Il Ponte

Le scelte politiche di un giovane beato

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alberto marvelliRichiamato alle armi nel marzo del 1943, mentre era alla caserma di Dosson, Alberto Marvelli aveva mostrato di maturare una nuova sensibilità, che si rivolgeva al futuro del paese e cercava di far chiarezza sui valori che avrebbero potuto essere messi alla base della ricostruzione nazionale: “ Io faccio un po’ d’apostolato individuale e mi preparo, leggendo e studiando, al lavoro che può attenderci dopo. Più si studia, più appare vasto il campo delle cose che non si sanno. Penso alla responsabilità di coloro che hanno ricevuto talenti e non li fanno fruttare.

Bei libri ho letto di don Mazzolari: 1° Dietro la Croce; 2° Il Samaritano; 3° Impegno con Cristo; leggili e falli leggere ai nostri”.

Proprio a Dosson, l’8 settembre, lo aveva raggiunto la notizia dell’armistizio firmato da Badoglio, che, nonostante l’iniziale esultanza, aveva gettato in realtà il paese nel caos, dividendolo tra un debole Regno d’Italia e una Repubblica sociale italiana subordinata ai comandi tedeschi.

Mentre il fratello Adolfo, dopo aver attraversato fortunosamente tutta la penisola, da Lecce riparava presso i parenti della moglie a Tradate, in provincia di Varese, per unirsi alla resistenza della Val d’Ossola, Alberto aveva scelto la via della non violenza e, altrettanto fortunosamente, aveva raggiunto la famiglia a Rimini, dove si era fatto assumere alla Todt, l’organizzazione tedesca che rafforzava le difese lungo la costa.

Aveva potuto così prevenire rastrellamenti, liberare prigionieri, procurare documenti falsi… Rischiando lui stesso la deportazione.

Con l’avanzare delle truppe alleate, il 1° novembre 1943 erano iniziati a Rimini incessanti bombardamenti, che spesso Alberto annotava nelle sue agende personali e che dureranno fino al 21 settembre del 1944, quando i tedeschi abbandoneranno finalmente la città, ridotta ormai ad un cumulo di macerie.

Coi bombardamenti erano iniziati gli sfollamenti nelle campagne e nella vicina Repubblica di San Marino.

L’Azione cattolica esortava ad un “apostolato di serenità e di carità” specialmente verso gli sfollati, i sinistrati, i più colpiti dalla guerra.

Tra quelli che si adoperavano senza risparmiarsi c’era Alberto. Dopo aver messo al riparo la famiglia, prima a Vergiano, poi a San Marino, in bicicletta, distribuiva agli sfollati i generi alimentari che riusciva a trovare, dava informazioni dei congiunti dispersi, con altri giovani di Ac recuperava tra le macerie e distribuiva masserizie ancora utilizzabili, dai materassi alle pentole.

Di questo enorme impegno, a parte il ricordo di quanti avevano ricevuto gli aiuti, non rimane una testimonianza diretta, perché il Diario di Alberto si interrompe per cinque anni, dal gennaio 1942 all’agosto 1946. Rimane solo una lettera del 1944, dal tono volutamente leggero di chi non vuole apparire troppo, che egli invia alla signora Delfina Aldè, per darle conto degli aiuti che lei gli aveva procurato:

Cara Signora Delfina, Le scrivo in un momento di calma in cielo e in terra, cosa davvero rara da 20 giorni a questa parte: forse non le giungeranno nemmeno queste notizie, ma tentare non nuoce.

Riepilogo quanto le ho già scritto in L’“apostolato di serenità e di carità”:

Marvelli si adoperava senza risparmiarsi. In bici prima a Vergiano, poi a San Marino.Ma teneva i contatti con i ragazzi di Azione cattolica. Poi l’impegno in politica. “Rifare le coscienze, sgombrare le macerie morali da tanti cuori, trovare finalmente la vera carità che sappia indicare la strada per andare incontro ai poveri” altre cartoline: ho ricevuto le casse e le ho accreditato lire 10000 sulla Banca Commerciale, in attesa di un saldo completo; una cassa di vestiti non è invece giunta, e per ricercarla, mi sono recato fino a Reggio Emilia in bicicletta, ma invano; però non sono perse tutte le speranze, che sia giacente in qualche posto.

Speriamo. Sono tornato a casa felicemente ed ho ripreso la vita di movimento totalmente ciclistica: corse a S. Marino a trovare i parenti ivi trasferitisi da Cervia, corse a Cervia a procurare il sale, corse quotidiane in campagna ed all’orto per rifornire la casa di verdura, frutta ed altri generi mangerecci ecc. ecc. tutto fra allarmi, bombette e mitragliamenti”.

Tra una corsa in bicicletta e l’altra, trovava il tempo di tenere i contatti con i ragazzi di Azione cattolica che erano stati costretti ad abbandonare la città e raccomandava con una circolare la necessità del tesseramento.

Quando il 21 settembre 1944 i tedeschi abbandonano la città, Rimini registra un coefficiente di distruzione dell’82%, secondo solo a Montecassino.

