Il Ponte

Perché sperare si può

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Nelle settimane interminabili del lockdown, alle finestre e sui balconi di tutt’Italia sono rimasti appesi tanti disegni di un arcobaleno con la scritta “Andrà tutto bene”.

Un flash mob rassicurante attraverso il quale i bambini hanno voluto ricordare a tanti adulti, angosciati ed impauriti, la speranza, componente indispensabile della vita ma che rischiava di finire sepolta tra gli angoscianti bollettini quotidiani, i decreti sempre più restrittivi e le opinioni contrastanti degli esperti.

Oggi le scuole sono ripartite e molti di quei cartelli sono scoloriti; il confinamento nelle nostre case è solo un ricordo ma il virus persiste seppure con una diffusione ridotta e, soprattutto, la paura non è stata per nulla vinta. Il futuro appare incerto e si percepisce in tanti un’insicurezza per la perdita del lavoro, i risparmi, la pensione, le prospettive dei figli e dei nipoti.

Pure le comunità cristiane rischiano di lasciarsi imbrigliare in questa rete della paura, rimanendo inoperose in attesa che tutto passi presto. Per questo la nuova Lettera Pastorale Sperare si può del Vescovo Francesco Lambiasi arriva al cuore come un grido provvidenziale, per risvegliare la speranza in noi cristiani, che siamo tali non solo perché abbiamo creduto in Gesù ma soprattutto perché speriamo in Lui.

Uno scritto “per ridare vento e vela alla nostra speranza, così friabile e troppo spesso mirabilmente franata” e indicare a tutta la comunità diocesana un obiettivo ambizioso: nel mondo messo sottosopra dal virus, ogni cristiano è chiamato ad offrire non una generica consolazione, ma parole di speranza e di fede.

Le 67 pagine di cui si compone tracciano uno stimolante percorso di fede con gli adulti, per riscoprire insieme la gioia del Vangelo attraverso la proposta del primo annuncio. Un cammino spalmato su 8 tappe, ognuna delle quali è scandita da un verbo che permette di collegare immediatamente la Parola alla vita e che attinge a piene mani dall’ultimo libro della Bibbia: l’Apocalisse.

Ma come si può – si chiederanno in tanti – risvegliare la speranza con un libro che nell’immaginario collettivo è divenuto sinonimo di catastrofe, disastro, fine del mondo e in cui il termine stesso, speranza, non compare mai? È il vescovo stesso a renderci ragione di una scelta così audace: “Il titolo non significa affatto una spaventosa, stratosferica catastrofe, ma semplicemente rivelazione. Non ci recapita affatto la brutta notizia di uno tsunami cosmico, ma ci consegna il Vangelo, il lieto annuncio di un mondo nuovo”.

Le parole ispirate di questo libro venivano lette dai cristiani schiacciati dalle crudeli persecuzioni imperiali e ne hanno irrobustito la speranza; anche oggi possono aprire tanti cuori chiusi nella rassegnazione e nella disperazione, in cui li ha gettati un virus invisibile e microscopico.

Come la Parola di Dio deve scuotere e purificare la vita del credente, anche il testo del vescovo Francesco è graffiante e non fa sconti. Come quando invita, nella prima tappa, a convertire profondamente il modo di vivere la Domenica perché dal “monotono rito di un piatto week-end. Un vuoto finesettimana: incolore, inodore, insapore” si trasformi davvero nel giorno della festa, “attorno al quale raccordare le dimensioni che formano il nucleo essenziale della nostra fede” e che dia significato anche ai giorni feriali della fatica. E per farlo offre un Decalogo della domenica, originale ma quanto mai concreto.

O come il forte richiamo, nella terza tappa, ad ogni comunità cristiana, nella terza tappa, ad una conversione pastorale e missionaria che sia vera e autentica, perché questo non è più il tempo della semplice amministrazione e del lasciare le cose come stanno.

Non è una tirata d’orecchi per nessuno, semplicemente riproporre l’invito solenne e martellante che compare in cinque delle sette lettere alla totalità delle Chiese, come indica il numero 7. Non possiamo più sottrarci a questo passo fondamentale e per orientarci correttamente, il vescovo ci invita a riprendere in mano i numeri 78- 101 dell’Evangelii gaudium di Papa Francesco.

Al verbo sperare, poi, è dedicata la quinta tappa. Riascoltando la pagina in cui l’Agnello spezza i sette sigilli, siamo chiamati a fare i conti con la presenza del male.

Il vescovo ci incalza: “Se c’è il male, da che parte sta Dio? Dove sta, quando i cataclismi della natura, la guerra, la fame, le malattie fanno strage di intere popolazioni?”. Interrogativi che si ponevano i primi cristiani e che sono rimbalzati anche in tempo di pandemia: ma le risposte del Libro biblico sono ancora valide oggi? Il linguaggio è simbolico e allusivo, ma il messaggio è trasparente: dentro le vicende a tratti drammatiche della storia si apre uno squarcio di speranza, perché Dio (richiamato dal primo cavaliere sul cavallo bianco) è sempre presente per combattere il male, che affliggerà il corso della storia fino all’ultimo giorno.

La speranza cristiana, conclude il testo, “conferisce valore ad ogni azione dell’uomo, ma più ancora alla sofferenza, in cui la persona non solo conserva la sua dignità, ma può crescere umanamente e fare dono di sé stesso a Dio e ai fratelli”.

Infine il vescovo non ci sottrae neppure dal confrontarci con il segno distintivo del cristiano: il martirio. Anche qui ci aiuta a liberarci dalla paura che la parola può suscitare istintivamente: “la parola martirio letteralmente significa testimonianza. E non c’è testimonianza più credibile di quella che i cristiani danno quando danno il meglio di sé, tutto di sé, accettando il sacrificio della vita”.

Rileggendo queste righe non possono non scorrerci davanti agli occhi i volti di tanti “medici, infermiere e infermieri, addetti nei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri”. Quanta speranza hanno acceso in mezzo al buio fitto della catastrofe!

Così sono chiamati a diventare ogni cristiano ed ogni comunità cristiana: testimoni di speranza per il tempo che ci attende, con il dono di sé. Questa Lettera pastorale, nata dalla premurosa e delicata sensibilità paterna del vescovo Francesco, è un dono prezioso che ci viene messo in mano e che non possiamo permetterci di sprecare lungo i mesi di questo nuovo anno pastorale.

Utilizziamola nei percorsi formativi per gli adulti, nella formazione permanente dei ministri istituiti, dei catechisti, degli operatori pastorali; rendiamolo l’alimento del cammino delle Zone Pastorali e delle Unità Pastorali, se vogliamo trasfigurare questo tempo di pandemia in un tempo di speranza. Da piccolo sentivo spesso ripetere questo proverbio: “Quando il cielo è tutto nuvoloso, è una benedizione chi sa parlare del sole”.

Parlandoci della Speranza in un tempo di paure e preoccupazioni, anche il vescovo Francesco si è mostrato ancora una volta una benedizione per tutta la nostra Chiesa diocesana.

don Gabriele Gozzi

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