ la ricerca evidenzia alcuni bisogni emergenti sul piano emotivo e relazionale, che tendono ad aumentare con l’età, in particolare rispetto ad ansia, conflitti interpersonali e percezione di solitudine. Accanto a questo, però, gli studenti mostrano nel complesso una percezione positiva delle proprie competenze emotive e relazionali, con buoni livelli di intelligenza emotiva percepita”. Nel dettaglio, sul digitale c’è una netta maggioranza di adolescenti (dal 68% in su) che afferma di non aver mai fatto uso di materiale sessualmente esplicito, di discorsi d’odio o di gioco d’azzardo online, con percentuale di utilizzo problematico dei social che non supera il 10%. Sulla salute mentale, gli adolescenti che dichiarano difficoltà di ansia sono poco più della metà (56,6%), mentre il tono dell’umore è generalmente nella norma per il 64,5%. Temi che riguardano in maggioranza adolescenti femmine rispetto ai maschi. Altro tema da sottolineare è quello delle sostanze: nettamente maggioritari i giovani che dichiarano di non aver mai fatto uso di tabacco (64,8%), sigarette elettroniche (65,8%), cannabis (65,8%), con percentuali del 98% per altre sostanze, come cocaina, anfetamina o ketamina.
Stesso trend, ma con cifre minori, per quanto riguarda l’alcol (33,4%). Infine, “ il 74% degli studenti considera utile realizzare attività di prevenzione a scuola, privilegiando modalità esperienziali, dialogiche e basate sul confronto diretto”.
Questione culturale e sociale
Ad analizzare la fotografia scattata dalla ricerca, sottolineandone gli elementi più significativi, è la dottoressa Giorgia Bondi, referente Ausl Romagna del Programma Predefinito Dipendenze – U.O.C. Dipendenze Patologiche Rimini.
“I dati restituiscono una situazione chiara: non c’è un allarme sociale per gli adolescenti. La ricerca, infatti, rispetto alle aree di vulnerabilità indagate riporta numeri in parte in linea con gli indicatori nazionali e in parte addirittura migliori. Emergono, certo, diversi elementi di fragilità, ma allo stesso tempo sono presenti importanti risorse. Non siamo di fronte, dunque, a un mondo degli adolescenti iper-problematico come spesso si tende a immaginare o rappresentare. Nello specifico, ci sono indicatori che crescono all’aumentare dell’età, ad esempio percezione di solitudine o fatica relazionale. Un trend di cui non è semplice mettere in luce le cause in modo univoco, ma per il quale vi sono elementi su cui riflettere: se in una prima fase dell’adolescenza sono ancora solidi i riferimenti della scuola e della famiglia, col tempo venendo meno tali riferimenti sorge un generale disorientamento, che possiamo definire maggiore rispetto alle generazioni precedenti”.
Perché questa differenza con il passato?
“Possiamo leggere non tanto un elemento ‘patologico’ del mondo degli adolescenti, quanto una conseguenza della generale trasformazione del mondo degli adulti: come società, come cultura, oggi i ‘grandi’ non offrono più tutte le certezze del passato, provocando nei giovani la sensazione di essere sospesi rispetto alle proprie possibilità di futuro, portando a un generale ritardo nelle fasi evolutive e di crescita. In sostanza, è più difficile diventare adulti se sono meno chiari gli strumenti per farlo. Siamo davanti, dunque, a una questione di tipo culturalesociale, piuttosto che di allarme del mondo adolescenziale”.
Come detto, vi sono importanti elementi di forza. Uno su tutti: gli adolescenti riminesi sono molto propensi a rivolgersi a figure di riferimento adulte quando ne sentono la necessità, sfatando l’immagine di un muro invalicabile tra adolescenti e ‘grandi’.
“È un punto chiave. La maggior parte degli studenti non solo chiede un confronto, ma vuole che sia vero, attivo, che li metta in relazione con adulti che siano soprattutto competenti. Questo ribalta completamente un certo atteggiamento degli adulti stessi, spesso preoccupati di aprirsi su determinati argomenti (sessualità, affettività, sostanze) per non esporre i giovani a particolari turbamenti ritenuti eccessivi. Gli adolescenti, invece, chiedono proprio questa apertura, purché reale, senza giudizi o moralismi. È emblematico un dato. A livello internazionale uno degli strumenti più propagandati è la cosiddetta peer education, ossia la formazione di giovani su determinati argomenti per far sì che siano loro ad avere tale confronto con i propri coetanei: ecco, dall’indagine emerge la necessità di integrare questa metodologia con altre forme di confronto diretto tra adulti esperti e adolescenti, ad esempio l’integrazione nelle materie curricolari di temi ritenuti sensibili, come sessualità e affettività”.
Se la questione centrale è di tipo socialeculturale, su cosa intervenire per migliorare l’approccio in futuro?
“La prospettiva che emerge dal convegno è che il benessere degli adolescenti non possa essere delegato solo ai servizi specialistici, né il compito dell’educare alla salute può essere solo della scuola: costruire benessere richiede una comunità educante capace di leggere cambiamenti sociali e costruire risposte adeguate. Interessante spunto emerso anche dal Terzo settore è la valorizzazione della figura dell’educatore di prossimità, ‘di corridoio’, quale figura capace di gestire le esigenze dei giovani, senza considerarle come patologie da risolvere”.

