Centinaia di fedeli, 12 concelebranti, uno stuolo di diaconi e accoliti e oltre 50 le voci del coro che hanno animato la Domenica delle Palme: la Zona Pastorale Flaminia trasforma Regina Pacis in una cattedrale.
C’è una domenica dell’anno in cui sei parrocchie smettono di essere sei e diventano una sola. Quella in cui i campanilismi si piegano davanti a qualcosa di più grande, in cui i parroci — alcuni dei quali condividono già lo stesso tetto da anni, scegliendo di dare l’esempio prima ancora di predicarlo — guidano un popolo intero verso un’unica mensa. È la Domenica delle Palme, e domenica, nella chiesa di Regina Pacis, in via Rovetta, nel quartiere Lagomaggio di Rimini, quell’unione ha preso una forma visibile, rumorosa, commovente: centinaia di fedeli, 12 concelebranti, 6 diaconi, una ventina di accoliti e un coro di oltre 50 voci con 6 strumenti hanno trasformato una chiesa di quartiere in qualcosa che somigliava a una cattedrale.
La messa della Zona Pastorale Flaminia è uno di quegli appuntamenti che chi vi partecipa conosce bene, ma che ogni anno riesce comunque a sorprendere. Programmata tradizionalmente in piazza del Popolo — il piazzale antistante lo stadio comunale Romeo Neri — la celebrazione di quest’anno ha dovuto fare i conti con le condizioni meteo avverse, che l’hanno costretta al trasferimento nella chiesa di Regina Pacis. Una soluzione di ripiego, almeno sulla carta. Nella realtà, uno spettacolo.
Perché Regina Pacis, per quanto bella e accogliente, non era costruita per contenere quello che si è presentato questa mattina. Le navate si sono riempite fino all’inverosimile, le file di fedeli hanno raggiunto il sagrato, si sono allungate verso il parcheggio esterno, in un abbraccio disordinato e meraviglioso che diceva più di mille discorsi sull’appartenenza a una comunità. Sei parrocchie — Regina Pacis, Mater Misericordiae, San Giovanni, Cristo Re, Colonella e Salesiani — hanno risposto all’appello con una presenza che ha stupito persino chi quell’appuntamento lo organizza da anni.
E proprio l’organizzazione è il capitolo invisibile di questa storia: il lavoro silenzioso che inizia, ogni anno, già nelle prime settimane dopo Natale. I parroci delle sei chiese si coordinano, le comunità si preparano, e soprattutto il coro — quell’esercito di oltre 50 voci accompagnato da due tastiere, due chitarre, un basso e una percussione acustica (nella foto) — inizia le prove che si distribuiranno per settimane, sessione dopo sessione, fino a domenica mattina. Non è un lavoro banale. È la fatica appassionata di persone che credono in un appuntamento e vi si dedicano con una costanza che non ha nulla di scontato. Il risultato era tutto lì: una liturgia cantata che ha tenuto alta l’attenzione, reso partecipe ogni angolo della chiesa gremita, trasformato la celebrazione in qualcosa di coinvolgente e solenne al tempo stesso.

Sull’altare, i 12 concelebranti in casula rossa — il colore proprio delle grandi celebrazioni, come vuole il rito per la Domenica delle Palme — di cui 7 sacerdoti appartenenti alle sei parrocchie della zona, affiancati da 6 diaconi e da una schiera di accoliti di ogni età. Davanti all’altare, sul pavimento coperto di tappeti, i bambini: tanti, molti nelle loro divise da scout, altri dell’oratorio e del catechismo seduti a terra come si fa quando si sa che quello che sta per succedere merita attenzione piena. Loro hanno animato la funzione dall’interno, con quella presenza che non si organizza ma si ottiene solo quando una comunità ha saputo educare i suoi piccoli al senso di appartenenza.
Prima dell’ingresso in chiesa, nell’area esterna della parrocchia, la benedizione degli ulivi aveva già dato il tono alla mattinata: quel gesto antico, carico di significato, con cui i fedeli rievocano l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, accolto dalla folla con rami di palma e mantelli stesi a terra, tra grida di Osanna. Un re che entra in città su un asino, non su un cavallo da guerra. Un Messia che adempie le profezie nell’umiltà, e che la stessa folla che lo acclama non tarderà ad abbandonare. La liturgia della Domenica delle Palme porta tutto questo dentro di sé: la gioia e il presagio, l’acclamazione e la passione, l’inizio della Settimana Santa con lo sguardo già puntato verso la croce.
E allora, guardando la chiesa di Regina Pacis traboccante in ogni spazio disponibile, viene in mente un’altra folla e un altro incontro, quello di chi non si rassegna a restare ai margini. La storia di Zaccheo, il pubblicano di bassa statura che a Gerico non riesce a vedere Gesù tra la gente e decide di arrampicarsi su un sicomoro pur di non perdersi il passaggio del Maestro.
Domenica, a Regina Pacis, erano tanti i ‘Zaccheo’. Chi si stringeva in fondo alla navata senza riuscire a vedere l’altare, chi seguiva dalla soglia, chi si era fermato nel parcheggio pur di essere lì, in qualche modo, parte di qualcosa. Ognuno sul proprio ‘sicomoro’, ognuno in attesa di quello sguardo. Una chiesa intera — anzi, sei chiese diventate una — che si alza sulle punte dei piedi per non perdersi quel passaggio.
E aspetta da quel ramo che si senta chiamare per nome, e si senta dire: “Oggi verrò a pranzo a casa tua”.

