Il Ponte

“La sofferenza avvicina alla verità”

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Il nemico si era aggiudicato per distacco il titolo di “libro più letto del Meeting” 2007. Il nuovo volume di Michael O’Brien, Il libraio, è destinato alla stessa meritata sorte. L’autore canadese, ospite del Meeting “O protagonisti o nessuno”, è stato uno dei “casi” dell’edizione 2008: affollato il suo incontro, un bagno di folla il momento delle dedicaces. Paragonato da alcuni critici al Benson de Il padrone del mondo e a Tolkien de Il Signore degli anelli (libro che peraltro cita spesso nel romanzo Il nemico), O’Brien è un canadese di 60 anni, sposato e con sei figli, pittore e scrittore autodidatta che ha all’attivo otto romanzi (di cui solo due tradotti in Italia, entrambi da San Paolo) e altri volumi di saggistica, pubblicati in diverse parti del mondo. Alto, barba e capelli grigi, occhi profondi, che spesso chiude per cercare meglio le parole giuste, chi cerca in O’Brien assonanze fisiche con il protagonista dei primi due romanzi rimarrà deluso. Il suo padre carmelitano Eliah è personaggio letterario: scelto dal Papa per affrontare il presidente dell’Unione Europea, l’uomo più potente della terra e destinato a diventare l’Anticristo, porterà nonostante tutto a termine la missione. Ma l’esito non è quello che ci si aspetta… Il libraio, invece, è un prequel, racconta cioè come l’ebreo Eliha abbia potuto salvarsi dalla furia dell’Olocausto, della Polonia, di Israele e della conversione.
Il libraio regala dialoghi profondi e appassionanti. In uno di questi, il cattolico Pawel dice all’ebreo David una frase che pesa come un macigno. “Ci sono fardelli, persino gravi, che aiutano il peso della vita di un uomo; e ci sono pesi che, quando sono tolti alla vita di un uomo, lo schiacciano”.
“Ho cercato di esprimere un paradosso: la sofferenza è dura da sopportare, e spesso non ci sono parole per alleviare il dolore, ma è necessaria perché solleva domande sulle vita alle quali ogni uomo deve rispondere. Allontanandoci dalla sofferenza non comprendiamo la verità, la bellezza e la gloria alla quale l’uomo è destinato. La sofferenza fa crescere la responsabilità”.
Nel primo romanzo ha affrontato l’anticristo, il secondo è un vaggio alla ricerca della figura paterna. Perché questa scelta?
“La paternità spirituale che Dio ha sulla vita di ogni uomo oggi è sotto attacco. Tante ideologie e forme di potere (dai tempi del falso umanesimo, all’illuminismo, fino al materialismo) hanno tentato o tentano di negare questa evidenza, che l’uomo è rapporto con il Padre creatore. Senza paternità riconosciuta l’uomo è in balìa di se stesso e può cedere alla violenza, mentre il riconoscimento di un Padre buono genera amore”.
Lei ha definito Il nemico un’apocalisse letteraria, ma alla luce della rivelazione cristiana. Come la mettiamo però con l’ignoranza religiosa diffusa: non si conoscono i Vangeli, come riconoscerne le tracce o l’antropologia cristiana in opere di finzione letteraria?
“I miei libri sono cristocentrici in vario modo: per la figura del prete santo protagonista, per le citazioni di Sacra Scrittura contenute in essi, per la presenza stessa della Chiesa nelle pagine dei romanzi. Non è importante ciò che tocca la mente del lettore, quanto ciò che bussa al suo cuore, ovvero la domanda: nell’esistenza c’è qualcosa di più grande di quel che pensavo? Chi è davvero Gesù Cristo?”.
Prima l’anticristo, ora l’Olocausto. Come trovare speranza nelle situazioni disumanizzate che lei mette al centro dei suoi romanzi, in cui l’amore sembra annientato?
“Il problema del male è drammatico. Gli orribili eventi che si sono verificati nel XX secolo ci scioccano, spezzano la fiducia in Dio. Come può l’uomo ritrovare la fiducia nel Padre fronteggiando mali così immensi? Gesù è la risposta, quello stesso Gesù inchiodato alla croce, che soffre per noi e con noi, ma il terzo giorno risorge indicando quale strada percorrere per giungere all’eterna gioia del paradiso. L’esperienza testimonia che c’è qualcosa nel cuore dell’uomo che può cogliere il bene anche in esperienze drammatiche”.
È la sua prima volta al Meeting. Che impressione ne ha ricavato?
“Qui ho percepito la presenza del Mistero, una comunione che non è la somma dei partecipanti, ma qualcosa di più, di spirituale. Si vede che c’è qualcosa d’altro, in questi padiglioni c’è qualcosa d’Altro presente ed evidente”.
O’Brien lei è anche pittore, e realizza icone, immagini sacre. Che rapporto ha con la bellezza?
“Stupirsi della bellezza è segno che viviamo, che riconosciamo una realtà più grande di noi: siamo mistero per noi stessi e davanti alla bellezza non possiamo che stupirci per la presenza di un Altro. La bellezza è strumento di questo riconoscimento misterioso, come i grandi compositori e artisti della storia hanno testimoniato con le loro opere”.
Nei suoi libri ebraismo e cristianesimo si incontrano di frequente. Quale dialogo ritiene possibile tra le diverse religioni?
“Quello fondato su un confronto vero e senza ambiguità è l’unica possibilità di incontro tra persone diverse, un dialogo che affermi con decisone chi si è. Non ci si può limitare ad un dialogo intellettuale – riprendo un concetto espresso dal Papa nel discorso pronunciato a Regensburg – bisogna implicarsi con chi si incontra, essere testimoni reciproci di un amore vicendevole”.

paolo Guiducci

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