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Dittico cubano

El Cimarrón, al centro Robert Koller - Ph Fabrizio Sansoni

Per la stagione del Teatro dell’Opera proposti due brevi lavori di Henze nel centenario dalla nascita del compositore

ROMA, 20 e 21 maggio 2026 – Una Cuba aliena da ogni esotismo: anzi, solcata da quelle durezze legate a crudeli meccanismi economici che, poi, sono quelli di sempre. È questo il ritratto dell’isola che emerge dalle figure protagoniste dei due lavori di Hans Werner Henze programmati nella stagione del Teatro dell’Opera, ma messi in scena al Nazionale.
La piccola cubana, un ‘vaudeville in cinque scene’ – potrebbe tranquillamente essere considerata una zarzuela o un’operetta – fu composto per una televisione newyorkese nel 1973 su un testo nato come radiodramma, che Hans Magnus Enzensbergher aveva tratto da un romanzo documentaristico di Miguel Barnet, fra i maggiori scrittori latinoamericani. Protagonista è l’anziana Rachel, che rivive gli episodi salienti della propria esistenza di artista: da quando aveva cominciato giovanissima come ballerina di rumba, poi diventata prostituta, in seguito artista di circo, e ancora cantante di scollacciate zarzuele, fino a ritrovarsi ormai vecchia sul viale del tramonto. Sullo sfondo gli avvenimenti politici, spesso altamente drammatici, che scandirono la storia di Cuba: dal 1906, data del suo primo ingaggio lavorativo, fino al 1934. Mai rappresentata in Italia, La piccola cubana in origine avrebbe dovuto chiamarsi, dal nome della protagonista, Ay Rachel!, e proprio questo titolo è stato scelto dal regista Alberto Girotto che cinque anni fa ne ha realizzato un film-opera, prodotto dalla Sagra Malatestiana, con Cristina Zavalloni e l’Orchestra WunderKammer. Più noto invece, grazie anche al memorabile spettacolo di Henning Brockhaus realizzato nel 2003 a Macerata, il ‘recital per quattro musicisti’ composto da Henze nel 1970: El Cimarrón, come il nome che si dava agli schiavi fuggitivi nella Cuba coloniale. È la biografia di Estéban Montejo, riuscito a scappare, e che – in età avanzata – ha consegnato le proprie memorie a Barnet e da cui Enzensbergher, ancora una volta, ha ricavato un libretto suddiviso in quindici scene.

La piccola cubana. il soprano Flávia Stricker (Rachel) – Ph Fabrizio Sansoni

Firmava l’allestimento di entrambi i lavori Michael Kerstan, che ha collaborato a lungo con Henze. Sempre attento alle ragioni della musica, il regista riesce a imprimere alla Cubana un ritmo vivace e quasi vorticoso, interrotto solo dalle rievocazioni di due attrici, Rachel e la sua domestica, confinate su un lato del palcoscenico, che commentano rispettivamente la propria vita e gli avvenimenti politici. I cantanti agiscono invece al centro dello spazio, dove – con l’ausilio di qualche proiezione e spostando appena qualche oggetto – si creano ambientazioni diverse, fulminanti nella loro essenzialità, anche grazie agli spiritosi costumi di Christine Knoll.
Nel Cimarrón invece tutto si gioca attraverso le luci, un tavolo e una sedia. In primo piano c’è la gestualità sia dell’espressivo Robert Koller, interprete dello schiavo fuggitivo, sia dei tre bravissimi e duttili strumentisti, capaci d’integrare, e persino surrogare anche a livello vocale, il protagonista: Camilla Hoitenga, flauti, Ivan Mancinelli, percussioni, Christina Schorn-Mancinelli, chitarra.
L’esecuzione strumentale della Cubana era invece affidata a El Cimarrón Ensemble, un gruppo di ottimi specialisti di musica contemporanea. Ad affiancare le bravissime attrici Jeannine Hirzel (la vecchia Rachel) e Johanna Dähler (la domestica Ofelia) quattro cantanti, impegnati tutti in più ruoli a seconda delle situazioni: il soprano Flávia Stricher è stata una procace Rachel, che ha affrontato con notevole piglio vocale e scenico tutte le trasformazioni richieste al proprio personaggio, compreso il veloce spogliarello. Il mezzosoprano Julia Deit-Ferrand è apparsa una camaleontica rivale e complice della protagonista; il tenore Stuart James Patterson uno spiritoso interprete di una lunga lista di eslege, mentre al baritono Koller – già protagonista del Cimarrón – erano affidati i personaggi maschili di contorno.
Ha diretto l’ensemble Roland Böer, ottenendo dagli strumentisti una cristallina purezza di suono. Ha saputo poi evidenziare con chiarezza tutti i modelli musicali, da Weill al music hall, cui sembra guardare questa partitura, sottolineandone anche l’approccio profondamente ironico. Böer, del resto, possiede notevole familiarità con la musica di Henze: per dodici anni, fino al 2019, è stato direttore artistico e musicale del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, il festival che il compositore fondò nel 1976 con visionaria preveggenza.
Resta invece misterioso il perché i due lavori siano andati in scena in serate diverse, quando avrebbero potuto tranquillamente costituire un dittico, data la loro brevità. Oltre tutto, entrambe le rappresentazioni erano inframmezzate da intervalli che le suddividevano in due parti, facendo perdere così – nel caso del Cimarrón – ogni tensione al drammatico racconto del protagonista; mentre per La piccola Cubana l’interruzione ha relegato alla seconda parte solo terza e quarta scena, sbilanciandone così le proporzioni rispetto alla prima. Unificare i due titoli avrebbe forse permesso un maggiore afflusso di pubblico, anche se i non molti spettatori hanno applaudito con grande convinzione.