L’ansia è ormai compagna fissa di tanti, tantissimi giovani della cosiddetta Generazione-Z. Tanti i motivi, dalla ferita profonda della pandemia, alle irrealistiche aspettative di successo generate dai social alle crescenti richieste di produttività esasperata del moderno mondo del lavoro
Ma i giovani hanno cambiato paradigma: facendo crollare tutti i tabù, si rivolgono sempre più spesso ai professionisti, si confrontano con i coetanei e curano la salute mentale tanto e quanto quella del corpo. Arrivando a una consapevolezza: la fragilità può essere una forza
C’è un rumore bianco che accompagna le giornate della generazione Z. Non è il suono del traffico, né quello delle notifiche, ma un ronzio sordo che vibra sottopelle: l’ansia. Se un tempo la giovinezza era descritta come l’età dell’oro e dell’incoscienza, oggi per molti giovani è diventata un campo minato di aspettative, angoscia e performance, dove spesso non c’è spazio per fragilità e vulnerabilità emotiva.
Non si tratta di una semplice “tristezza passeggera”, i numeri confermano che siamo di fronte a una crisi sistemica. A livello nazionale, i dati sono specchio di un’urgenza sociale. Secondo le ultime rilevazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, circa 1 giovane su 3 in Italia manifesta sintomi legati a disturbi d’ansia o depressione. Ma è restringendo il campo alla nostra realtà locale che il dato si fa ancora più concreto. A Rimini, il quadro è emblematico. I dati dell’Ausl Romagna evidenziano un trend in netta salita: negli ultimi tre anni, gli accessi ai servizi di Salute Mentale Infanzia e Adolescenza e ai consultori psicologici della provincia hanno registrato un incremento che sfiora il 30%. Solo nel riminese, le richieste di supporto psicologico da parte della fascia 15-24 anni sono raddoppiate rispetto al periodo precedente al 2020. Non è solo un numero, ma un chiaro segnale che i tabù della salute mentale e della psicoterapia sono crollati, lasciando il posto a una necessità di sopravvivenza.
La tempesta perfetta
La risposta a questo fenomeno in piena diffusione, affonda le radici in una tempesta perfetta. La pandemia si è rivelata essere l’asportazione chirurgica della socialità nel momento esatto in cui il cervello giovane ne aveva più bisogno per formarsi, imprimendo l’idea di una instabilità intrinseca e di un futuro terribilmente variabile. Mentre le generazioni precedenti hanno vissuto crisi economiche o tensioni politiche, la Gen Z ha subito una vera e propria “sospensione del tempo” che ha atrofizzato i muscoli dell’entusiasmo, sostituendoli con l’iper-controllo. Viviamo in una vetrina costante dove il fallimento è difficilmente accettato e dove l’estrema competizione diventano intrinseche nelle nostre vite. Piattaforme social come TikTok o Instagram propagano un montaggio serrato di facili successi, corpi perfetti e viaggi mozzafiato, spesso distorcendo la realtà, i valori profondi e inducendo sempre più giovani insoddisfatti, a paragonarsi con una realtà distopica. Si genera così l’ansia da prestazione esistenziale: la sensazione asfissiante di essere costantemente in ritardo per una riunione di cui non conosciamo nemmeno l’orario, di non essere abbastanza presentabili, abbastanza produttivi, abbastanza consapevoli.
Un “allarme senza incendio”
Se la psicanalisi la chiama “reazione di allarme”, per noi è un “allarme senza incendio”. Viviamo in un eterno stato di allerta perché siamo stati educati all’eccellenza in un mondo che ci offre solo precarietà. Avvertiamo le scosse di un mondo che brucia, che non garantisce stabilità lavorativa ed economica, che ci chiede di essere macchine da guerra. Le testimonianze di due giovani riminesi raccontano che l’ansia è il nostro segnale d’allarme, la prova che non ci siamo ancora totalmente rassegnati a diventare indifferenti. “A volte mi sembra di annegare in un bicchiere d’acqua. La mia ansia non ha un nome, è una fretta costante. Mi sveglio e sento la pressione del dover trovare velocemente il manuale d’istruzioni della vita che tutti attorno a me sembrano possedere. Mentre io mi sento persa, costantemente osservata e giudicata da un occhio che non dorme mai. Spesso il fatto che non riesca a darmi una vera e propria spiegazione per la mia ansia, mi fa sentire ancora più in colpa e non realmente autorizzata a sentirmi così. La prima volta che ho detto ‘ho paura’ è stato l’unico momento in cui ho accettato di provare a non essere perfetta e sono tornata a respirare davvero”.
“Sono spaventata all’idea di non trovare un posto nel mondo, di non sapere come definirmi, non voglio che questa fragilità mi renda difettosa e inutile. Poi però vedo che in corridoio, tra i miei compagni, quasi tutti hanno lo stesso sguardo perso. Allora capisco che non sono io quella sbagliata. È il ritmo che ci impongono a essere fuori tempo. Forse non siamo ‘più deboli’ rispetto alle generazioni passate, forse siamo solo i primi ad avere il coraggio di non reprimere ciò che proviamo. Le generazioni passate hanno spesso sepolto l’ansia sotto il tappeto del dovere, della svalutazione e del ‘si è sempre fatto così’. L’aumento degli accessi ai centri di psicoterapia non indica solo che stiamo male, ma che stiamo chiedendo aiuto; è l’atto più rivoluzionario che un giovane possa compiere oggi”.
In un mondo che ci spinge a una corsa senza traguardo, dobbiamo riappropriarci del tempo per assaporare la crescita, imparando che l’ansia non si sconfigge cancellandola, ma abitandola. Quella che chiamano “fragilità” non è un vuoto incolmabile, ma una preziosa crepa attraverso cui, finalmente, può filtrare la luce. Se l’ansia è un desiderio ardente che ribolle, il segreto non è opprimerla, ma impararne il ritmo. Quel battito accelerato che sentiamo nel petto non è un guasto del sistema, ma la prova che siamo vivi e sentiamo tutto, rifiutando di restare anestetizzati per essere solo produttivi. Quindi, la prossima volta che l’ansia busserà alla tua porta, riconosci in lei la tua voglia di futuro che spinge con forza contro le pareti troppo strette del presente. Prosegui al tuo ritmo, non verso la perfezione che ci hanno promesso, ma verso l’unica destinazione che conta davvero: il benessere per te stesso.
Alice Radavelli

