Il Ponte

Ombra mai fu

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Con Serse di Händel, in una bella esecuzione musicale diretta da Dantone, si è inaugurata la stagione lirica dell’Alighieri di Ravenna  

RAVENNA, 10 gennaio 2020 – Forse Serse non sarà la sua opera più bella, ma il celebre Largo “Ombra mai fu” con cui il re persiano esordisce in palcoscenico appartiene al catalogo delle pagine immortali di Händel. Per amor di cronaca bisognerebbe però ricordare che, contrariamente a quanto indicato in partitura, il vero autore di questi versi non è Silvio Stampiglia: il poeta si limitò ad adattare quelli di Nicolò Minato, prolifico e geniale librettista di Antonio Draghi. La versificazione, piacevole e brillante, presenta anche spunti comici: è il caso del servo Elviro quando canta Chi voler fiora di bella giardina, storpiando i nomi per simulare un’altra lingua, quasi fosse un’anticipazione di Sigillara nella Pietra del paragone rossiniana.

Quest’opera in tre atti non rientra, tuttavia, fra quelle più eseguite del catalogo di Händel, almeno in Italia: l’ha proposta, come titolo inaugurale del cartellone lirico, il Teatro Alighieri di Ravenna ed è frutto di una coproduzione con Reggio Emilia, Modena e Piacenza, dove però Serse era già andato in scena lo scorso anno.

Delphine Galou, la principessa Amastre © A.Anceschi

Lo spettacolo di Gabriele Vacis parte da un’efficace idea per rendere plausibile la problematica presenza di personaggi maschili en travesti, tanto più che in questo caso c’è anche una principessa, Amastre, che si camuffa da uomo per riconquistare Serse di cui è innamorata. Come se si trovassero nel camerino di un teatro, con tanti specchi in primo piano, gli interpreti giungono in palcoscenico in abiti da sera, quindi indossano gradatamente i costumi – davvero belli e spiritosi – firmati da Roberto Tarasco, autore anche di luci e scene (peccato solo per la tappezzeria anni settanta, bruttina e un po’ troppo presente). Tutto si svolge al proscenio, mentre su un piano sopraelevato vengono proiettate immagini che elaborano il tema della vegetazione – il pretesto è fornito dal platano menzionato nel Largo – e dove agisce un nutrito gruppo di ragazzi, coreografati secondo diverse modalità: gli effetti talvolta sono suggestivi, soprattutto quando gli alberi sembrano germinare dalle loro teste, altre volte meno, provocando inutili distrazioni di fronte a una trama intricata, che invece richiederebbe massima attenzione.

Il punto di forza dello spettacolo resta però quello musicale, a cominciare dalla bacchetta di Ottavio Dantone, che – dalla sua Accademia Bizantina, formata da strumentisti antichi – ha ottenuto sonorità di notevole verosimiglianza stilistica, riuscendo a imprimere un andamento scorrevole e teatralissimo alla sua lettura. Il direttore ha fornito anche un valido sostegno agli interpreti vocali: una compagnia di canto omogenea e ben affiatata.

In veste di protagonista – alla prima londinese del 1738 era il celebre castrato Caffarelli – Arianna Vendittelli ha saputo spaziare, con grande sicurezza, dalle riflessioni intimiste del celebre Largo iniziale al furore di Crude furie degl’orridi abissi della penultima scena, sempre con ottima tenuta vocale. Molto espressiva nel trasmettere i tormenti sentimentali di Arsamene, fratello del protagonista, il mezzosoprano Marina De Liso: dotata di voce omogenea e timbrata anche nel registro più grave. Fra i tre personaggi femminili, rivali in amore anche se con diversi obiettivi di conquista, svettava Francesca Aspromonte, per le ottime qualità vocali e la sicurezza nelle colorature: la sua Atalanta (peraltro l’unica che non riesce ad accaparrarsi un uomo) sembra anticipare idealmente le soubrette mozartiane che di lì a poco si affacceranno in palcoscenico. A interpretare Romilda, contesa dai due fratelli, un altro soprano, la corretta Monica Piccinini, seppure dalla linea di canto un po’ monocorde. Amastre, innamorata negletta di Serse, nominalmente è un contralto: Delphine Galou – fisico invidiabile nel suo ostentato travestimento maschile – ha mostrato sicurezza nelle agilità richieste alla furia del suo personaggio, pur con i limiti di una voce non sempre sonora e adeguatamente proiettata. Completavano il cast due bassi: Luigi De Donato, il principe Ariodate, molto sicuro anche nella virtuosistica aria del primo atto, e Biagio Pizzuti, il servo Elviro, scenicamente spiritoso e dotato della rotondità vocale propria del ‘buffo’.

Pur con il suo intricato meccanismo teatrale, Serse appassiona l’ascoltatore. In quest’opera si va oltre al pirotecnico virtuosismo delle precedenti opere di Händel: del resto di lì a poco il compositore si dedicherà quasi esclusivamente all’oratorio, dove lo scandaglio psicologico dei personaggi sarà ancora più accurato. E porterà a nuovi, forse ancor più grandi, capolavori.

Giulia Vannoni

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