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Un anno dopo: segnali contrastanti

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È trascorso ormai più di un anno dall’inizio della pandemia e iniziano ad apparire alcune conseguenze indirette di questo tempo grave e drammatico.

Cercare di  arginare la malattia per preservare la salute dei cittadini ha costi importanti sociali ed economici. A volte emergono la fatica di vivere in uno stato di continua emergenza, la sofferenza di dover sospendere la propria attività, la difficoltà di proseguire lo studio o il lavoro da casa.

La quotidianità per molti si è trasformata in un elastico che si restringe e si dilata a seconda della situazione. Una rilevazione Istat, I cittadini durante la seconda ondata epidemica, mostra che le persone continuano ad avere fiducia nelle misure restrittive che vengono adottate.

Il 93,2% dichiara di indossare sempre la mascherina in luoghi aperti, mentre l’84% ha usato sempre la mascherina anche in luoghi chiusi, quando si trovava in presenza di persone non conviventi.

Oltre l’80% dei cittadini ritiene utili e chiare le misure di contenimento adottate dal governo. Si riscontra, inoltre, un clima di insicurezza dato che nove cittadini su dieci hanno paura di infettarsi, d’altronde circa i due terzi della popolazione conoscono persone che si sono ammalate. Dentro questo quadro di attesa e sospensione si possono inserire alcuni dati del Censis sulle condizioni delle aziende e dei lavoratori in occasione di una ricerca sul Welfare aziendale.

Emergono sensazioni contrastanti: da un lato una parte molto consistente di lavoratori ha paura di perdere il posto. Circa 4 milioni e mezzo temono che le prospettive non saranno buone, quando cadrà il blocco dei licenziamenti. Altrettanti hanno paura di vedere ridursi il loro reddito Alcuni segnali in questo senso non sono positivi, dato che oltre 390mila contratti a termine nel 2020 non sono stati rinnovati.

A temere di più sono gli operari e i lavoratori esecutivi. Mentre hanno una visione differente quanti hanno ruoli intermedi e i dirigenti che hanno usufruito in maniera maggiore dello smartworking e non hanno visto ridursi il loro carico di lavoro. Dall’altro lato, rileva il Censis, le aziende sono ottimiste: per il 76% dei responsabili intervistati il futuro si caratterizzerà per una competizione sulle quote di mercato e sul recupero del fatturato, per un altro 36,2% le imprese saranno impegnate nella transizione digitale.

Evidenzia il Censis che si andrà verso nuove modalità organizzative e il lavoro sarà molto decentrato a causa della diffusione dello smartworking, per mantenere una coesione all’interno delle aziende un ruolo importante potrà essere giocato dal welfare aziendale. Così nella fatica del presente si prepara una transizione. Il mondo della produzione andrà accompagnato e sostenuto, ma sarà importante non abbandonare quanti rimarranno indietro adottando misure che vadano oltre i confini del welfare aziendale.

Andrea Casavecchia

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