Italia-S.Marino: a rimetterci è Rimini

    Un paese sull’orlo della crisi. Che si sente sempre più accerchiato. Braccato. Osservato. Denudato dei suoi averi. Un Paese che se non concederà all’Italia, e all’Europa, ciò che chiedono, rischia seriamente la bancarotta. Con tutto quello che ciò comporterebbe: un effetto devastante, un vero e proprio tsunami, anche sull’economia del circondario. Quella riminese, in primis. Economia già duramente provata dalle restrizioni messe in atto dal ministro delle Finanze italiano, Giulio Tremonti: il nemico numero uno della Repubblica di San Marino. Almeno a sentire la maggior parte degli abitanti del Monte Titano. La “sua” black list e il “suo” decreto incentivi, nel giro di pochi mesi, hanno fatto fuggire dalle casse della Rupe qualcosa come 8 miliardi di euro (il famoso scudo fiscale) e costretto oltre 1.400 aziende a chiudere i battenti. Imposizioni che hanno aperto una vera e propria crisi tra due Paesi fino a un paio di anni fa amici per la pelle. Ma che cosa vuole il Ministro Tremonti? Sostanzialmente una cosa: la trasparenza. Troppi istituti bancari, troppe finanziarie e quel “segreto” grazie al quale molto denaro di dubbia provenienza ha potuto dormire sogni tranquilli in tutti questi anni nelle casse della Repubblica. Finché San Marino non aprirà il vaso di Pandora, il “tesoriere” italiano terrà la Repubblica in scacco. Perché è questo che sta accadendo. Senza risorse proprie un Paese non può sopravvivere. E se intorno gli si fa terra bruciata, il risultato non può che essere uno. La bancarotta. Proprio per questo i governanti della più antica Repubblica del Mondo stanno cercando di correre ai ripari. Ma non è facile, perché a quanto sembra, Tremonti, finché non vede nero su bianco i cambiamenti, non vuole avere nulla a che fare con San Marino. In questi mesi hanno provato in tanti a incontrarlo, ma ha sempre rifiutato qualsiasi dialogo. La speranza è che si arrivi presto a una soluzione, altrimenti gli oltre 6mila frontalieri riminesi e tutto l’indotto economico che gravita intorno al Titano rischia di “saltare in aria”.
    Abbiamo parlato di tutto questo con Marco Tura, Segretario della Confederazione Democratica dei Lavoratori Sammarinesi.

    Dottor Tura, ma Tremonti è davvero l’orco cattivo?
    “Io credo che Tremonti abbia fatto molto bene il suo lavoro in Italia. Ricordo che nella primavera scorsa, in Europa, c’erano alcuni paesi a rischio fallimento: la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna e anche l’Italia era tra questi. La Grecia è in grandissime difficoltà così come l’Irlanda, oggi a rischio ci sono Spagna, Portogallo e Belgio, che si è aggiunto, mentre l’Italia, anche se molto lentamente, sembra venirne fuori. Per questo ritengo che Tremonti abbia fatto bene il suo lavoro. Detto questo credo che la crisi con San Marino, invece, sia derivata dalla paura del Ministro che sul nostro territorio possano circolare dei tesoretti della malavita, ma questo preoccupa molto anche noi. Bene fa Tremonti se riesce a limitare questo fenomeno o se riesce a circoscriverlo ad ambiti ben controllabili”.

    Quindi lei è favorevole alla richiesta di trasparenza che il Ministro italiano ha rivolto a San Marino.
    “Guardi, quello che abbia chiesto Tremonti veramente al nostro Governo non è noto. Però le posso dire che la trasparenza e lo scambio automatico delle informazioni non è una cosa che vuole solo l’Italia ma ce la chiede tutta l’Europa. Noi tra poco faremo un referendum per entrare nella Comunità Europea ma l’Europa ci ha già detto che se non metteremo in pratica quello che ci ha richiesto Tremonti non sarà possibile nessun ingresso. Per quel che mi riguarda lo scambio d’informazioni significa dare l’opportunità a una e all’altra parte di controllare cosa succede. Nel caso della malavita organizzata sarebbe uno strumento efficace per evitare che si possano far circolare soldi sporchi. Questo sarebbe un vantaggio per l’Italia ma anche per il nostro Paese”.