“Scrivo dal secondo piano e ho sotto gli occhi la spiaggia e il mare, con i mosconi a vela, i dinghi, i bagnanti (inglesi e riminesi). Tutto sembra come prima, come quando venivate qui vicino e ci si tuffava dal moscone, ora distrutto da una bomba. Il mare, sì, è sempre uguale, ma intorno a noi quante cose sono mutate; la spiaggia senza capanni, perché distrutti o bruciati quest’inverno, o perché infine servono come abitazione; la villa Turchi ridotta un mucchio di macerie, tante ville distrutte o svaligiate, tutte semisfondate, scure del fumo delle cucine inglesi e indiane, con le finestre prive di infissi, come occhiaie vuote di un moribondo, i giardini incolti, i ponti saltati, le strade tutte buche e polvere. Che differenza da allora!”.

Il Comitato di liberazione nazionale, d’intesa col comando alleato, nell’ottobre nomina una Giunta provvisoria della quale, insieme a Giuseppe Babbi e Ferruccio Angelini, Alberto è chiamato a far parte, come rappresentante della Democrazia cristiana. Nella nuova Giunta comunale Alberto viene posto a capo della Commissione edilizia e della Commissione alloggi. Nelle relazioni che invia al CLN, corredate da precisi schemi statistici attraverso i quali vien data ragione del lavoro svolto, emergono le sue straordinarie capacità organizzative e il suo senso di concretezza, ma Alberto è convinto che la ricostruzione di una città non passi solo attraverso i mattoni.

Per questo si occupa concretamente di molti problemi che non rientrerebbero strettamente nei suoi doveri di assessore: si sforza di pacificare gli animi, si interessa del ritorno dei prigionieri di guerra, cerca lenzuola per l’ospedale, si interessa della nomina del Provveditore agli studi, chiede la costituzione di un nuovo Istituto industriale, fa presente la necessità che venga costituito il tribunale.

Infine rifonda il gruppo dei Laureati cattolici, perché sa che non basta l’azione, se manca la riflessione sulle ragioni dell’agire e, organizzando incontri e conferenze, dà il suo contributo per ripensare alla presenza e all’apporto dei cattolici nella nuova società uscita dalla guerra, una società che si avvia a diventare di massa.

L’impegno in politica, che, abbiamo visto, culmina con la sua candidatura alle elezioni amministrative dell’autunno, è, dunque, il punto di arrivo di un lungo cammino, che ha saputo guardare con serenità ai “segni dei tempi”, per essere in grado di proporre obiettivi condivisibili: In questo momento tanto grave per la patria – scrive – davanti allo spettacolo delle rovine e delle miserie che ci assillano e ci circondano, di fronte ai problemi urgenti della ricostruzione nazionale, il primo tempo deve essere dedicato alla cementazione di tutte le energie vitali, […] perché al di sopra dei partiti ci sono i principi comuni dei valori universali, dei punti di incontro morali oltre che materiali.

Il fatto che tutto non va bene, non deve spingerci allo scetticismo. I fenomeni sociali non si misurano a ore e nemmeno a giorni. Molti Italiani vorrebbero vedere la patria in equilibrio, ripulita, con le fabbriche in funzione, i treni in orario, l’ordine ristabilito, il prestigio ripristinato[…].

Ormai è tempo di stringersi tutti fraternamente la mano per procedere all’immenso lavoro che ci attende in tutti i campi della vita sociale e nazionale. rifare le coscienze, sgombrare le macerie morali da tanti cuori, trovare finalmente la vera carità che ci faccia sentire fratelli gli uni con gli altri, che sappia indicare ai ricchi la strada per andare incontro ai poveri, per difendere con la verità e l’onestà, la libertà, la democrazia, la civiltà cristiana.

Un impegno di anni, che gli aveva richiesto energie e sacrifici, e gli aveva assicurato anche consenso da più parti. Su questo il 23 agosto del 1946, poco tempo prima delle elezioni, fa sul diario un severo esame di coscienza. Non si chiede, però, cosa abbia ottenuto di popolarità, di denaro, di prestigio, ma se gli avvenimenti, i dolori, le sofferenze, i sacrifici, le gioie abbiano saputo insegnargli qualche cosa, abbiano accresciuto la sua fede, la sua speranza, e la sua carità.

In un atteggiamento anticipatore, potremmo dire, della Fratelli tutti: “Perché, dopo alcuni anni, riflettendo sul proprio passato, la domanda non sarà: ‘Quanti mi hanno approvato, quanti mi hanno votato, quanti hanno avuto un’immagine positiva di me?’. Le domande, forse dolorose, saranno: «Quanto amore ho messo nel mio lavoro? In che cosa ho fatto progredire il popolo? Che impronta ho lasciato nella vita della società?

Quali legami reali ho costruito?

Quali forze positive ho liberato?

Quanta pace sociale ho seminato?

Che cosa ho prodotto nel posto che mi è stato affidato?» ” (FT 197).

Cinzia Montevecchi

(2-fine. La prima puntata, “Alberto Marvelli. Al servizio del bene comune”, puoi leggerla qui)

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