Il Ponte

Vieni e vivi, la scuola degli ultimi

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Vieni e vivi è il progetto di volontariato giovanile promosso dalla Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini.

Già a partire dal nome è facile cogliere lo spirito dell’iniziativa: i giovani sono chiamati ad una partecipazione attiva, non vengono solo a visitare la realtà della Comunità, ma prendono parte in prima persona alle attività.

Si tratta perlopiù di lavori in collaborazione con le casefamiglia dell’Associazione, ma a seconda dell’età dei ragazzi vengono proposti anche incontri con l’Unità di Strada per approfondire il tema della prostituzione e dei senzatetto.

Le attività quindi sono studiate e adattate ai singoli gruppi, in base alle loro richieste e necessità. “Solo quest’estate sono più di 1200 i ragazzi che hanno aderito all’iniziativa”, spiega Marinella Baldassari, una delle organizzatrici.

Maria Tombini, la responsabile del progetto, si occupa, tra le altre cose, di smistare i vari gruppi sul territorio e dice “ Arrivano molte richieste di partecipare da tutta Italia, la maggior parte da gruppi delle scuole superiori. Negli ultimi anni il progetto ha anche superato i confini nazionali, e non è raro che vengano accolti gruppi dall’estero.

Molti scelgono di svolgere il progetto a Rimini, sia perché è la sede nativa della Comunità, sia per approfittare dell’aria di mare. Ma non è obbligatorio, c’è infatti la possibilità di lavorare anche nelle altre sedi sparse per l’Italia. La maggior parte dei gruppi chiede di venire nei mesi estivi, e il soggiorno in questi casi è di circa una settimana.

Nei mesi invernali invece le domande di partecipazione si concentrano nel weekend, durante le festività natalizie o pasquali”.

La settimana di volontariato si apre con un incontro in cui gli organizzatori introducono i ragazzi alla realtà della Comunità: “Spieghiamo chi era don Oreste, come ha dato vita alla Comunità e l’evoluzione che ha subìto il progetto con il passare degli anni”, racconta Maria. L’ultimo giorno l’esperienza termina con un incontro finale, “ durante questo momento chiediamo ai ragazzi un riscontro, sia per poter migliorare l’anno successivo, sia per renderci conto di quello che effettivamente si portano a casa”.

Sempre Maria mi spiega come sono organizzate le attività dopo il primo incontro conoscitivo, “si lavora principalmente nelle cooperative sociali che collaborano con la Comunità, ad esempio nell’ambito del progetto “La Pietra Scartata”, che offre ai ragazzi laboratori di cucina e di artigianato. Talvolta visitano e danno una mano alla “Capanna di Betlemme”, il nostro centro di accoglienza per senza tetto, o ancora lavorano al “CEC”, la comunità per la rieducazione dei detenuti”.

Interviene Marinella “ Cerchiamo di mostrare ai ragazzi le realtà di condivisione presenti nel nostro territorio, nella speranza che possano trovare similitudini con quelle delle loro città, e in qualche modo sentirsi a casa”.

La verifica dei risultati di questi incontri la faccio subito interpellando Vincenzo Camarda, uno degli animatori che ha guidato un gruppo di Torino, che ha appena concluso l’esperienza: “Le quattro giornate che abbiamo trascorso a Rimini sono state il coronamento di un percorso formativo che andava avanti da oltreun anno, e che aveva come scopo principale quello di conoscere, e poi incontrare personalmente, persone con uno stile di vita totalmente diverso da quello a cui sono abituati i ragazzi. Questo obiettivo è stato pienamente soddisfatto, le visite alla Capanna di Betlemme e a La Pietra Scartata, hanno aiutato i ragazzi a percepire il distacco e la differenza dalle loro vite quotidiane. La giornata è stata organizzata in modo da mettere al centro le attività di condivisione. Sia al mattino che al pomeriggio i ragazzi erano impegnati con i lavori e gli incontri, ma abbiamo deciso anche di lasciargli del tempo libero proprio per fargli vivere le due facce della medaglia, l’impegno per la condivisione da una parte e la vita mondana dall’altra.

Terminata quest’esperienza ora la promessa è di proseguire a settembre e introdurre i ragazzi al servizio pastorale”.

Il gruppo era composto da 12 giovani, qualcuno arrivava dal biennio delle superiori e qualcun altro invece dall’università. Ciascuno però, come sottolineato da Vincenzo, è riuscito a trovare il proprio posto in questa realtà nuova.

Avevo già vissuto 15 anni fa la stessa esperienza, e quest’anno, con questi ragazzi, ho capito che era giunto il momento di tornare. Tutto il gruppo arriva da una zona di Torino piuttosto privilegiata, per cui entrare in contatto con qualcosa di diverso era quello di cui avevano bisogno”.

Celeste Pagnini

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