Il Referendum sulla Giustizia ha reso evidente un elemento: piaccia o meno, quando i giovani intervengono spostano gli equilibri in modo decisivo. A un mese dall’esito referendario, è possibile analizzare “a freddo” i risultati, soprattutto in ottica generazionale: i votanti under 35, con una importante partecipazione, hanno trainato la netta bocciatura della riforma proposta, anche grazie a un ricco dibattito sui social e nelle piazze.
Il parere, dell’una e dell’altra parte, di alcuni giovani riminesi
L’eco delle urne non si è spento del tutto tra i sampietrini di Corso d’Augusto e i muretti del porto. È passato un mese dal referendum sulla Giustizia del 22 e 23 marzo 2026, un appuntamento che ha visto la provincia di Rimini confermarsi un laboratorio politico vivace, capace di riflettere e a tratti anticipare le tendenze nazionali. Se il dato generale riminese ha ricalcato la vittoria nazionale del “No”, attestatosi localmente intorno al 52,56% (a fronte di un 47,44% di “Sì”), è l’analisi generazionale a offrire gli spunti più interessanti.
I numeri della partecipazione a Rimini
L’affluenza a Rimini ha toccato il 64,04%, un dato solido che supera la media nazionale e testimonia un legame ancora stretto tra il cittadino e l’esercizio democratico. Ma la vera sorpresa arriva dai dati scorporati per fasce d’età. Secondo le rilevazioni post-voto, i giovani riminesi tra i 18 e i 34 anni hanno partecipato con un’intensità inaspettata: si stima che oltre il 58% degli aventi diritto in questa fascia si sia recato ai seggi. Un dato che smentisce il cliché del disinteresse giovanile, ma che nasconde una polarizzazione netta. A Rimini, come nel resto del Paese, il fronte del “No” tra gli under 35 è stato schiacciante, sfiorando il 61%. Per i ragazzi della riviera, la riforma proposta è stata percepita più come un rischio per l’equilibrio dei poteri che come un’opportunità di modernizzazione.
Due volti, due visioni
Per dare un’anima a questi numeri, abbiamo parlato con due giovani riminesi che hanno vissuto la tornata elettorale con prospettive diametralmente opposte.
Giulia, 24 anni, studia Scienze Politiche a Bologna ma torna ogni weekend a Rimini. Il suo “No” è nato nelle piazze e nelle discussioni sui social. “Non abbiamo votato contro la modernizzazione, ma contro una semplificazione pericolosa. – spiega Giulia – Per la mia generazione, la magistratura è l’ultimo baluardo di controllo sul potere politico. Vedevo in quella riforma il rischio di una sottomissione dei giudici alla volontà del governo di turno. A Rimini abbiamo discusso molto di questo: molti miei amici hanno votato ‘No’ perché sentivano che la priorità non era cambiare le carriere dei magistrati, ma investire nel personale e nelle tecnologie. Il nostro ‘No’ è stato un grido per dire: ‘Non toccate le regole del gioco senza garantirci che il futuro sia più equo’”.
Invece Jacopo, 27 anni, non mastica codici e leggi, ma numeri e logistica: è laureato in Economia del Turismo. Il suo voto è stato dettato da una forte spinta al pragmatismo: ha scelto il “Sì” vedendolo come uno strumento per sbloccare procedure burocratiche e giudiziarie che percepisce come infinite, convinto che una maggiore responsabilità e rapidità d’azione siano requisiti fondamentali per modernizzare il Paese. “Ho votato ‘Sì’ perché sentivo il bisogno di dare una scossa a un sistema che ho sempre percepito come immobile. Per la mia generazione, la lentezza della giustizia non è solo un concetto astratto, ma un freno reale alla crescita e alla progettualità. Il mio è stato un voto pragmatico: volevo che le responsabilità fossero più chiare e che si iniziasse finalmente a parlare di tempi certi, per allinearci agli standard europei che vediamo così lontani”.
Una città tra tradizione e attivismo
Il dato di Rimini ci restituisce l’immagine di una comunità giovanile che non delega. Rispetto a diverse occasioni del passato, il voto giovanile non è stato un ‘voto di protesta’ nel senso classico del termine, ma un voto informato. C’è però un paradosso: mentre i ‘giovani’ (fino ai 34 anni) hanno affossato la riforma con un distacco netto, la fascia degli over 55 a Rimini è stata quella dove il “Sì” ha tenuto meglio, arrivando quasi al pareggio (50,7% per il “Sì” contro 49,3% per il “No”). Questo gap generazionale suggerisce che, mentre i più ‘anziani’ vedono nella riforma una possibile soluzione a inefficienze storiche vissute sulla propria pelle, i più giovani sono più sensibili ai temi della tenuta democratica e della separazione dei poteri.
Il referendum di marzo ha lasciato a Rimini una certezza: la ‘Generazione Z’ e i ‘Millennials’ locali sono pronti a prendersi lo spazio politico. Non sono più soggetti passivi delle campagne elettorali, ma attori capaci di spostare gli equilibri. Se il “No” ha vinto, è stato anche grazie a una mobilitazione che ha saputo coniugare la difesa dei principi costituzionali con una nuova voglia di partecipazione territoriale. Certamente, la prossima volta che si parlerà di “giovani e politica” a Rimini, nessuno potrà più citare l’astensionismo come scusa. I numeri parlano chiaro: i giovani ci sono, e hanno imparato a far pesare la propria voce.
Martina Bacchetta

