Al Teatro Galli di Rimini Madama Butterfly, lo spettacolo di Stefano Monti con la direzione di Jacopo Brusa
RIMINI, 30 aprile 2026 – L’orchestra è la vera protagonista di Madama Butterfly. Grazie alla straordinaria ricercatezza timbrica Puccini riesce a delineare un immaginario Giappone, di certo più mentale che reale, mentre le sonorità strumentali veicolano la potenza espressiva di un dramma capace di emozionare il pubblico a qualsiasi latitudine: ancor più della vicenda ideata in origine nel dramma di David Belasco, da cui la collaudata coppia Illica e Giacosa aveva tratto il libretto, su indicazione del compositore. Forse, furono proprio queste scelte musicali, fin troppo raffinate, a suscitare non poche perplessità e a decretare il tonfo del debutto (Scala, 1904), anche se appena tre mesi dopo Puccini si prese la sua rivincita a Brescia, dove ottenne un successo clamoroso.
Nei teatri di piccole dimensioni, con una buca non in grado di accogliere l’ampio organico previsto nell’originale, l’opera va spesso in scena con un numero ridotto di strumenti, nella versione adattata da Ettore Panizza – storico assistente di Toscanini – e, a suo tempo, autorizzata dallo stesso Puccini. Accade, però, che i direttori odierni cerchino di supplire a questa forzata riduzione puntando sull’incremento dei volumi. Una scelta che, pur non alterando gli immortali temi pucciniani, implica il ricorso a interpreti che privilegiano la potenza sonora e, se non la possiedono come requisito innato, fanno tranquillamente ricorso a forzature vocali. Privato dell’originaria dimensione sinfonica, Puccini corre così il rischio di essere ricondotto nell’alveo del verismo, cui il compositore rimase sostanzialmente sempre estraneo.

Al Teatro Galli di Rimini, Jacopo Brusa – direttore che può vantare una consolidata familiarità con autori di quel periodo – ha scelto tale strategia esecutiva: ha così guidato con sicurezza e sicuro mestiere l’Orchestra Filarmonica Italiana, da cui ha tratto sonorità piene senza particolare varietà dinamica, tendendo a privilegiare una certa enfasi sonora. Sul versante vocale lo assecondava fortunatamente una collaudata protagonista come Daria Masiero, dai sostanziosi mezzi vocali. Dopo un primo atto in cui manifestava un eccesso di vibrato, ha costruito con intensità viepiù convincente il drammatico personaggio di Cio-cio-san, che da giovane e ingenua fanciulla si trasforma in eroina capace di ottenere dignità attraverso il sacrificio estremo della vita. Nel ruolo del cinico quanto superficiale seduttore Pinkerton – personaggio fra i più antipatici nell’intera storia del melodramma – un tenore lirico-leggero come Matteo Falcier ha dovuto forzare un po’ per avere ragione delle sonorità orchestrali. A suo agio nei panni dell’ancella fida ed empatica, il mezzosoprano Carlotta Vichi è stata una Suzuki inappuntabile grazie alle belle ombreggiature vocali. Il baritono Francesco La Gattuta ha interpretato un fin troppo austero console Sharpless, comunque efficace sul piano scenico. Tra gli altri interpreti il tenore Giacomo Leone è stato il sensale Goro spiritoso e ciabattone, mentre il basso Giulio Riccò un bonzo debitamente minaccioso. Azzeccato il principe Yamadori di Domenico Travaglini, consonante con il ritmo sincopato con cui entra in scena, e incisivo il soprano polacco Bonisława Sobierajska, sempre precisa nel ruolo di Kate, moglie americana di Pinkerton. Da non dimenticare il contributo del Coro Colsper, preparato da Andrea Bianchi, cui spetta una delle pagini più celebri di Butterfly: il coro a bocca chiusa che conclude il secondo atto.
Firma regia e scene Stefano Monti, mentre i costumi sono di Desirée Costanzo e Allegra Montanelli, le bellissime luci di Matteo Mattioli. Lo spettacolo che circola ormai da diversi anni, seppure modificatosi nel tempo e perdendo forse qualche pezzo per strada, si avvale di un impianto scenico assai essenziale ma non privo di suggestioni visive. Pochissimi gli oggetti scenici e tre grandi ventagli, che si possono aprire e chiudere, appoggiati su supporti di legno: scorrendo, funzionano come altrettante quinte mobili che delimitano gli esigui spazi delle dimore nipponiche. Peccato per i movimenti degli interpreti, davvero poco accurati e che non riuscivano a suggerire in alcun modo la ritualità gestuale giapponese.





