“Ci trattavano come animali”. Bastano queste parole per entrare nell’abisso raccontato da Tatiana Bucci, una delle più autorevoli testimoni italiane della Shoah. Un abisso che non appartiene solo al passato, ma continua a interrogare il presente, soprattutto quando a raccontarlo è chi, da bambina, lo ha attraversato.
La sua storia inizia molto prima della deportazione. Affonda le radici nel 1910, quando la sua famiglia ebrea fugge dai pogrom russi e approda a Fiume, allora città dell’Impero austro-ungarico. Un porto cosmopolita, dove per un tempo la convivenza sembra possibile. È lì che nascono Tatiana (all’anagrafe Liliana) e la sorella Andra (diminutivo di Alessandra); ma l’illusione di normalità di un matrimonio “misto” – madre ebrea e padre cattolico – si infranse contro la violenza delle leggi razziali del 1938.
In Italia, la discriminazione non arrivò come un fulmine a ciel sereno, ma come una lenta erosione dell’umano, orchestrata proprio laddove si dovrebbero formare le coscienze: la scuola.
Come ricordato durante l’incontro, i primi libri di testo fascisti, citando autori come Arturo Saifer, iniziarono a istruire i bambini sulla “razza” come eredità biologica ineluttabile. La parola divenne uno strumento per svilire l’altro, trasformando i vicini di casa in estranei e i compagni di classe in nemici.
Il trauma del 1944 segnò il punto di non ritorno: arrestate in una notte di marzo, le sorelle Bucci furono caricate su un treno per il bestiame – “Ci trattavano come animali” – ricorda Tatiana, descrivendo l’orrore di quei vagoni dove non c’era spazio per sedersi e l’unica traccia di civiltà era un secchio in un angolo.
All’arrivo sulla banchina di Auschwitz-Birkenau, la selezione fu immediata: mentre i vecchi, i malati e la nonna venivano inghiottiti dalle camere a gas, Tatiana e Andra furono risparmiate per un tragico errore del “dottore” Josef Mengele, che le scambiò per gemelle.
Da quel momento cessarono di essere bambine per diventare numeri: Tatiana divenne una matricola tatuata sulla pelle.
“La mamma fu la prima ad andare, anche per capire se faceva male“, racconta con una lucidità che taglia il respiro.
Spogliate di tutto, rasate e rivestite di stracci non loro, le sorelle entrarono nel Kinderblock, la baracca dei bambini sotto i dieci anni. Oltre quell’età, per i nazisti si era già adulti, pronti per il lavoro schiavo o la morte immediata.
La vita nel lager era una quotidianità fatta di assenza e adattamento precoce. Tatiana descrive un’infanzia negata che, per sopravvivere, trasformava l’orrore in scenario di gioco: “Noi bambini giocavamo tra i cadaveri, come vedo fare oggi ai bambini di Gaza tra le rovine. Per un bambino, il gioco è vita, anche nell’orrore più estremo“. Questa capacità di astrarsi dalla morte circostante fu forse la loro salvezza psicologica, insieme ai fugaci incontri serali con la madre, che tornava dal campo di lavoro sfinita e irriconoscibile. “Ci faceva quasi paura, non volevamo abbracciarla”, confessa Tatiana, sottolineando come la fame e la sofferenza avessero eroso persino il legame fisico primordiale, sebbene la madre continuasse disperatamente a ripetere loro i propri nomi originali perché non dimenticassero chi fossero.
Il cuore nero di questo racconto è la sorte del cugino Sergio. La memoria di Tatiana restituisce la crudeltà di una scelta impossibile: quando una sorvegliante polacca le avvisò che sarebbe stato chiesto chi volesse “raggiungere la mamma”, le sorelle, ormai istruite dalla diffidenza del lager, rimasero ferme. Sergio invece, spinto dalla speranza più pura, fece un passo avanti. Quella scelta lo portò verso il destino atroce dei venti bambini di Amburgo, usati come cavie umane dal dottor Heissmeyer e infine uccisi barbaramente per non lasciare tracce dei crimini medici. La sua storia, emersa solo negli anni Cinquanta grazie al coraggio di un giornalista tedesco, rimane una ferita aperta nella coscienza europea.
Il 21 marzo al Teatro Galli, la Storia ha smesso di essere un capitolo di un libro per farsi voce, riflessione ma anche silenzio. L’incontro è inserito nell’Attività di Educazione alla Memoria, diretta da Fabio Cassanelli, anche quest’anno realizzata con la direzione scientifica della storica Laura Fontana, da poco scomparsa e che anche per l’incontro di questa mattina è stata determinante.
Tatiana Bucci, testimone instancabile dell’abisso, ha riavvolto il nastro di una memoria che non è solo cronaca, ma un monito etico che scuote il presente.
Il racconto di Tatiana Bucci non è solo un atto di ricordo verso chi non è tornato, ma un passaggio di testimone verso le nuove generazioni: raccontare la Shoah significa ricordare che c’è stato un tempo in cui “le persone erano solo un numero”, un tempo che non appartiene alla preistoria, ma a una modernità che ha fallito nel proteggere l’innocenza.
La testimonianza di Tatiana ci obbliga a guardare lo sguardo di quelle bambine che, pur nel fango di Birkenau, hanno saputo restare umane, restituendoci oggi il dovere della vigilanza e della memoria attiva.
Federica Tonini

©Claudio Zamagni/Comune di Rimini

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