Il Ponte

Neet, la crisi di una generazione

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I numeri parlano chiaro. Molti giovani di oggi rientrano sotto la categoria ‘generazione perduta’ più che in quella ‘generazione Z’.

È il premier Draghi a metterci l’etichetta. Cosa significa? Tre milioni (3.047.000 per la precisione) di giovani nella fascia d’età 15-34 anni, non studiano e non lavorano.

Sempre più disillusi, disincantati, si chiamano NEET (acronimo inglese per Not in Education, Employment or Training). In percentuale parliamo di un 25% dei giovani italiani, praticamente 1 su 4. Un vero e proprio esercito che nel 2020 ha decretato l’Italia il Paese con il maggior tasso di Neet dopo Turchia, Montenegro e Macedonia. Di questi, i disoccupati (ovvero chi non ha un lavoro ma lo sta cercando) sono circa 1 milione; mentre gli inattivi (cioè chi non ha un lavoro e non lo sta cercando) sono i restanti 2 milioni.

Non solo. Molto alta la quota di abbandoni prematuri della scuola: tra i 18 e i 24 anni parliamo di un 13,4%. La criticità del problema si inasprisce se si analizza anche la componente ‘rosa’ dei dati: 1 donna su 2 non lavora e il 25% delle ragazze con meno di 30 anni è Neet. Delle 8,6 milioni di donne in questa condizione in Europa, un terzo appartiene all’Italia.

Qual è la risposta del Governo a questo drammatico scenario? La Ministra per le Politiche Giovanili Fabiana Dadone ha formalizzato, in un decreto congiunto con il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Andrea Orlando, l’adozione di un Piano Nazionale di emersione e orientamento “Neet Working”, il quale ha lo scopo di ridurre l’inattività dei giovani Neet.

In che modo? Attraverso interventi suddivisi in tre macro fasi: emersione, ingaggio e attivazione che si attueranno a livello centrale da parte del Dipartimento per le politiche giovanili, in collaborazione con gli attori presenti sul territorio.

Perno di questa strategia è il rafforzamento del programma Garanzia Giovani (il programma dell’Unione Europea rivolto proprio ai ragazzi e alle ragazze che non studiano e non lavorano, che permette di accedere a percorsi personalizzati di orientamento e formazione per entrare nel mondo del lavoro) e l’estensione del Servizio Civile, insieme alla creazione di sportelli dedicati nei centri per l’impiego, sostenuti da professionalità specifiche per accogliere i giovani Neet e gestirne le eventuali situazioni di disagio.

All’interno del Piano nazionale, il portale Giovani 2030 rappresenta una ‘porta’ di ingresso alle opportunità e alle iniziative che le istituzioni pubbliche, le università, gli enti del terzo settore e le associazioni mettono a disposizione dei ragazzi, e ciò servirà, secondo la ministra Dadone, ad “accrescere e consolidare le competenze, acquisire consapevolezza delle prospettive educative, formative e professionale, programmare i percorsi futuri”.

La situazione a Rimini

E se ponessimo la lente d’ingrandimento sulla nostra Rimini? La musica cambierebbe ben poco. Il dato noto è quello dell’abbandono scolastico che a Rimini è cresciuto quasi del 40% rispetto allo scorso anno. Altra nota dolente: l’occupazione giovanile. In attesa delle nuove statistiche, quelle presentate l’anno scorso dai report di settore della Camera di Commercio di Forlì/Cesena e Rimini, indicano un forte aumento della disoccupazione giovanile (+10.3%), soprattutto nel riminese.

“Prima la crisi economica – commenta la vicesindaca Chiara Bellini – poi la pandemia, oggi gli inquietanti scenari bellici alle nostre porte hanno messo a dura prova la tenuta psicologica dei nostri ragazzi che, in qualche caso, ha portato all’abbandono degli studi, senza ancora quelle competenze professionali necessarie per inserirsi stabilmente nel mondo del lavoro. Bisogna agire in quella terra di mezzo, tra scuola e occupazione, dove è possibile recuperare molti ragazzi che abbandonano la scuola. Puntare sui giovani, a livello di sistema territoriale, è il modo migliore per costruire il futuro di una comunità”.

“Un ostacolo può far crollare tutto”

Mariacristina, 23 anni, è di Riccione, aveva iniziato a frequentare la Facoltà di Giurisprudenza a Bologna, ma ha dovuto mollare. “Subito dopo il liceo mi sono iscritta a Legge. Avevo ben chiaro cosa volevo diventare da grande: avvocato divorzista. I primi due anni andava tutto bene, non mi ero lasciata indietro alcun esame e procedevo a vele spiegate. Per mantenermi negli studi avevo anche trovato un lavoretto sempre lì a Bologna e me la cavavo, tutto sommato.

Il terzo anno però qualcosa si è incrinato. Non so spiegare bene cosa sia successo, forse il tutto è iniziato con un brutto voto e mi sono come bloccata. Giurisprudenza è difficile, è vero, non sempre si prende il voto che ci si aspetta, e mi era già capitato tante altre volte. Però mi si è come accesa una lampadina in testa. Quella lampadina ha posto in luce parecchi miei dubbi irrisolti, domande alle quali non avevo ancora dato risposta e mi è piombato tutto addosso come una furia.

D’un tratto non ero più certa che quella fosse la strada adatta a me, il lavoro che avrei fatto per il resto della vita. Ho iniziato quindi a procrastinare gli esami, lo studio, fino a che mi sono decisa a prendermi una pausa. Una pausa che sarebbe dovuta durare poco, in realtà. Sono poi tornata a casa da mia madre, in balìa non so di quale crisi esistenziale. Ho sofferto molto, e ho dovuto ricominciare tutto da capo. Ho seguito un percorso con uno psicologo e mi sto completamente reinventando.

È vero, al momento non studio e non lavoro, però sto cercando un nuovo punto di partenza. Ho dovuto prima rimettere insieme i pezzi di me che avevo lasciato a terra, ma sono ben propensa a trovare la mia strada. Quella giusta, finalmente”.

Alessandro, 20 anni da poco compiuti, abita a Santarcangelo di Romagna e si è diplomato l’anno scorso. “Anche se non mi è mai piaciuto particolarmente andare a scuola, non ho mai pensato di abbandonare il liceo. Forse per testardaggine, o cocciutaggine, sono voluto arrivare quantomeno al diploma. Al momento non sto lavorando, ma sono alla ricerca di qualcosa. Finora ho lavorato stagionalmente come bagnino al mare, ma sento di voler in qualche modo evolvermi. L’università non fa proprio per me, e non credo riuscirei a sopportare altre ore seduto ad un banco ad ascoltare una qualunque lezione. Però magari un qualche corso formativo potrebbe essermi d’aiuto e mi sto informando in questo senso. Sono piuttosto bravo con i computer, mi piacerebbe trovare un lavoro in questo ambito”.

Martina Bacchetta

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