    Ritiene San Marino un Paese già in crisi?
    “Diciamo che è in atto una crisi che ha due aspetti: uno è legato alla crisi economica mondiale e l’altro ha un aspetto strutturale che si è creato nel corso del tempo. Probabilmente negli anni passati abbiamo goduto, per effetto della nostra dimensione ridotta e di un’organizzazione più agile, di benefici maggiori rispetto al circondario riminese. Questi benefici, però, non sono stati distribuiti in maniera equa, quindi molte persone si sono trovate, e si trovano, con un reddito leggermente superiore rispetto ai lavoratori italiani. Inoltre, un altro aspetto fondamentale, è che la gran parte di quei benefici sono andati verso settori che oggi non sono in grado di far fronte alla crisi del Paese. La chiave di tutto, però, almeno per il mio modestissimo parere, risiede nel fatto che se noi non ci mettiamo in testa di ripristinare con l’Italia un rapporto amichevole e collaborativo, rischiamo in futuro di fare quello che hanno fatto i nostri genitori nel dopo guerra, ossia espatriare per cercare lavoro perché San Marino non ha risorse proprie per autosostenersi, non ha, per fare un esempio, i pozzi di petrolio. Mi piacerebbe, però, che San Marino tornasse a essere quella che è stata durante la guerra, ossia un luogo dove hanno trovato rifugio più di centomila persone del circondario. Quella è la fotografia del nostro Paese, non questa che si sta venendo a delineare ora”.

    A proposito di circondario, è indubbio che San Marino rappresenti un indotto fondamentale per l’economia della provincia di Rimini, soprattutto perché è anche la sede di lavoro di quasi 6mila frontalieri. Crede veramente che tutto questo rischi di entrare in un tunnel senza via di uscita?
    “È chiaro che tutto quello che sposta gli equilibri determina delle conseguenze. Se mancano rapporti di trasparenza, chi ci rimette dal nostro punto di vista, sono in primis i lavoratori. Tutta questa situazione di enorme precarietà deriva dall’ultima Legge Finanziaria del Governo di San Marino che è stata fatta seguendo gli indirizzi della politica economica europea, ossia quelli di far fronte al debito pubblico contenendolo. L’America e altri paesi, per esempio, dapprima hanno investito sul debito pubblico e solo oggi che l’economia è ripartita, stanno adottando provvedimenti per contenerlo. L’Europa e San Marino, invece, hanno subito puntato sul suo contenimento. Ancora più nello specifico, il nostro Governo ha cercato di far fronte a questo problema, trovando dei provvedimenti che introiettassero un determinato numero di milioni di euro, venendo meno alcune possibilità che erano state previste inizialmente, a qualcuno è venuta in mente questa bellissima idea di togliere dalla busta paga dei lavoratori fiscalmente non residenti, perché questo è il termine tecnico, alcune centinaia di euro. Paradossalmente a essere maggiormente penalizzati sono i frontalieri che hanno i redditi più bassi e i nuclei familiari più numerosi. Riteniamo che sia una grossissima ingiustizia sociale, del resto la Carta dei Diritti di San Marino dice cose molto diverse e proprio per questo siamo ricorsi al Collegio dei Garanti ma anche alla Comunità Europea. La mia opinione è che tutto questo stallo si risolve solo se San Marino e l’Italia riusciranno a parlarsi per fare un accordo sulla doppia imposizione fiscale che a San Marino manca da troppo tempo. Ma non solo, insieme ai sindacati italiani stiamo cercando di far emanare una Legge Ordinaria al Governo dove, oltre alla franchigia che dovrà essere assolutamente innalzata dagli attuali 8mila euro, si estendano gli ammortizzatori sociali anche ai frontalieri che dovessero perdere il loro posto di lavoro a San Marino, perché naturalmente trattandosi di due Stati con due regimi fiscali diversi, con due normative diverse, delle differenze si creano”.

    Francesco Barone