Home Attualita “Ragazze, la legge vi protegge”

“Ragazze, la legge vi protegge”

MATRIMONI FORZATI Peluso (Nucleo Investigativo Carabinieri): “Tramite le ambasciate, possiamo agire anche nei Paesi d’origine, ma è difficile. Fondamentali scuola, amici, associazioni. Dietro una scelta imposta può esserci l’intera famiglia, anche madre e sorelle”

A volte basterebbe una compagna di banco un po’ più attenta.

Come è successo più o meno un anno fa con l’arresto dei genitori di una diciottenne di origini bangladesi.

Era stata fatta rientrare nel Paese di origine con la scusa della malattia di un parente, era stata fatta sposare contro la sua volontà, era riuscita a non rimanere incinta prendendo di nascosto anticoncezionali e, soprattutto, è riuscita a farsi salvare con uno stratagemma.

Ha contattato una compagna di scuola con cui era molto in confidenza spiegandole la situazione e chiedendole di farle da tramite”, spiega il tenente colonnello Roland Peluso, comandante del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Rimini. L’amica si è rivolta al Centro antiviolenza e i Carabinieri si sono fatti trovare in aeroporto. Lì la ragazza era atterrata con tutta la famiglia, di rientro in Italia anche per permetterle di effettuare cure per la fertilità. Invece è stata presa in custodia dai militari e messa in sicurezza in una località segreta.

Ci sono norme che vietano il matrimonio forzato. Quando una donna, maggiorenne o minorenne, viene portata all’estero con l’inganno per un matrimonio, se il fatto ha origine in Italia possiamo procedere secondo la legge italiana anche fuori dai confini nazionali. Agiamo attraverso le ambasciate cercando di far comprendere allo Stato estero che quella ragazza è stata portata all’estero con l’inganno. Materialmente, però, intervenire può diventare molto complicato”, spiega Peluso. “ In alcuni Paesi purtroppo queste situazioni non vengono neanche recepite. È qui che può entrare in gioco il lavoro di squadra con le associazioni di volontariato, cercando di riportare la ragazza in Italia senza che la famiglia se ne renda conto”.

La questione è quindi culturale. “ Noi immaginiamo il padre violento che costringe la figlia a sposarsi. Ma non è soltanto il padre: può essere tutta la famiglia. Il fratello più grande, la sorella più grande che lo ha già fatto, la madre. Alcune donne non percepiscono il matrimonio forzato come qualcosa che si ‘subisce’: è la cultura nella quale sono cresciute, sono abituate a fare così. A volte sono loro stesse a denunciare atteggiamenti poco consoni dell’adolescente alla famiglia”.

Ma è anche una questione economica. Nel caso specifico, “ una delle cose che ci ha fatto riflettere maggiormente è che la ragazza aveva un fidanzato connazionale che viveva in Italia, ma il padre aveva già stabilito chi dovesse sposare. Perché? Il problema è la dote. Con il matrimonio le due famiglie diventano, secondo le usanze, un unico nucleo familiare ed entra in gioco la cosiddetta dote: può trattarsi di una casa, di un terreno, dell’unione di attività, se ci sono aziende, di beni in denaro o di oro. Ce lo hanno spiegato proprio loro, raccontandoci come funziona il meccanismo”.

Cosa si può fare per scardinarlo?

Cerchiamo di diffondere informazioni sui casi che hanno avuto un esito positivo, di far comprendere alle ragazze che cosa significhi essere libere e che esistono leggi che consentono di impedire queste situazioni, senza instillare ribellione nei confronti della famiglia. Devono capire che possono chiedere aiuto, mettersi in contatto con noi o con le associazioni presenti sul territorio, o anche semplicemente parlarne con le amiche. Facciamo conferenze nelle scuole, ci confrontiamo con i docenti, con i centri ricreativi, con i centri estivi, con gli ambienti di lavoro nei quali magari qualche ragazza comincia ad affacciarsi durante il periodo estivo”.

Luoghi nei quali possono emergere anche i primi segnali di pericolo. “ Bisogna prestare attenzione ai campanelli d’allarme: una ragazza che improvvisamente non si vede più, che cambia atteggiamento oppure che arriva a scuola o sul posto di lavoro con dei lividi”.

Fondamentale potrebbe essere il protagonismo degli adolescenti che queste ragazze frequentano. “ Se hanno una compagna di banco straniera che potrebbe trovarsi in una situazione del genere potrebbero essere loro ad affrontare l’argomento, perché magari la vittima è restia a parlarne spontaneamente”.