Home Attualita “Dobbiamo arrivare prima”. Guagnelli (Rompi il silenzio): “Servono pratiche condivise”

“Dobbiamo arrivare prima”. Guagnelli (Rompi il silenzio): “Servono pratiche condivise”

Il matrimonio forzato è spesso soltanto l’ultimo passaggio di una storia di controllo e violenza iniziata molti anni prima. A raccontarlo è Valeria Guagnelli del Centro Antiviolenza del Comune di Rimini, gestito dall’associazione Rompi il silenzio, associazione di promozione sociale che si occupa di contrastare la violenza da più di vent’anni nel territorio riminese. Oggi presente a Verucchio, Santarcangelo, Bellaria, Savignano , Miramare e Rimini .

«Molte delle donne straniere che arrivano da noi sono già state vittime di matrimoni forzati o combinati, una pratica alla quale, per diversi motivi, non sono riuscite a opporsi. Arrivano quando la violenza raggiunge il suo apice, spesso con la violenza fisica, e ci chiedono protezione. In altri casi, invece, sono le ragazze che ci contattano quando cominciano a intuire, oppure quando le famiglie le dicono che dovranno sposare qualcuno scelto per loro». Le segnalazioni possono arrivare dalle scuole, dai servizi sociali o dalle forze dell’ordine. Resta il fatto che il matrimonio forzato si inserisce sicuramente all’interno di un ciclo di violenza perpetrato nei confronti di queste ragazze fin da quando erano bambine.

«Parliamo di giovani ragazze che non possono avere rapporti sociali, che non possono nemmeno salutare per strada altri bambini. A loro viene affidata anche una gran parte del peso della gestione familiare. Di consueto vivono in appartamenti con più persone oltre il nucleo familiare stretto, insieme a zii e cugini, quasi tutti maschi, e devono occuparsi della preparazione del cibo e di altre attività legate alla gestione del quotidiano. Spesso sono ragazze che non godono di una buonissima salute, che non fanno esami non fanno controlli e non hanno quasi contatti con la medicina Potrebbero essere anche denutrite, magrissime: sono comunque ragazze tristi».

Il momento decisivo può arrivare quando i genitori prospettano un viaggio nel Paese d’origine. «È allora che alcune capiscono che lì potrebbe essere celebrato il matrimonio forzato. Dietro queste nozze possono esserci famiglie allargate che fanno affari e le ragazze sentono anche il peso del fallimento dell’affare familiare se dicono di no. Se non riescono a contattarci prima, il progetto è che vadano a sposarsi nel Paese d’origine, tornino poi in Italia e continui questo destino di sottomissione».

Tutt’altra storia è quando una ragazza riesce a chiedere aiuto. Il percorso verso l’autonomia è lungo, ma, sottolinea Guagnelli, esistono anche storie che dimostrano come sia possibile costruire una vita diversa. «Ci sono anche situazioni di successo: ragazze che oggi vivono da sole e frequentano corsi universitari».

A rendere particolarmente difficile la fuoriuscita dalla violenza resta, tuttavia, il legame con la comunità di appartenenza. «Nella maggior parte delle situazioni sono anche le mamme a subire violenza, non soltanto le figlie. Però sono donne che rimangono all’interno di una violenza che non riescono a contrastare e che, di conseguenza, finiscono per replicarla nei confronti delle proprie figlie».

Tra le donne adulte, inoltre, sono poche quelle che parlano la lingua italiana e la comunicazione deve quindi essere mediata da una mediatrice linguistico-culturale. «È difficile trovare mediatrici che siano formate di queste nazionalità ma non si tratta soltanto della formazione: devono anche essere persone che riescano a incarnare il principio della parità tra i generi. Molte volte anche le mediatrici culturali temono per la propria incolumità perché, se si spingono oltre, facendo il loro mestiere con professionalità, vengono percepite dalla loro comunità come traditrici». Il peso della comunità è molto forte: quello della rete familiare, parentale e amicale e, più in generale, del gruppo di appartenenza può diventare determinante. Di conseguenza, le ragazze che scelgono di sottrarsi al matrimonio forzato e alla violenza rischiano di sentirsi profondamente sradicate.

La sfida, secondo il Centro Antiviolenza, è riuscire a intervenire prima, soprattutto quando si tratta di minorenni. «Non dovremmo essere noi ad aspettare, ma capire come intercettare prima queste ragazze e queste situazioni. Sarebbe auspicabile arrivare ad un protocollo, a pratiche condivise , attivando meccanismi che ci permettano di individuare precocemente e in maniera più capillare queste situazioni. La scuola e i servizi sociali spesso fanno già da sentinella e con loro ci interfacciato spesso, ma non basta, Insieme credo che potremmo spingerci un po’ di più, insomma, attivare ancora di più la rete».

A lovello nazionale, nei Centri Antiviolenza, le donne straniere rappresentano circa il 30% delle persone accolte. Nel Riminese, nel 2025 si sono rivolte al Centro antiviolenza 346 donne. Di queste, 328 hanno subito violenza. I nuovi contatti sono stati 267: 184 donne italiane, 68 straniere e 15 casi con nazionalità non rilevata. Nel 2024 le donne accolte erano state 358, di cui 328 vittime di violenza. I nuovi contatti erano 279: 171 italiane, 62 straniere e 46 di nazionalità non rilevata. Nel 2023 il Centro aveva registrato 328 donne, di cui 293 avevano subito violenza. I nuovi contatti erano stati 237: 131 italiane, 74 straniere e 32 non rilevata. In tre anni, il numero complessivo di donne che si sono rivolte al Centro è rimasto su livelli elevati, oscillando tra 328 e 358 l’anno. Le donne che hanno subito violenza sono passate da 293 nel 2023 a 328 nel 2024 e nel 2025. I nuovi contatti sono cresciuti da 237 nel 2023 a 279 nel 2024, per poi attestarsi a 267 nel 2025.

Nell’anno in corso, le donne accolte sono state finora 288 donne, tra cui donne straniere. Si tratta di dati che restituiscono la presenza significativa delle donne straniere tra quelle che chiedono aiuto, senza esaurire la complessità delle storie e dei percorsi di violenza affrontati dal centro. «Vorrei ricordare che circa il 70% delle donne che si rivolgono al centro sono italiane e subiscono spesso diverse forme di violenza: fisica, economica, psicologica e sessuale. Anche in questi casi il rifiuto e il “no” della donna possono diventare, nella mente di uomini che agiscono secondo una logica patriarcale e maschilista, la presunta giustificazione della violenza, fino al femminicidio».