Daniele Giorgi ha diretto l’Orchestra Leonore nella Messa in Si minore di Bach per la Sagra Malatestiana
RIMINI, 1 novembre 2026 – Rappresenta uno dei vertici musicali di Bach: anzi, dell’intera letteratura musicale. Fra gli appuntamenti più attesi del settantasettesimo cartellone malatestiano, la Messa in Si minore BWV 232 è stata proposta al Galli dall’Orchestra Leonore insieme ai Solisti di Pavia. La sala di un teatro all’italiana, probabilmente, non è la sede migliore per la musica concepita con intenti religiosi (più idonea sul piano acustico ed emotivo una chiesa), la severa e potente solennità delle sue pagine, la sua intensa spiritualità. Non a caso fu eseguita a Rimini nei primi anni sessanta, quando la Sagra si svolgeva ancora al Tempio Malatestiano, in almeno due occasioni.
Composta tra il 1746 e il 1748 (lo stesso periodo dell’Arte della fuga e L’offerta musicale), questa Messa era destinata alla liturgia luterana, anche se Bach la dedicò al sovrano cattolico Augusto III, incoronato re di Polonia. Possiede dunque un insolito – e per questo tanto più affascinante – carattere ecumenico, come appare dalla sua anomala costruzione, dato che alcune sezioni non fanno parte della classica articolazione protestante: è verosimile, dunque, che derivi dall’assemblaggio di pagine scritte da Bach in tempi successivi, o semplicemente rielaborate in seguito. Questa caratteristica non le sottrae però organicità, come appare evidente nella lettura offerta appunto al Teatro Galli: terza e ultima tappa di una tournée iniziata venerdì a Pistoia.

Ormai da tempo siamo abituati al rigore filologico di certe esecuzioni, che d’altronde lasciano anch’esse ampi margini di aleatorietà. Di primo acchito si può restare perplessi di fronte all’utilizzo di trombe a pistoni (e, sul fronte degli strumenti, è solo l’esempio più vistoso), ma i timori che insorgono per un’esecuzione affidata a un’orchestra moderna qui si dissipano rapidamente. Non andrebbe mai dimenticata, del resto, l’estrema libertà di cui godevano normalmente i musicisti di epoca barocca, che autorizzava organici più o meno densi, a seconda delle esigenze contingenti. E, dunque, la maestosa solennità di questa Messa non è apparsa affatto ridimensionata, proprio perché Daniele Giorgi, dal podio, l’ha declinata in funzione dell’organico a sua disposizione: valorizzando gli aspetti della trasparenza timbrica, sottolineando i suggestivi echi della polifonia vocale del coro (il Filarmonico “R. Maghini” di Torino diretto da Claudio Chiavazza) e, in definitiva, suscitando un «pensare antico» degli strumenti moderni.
Una lettura, la sua, attenta ai dettagli – quei suggestivi fugati che sfumano in un sussurro – senza scantonare nella frammentarietà e, anzi, tesa a valorizzare proprio la strabiliante architettura contrappuntistica bachiana. Il direttore poteva infatti fare affidamento su un insieme molto affiatato e sulla bravura di prime parti che, a partire dal Laudamus te, seconda sezione del Gloria aperta da un a solo concertante del violino, scandiscono numerosi passaggi dei fiati (di sorprendente bravura la flautista Emma Longo, cui spetta duettare con i solisti). Diventa così secondaria la mancanza di personalità particolarmente spiccate nel quartetto solistico: le voci restano a loro volta strumenti, meri tasselli di un mosaico. In questa prospettiva poco importa il vibrato un po’ invasivo del soprano Anna Veitenberg, o il canto fin troppo compresso e trattenuto – forse il disagio di affrontare una scrittura da basso – del baritono Mauro Borgioni. Il quartetto solistico era poi completato dal tenore Luca Cervoni (una sostituzione dell’ultimo momento) e dal contralto Alessandra Visentin, probabilmente la più musicale del gruppo.
Nell’insieme, dunque, scaturisce una lettura che sottrae la Messa in Si minore a una certa idea di monumento sonoro, per farla virare verso una spiritualità più interiorizzata, recuperando al tempo stesso un’insospettabile dimensione teatrale. Con una visione d’insieme talvolta estranea ai direttori-filologi, Giorgi lascia scorgere i legami con la tradizione musicale religiosa italiana e, al tempo stesso, rende percepibili quei semi che germineranno nella futura grande produzione sacra tedesca.
Difficile trovare, oggi, un modo migliore per solennizzare la festività di Ognissanti. Merito di Bach e della sua grandezza capace di trascendere le epoche storiche, attraverso un ecumenismo che appare ancor più prezioso nei difficili tempi che stiamo vivendo.





