La recente intervista televisiva all’ex sacerdote Alberto Ravagnani riapre il dibattito sul rispetto della dignità umana nel piccolo schermo. Tra il prezioso richiamo al pudore di don Maurizio Patriciello e la deontologia di un’informazione seria, il diritto inviolabile a custodire la propria intimità.
L’errore di fondo
C’è un errore di fondo che attraversa molta della cattiva televisione e del giornalismo contemporaneo: la pretesa di confondere i piani. La recente e discussa intervista televisiva del 4 novembre scorso che ha visto protagonista l’ex sacerdote Alberto Ravagnani, ospite in un programma condotto da Pierluigi Diaco, ha offerto il ritratto di un cortocircuito mediatico che merita di essere analizzato con serena lucidità, senza quella curiosità morbosa che abita spesso il pubblico dei social media e di certa tv. C’è una celebre lezione di Ludwig Wittgenstein secondo cui «su ciò di cui non si può parlare si deve tacere. I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». Mescolando la ricerca spirituale, la coscienza e le scelte di vita con le logiche implacabili dello showbiz e del giudizio sommario, cosa viene fuori? Mettendo, infatti, tante cose sul tavolo in maniera caotica si rende impossibile formare un pensiero corretto e adeguato.
Il terreno, del resto, è tra i più scivolosi. Sappiamo bene che la vicenda di Alberto Ravagnani ha diviso molto non solo l’opinione pubblica ma anche i nostri ambienti ecclesiali (non siamo qui ad affrontare un tema ampio che richiede rispetto, comprensione e conoscenza di tanti fattori a noi non dati). Da un lato vi è un uomo che ha scelto di lasciare il sacerdozio, molto presente sui social e che partecipa a una trasmissione tv; dall’altro un’intervista condotta non con la curiosità intellettuale del cronista, ma con i toni di un’inquisizione morale. E nel mezzo una platea social “dalla tastiera fumante”, pronta a brandire frammenti di Fede come clave per condannare l’uomo, dimenticando che il cristianesimo non è una commissione d’esame, ma un incontro di misericordia.
Il confine inviolabile: quando la domanda diventa violenza
Qui si apre una questione etica fondamentale che chiama in causa la deontologia professionale del giornalismo (disciplinata da regolamenti molto chiari). Esistono moltissimi giornalisti che lavorano con rigore, serietà, rispetto delle fonti e, soprattutto, della persona. Ma quando ci si sposta sul terreno dello spettacolo televisivo, troppo spesso si assiste a una deriva inaccettabile: l’uso della conduzione come uno strumento di pressione per “portare l’ospite dove si vuole”, forzandone le difese e il diritto a decidere quali argomenti portare in pubblico e quali, invece, da tenere nella sfera del privato. Oltretutto la trasmissione è avvenuta in piena fascia pomeridiana, con esposizione anche ad eventuali minori che potevano aver intercettato l’intervista.
Su alcune questioni intime e personali, infatti, un giornalismo serio riconosce che non si può e non si deve insistere. Pretendere di estorcere confessioni o esibizioni della propria sfera privata e delle aree più personali (e delicate) sotto i riflettori significa compiere una vera e propria violenza sulla persona. La regola aurea della comunicazione autentica è che se di un argomento voglio parlare, lo scelgo io; se non voglio farlo, nessuno – men che meno chi detiene il potere di un microfono in un programma tv – ha il diritto di violare quel perimetro. La dignità umana, infatti, viene prima di qualsiasi indice di ascolto.
Il valore del pudore: la voce di don Patriciello
In questo scenario di tempesta mediatica, assumono un valore altissimo le parole scritte da don Maurizio Patriciello in una recente lettera aperta pubblicata lo stesso giorno su Avvenire. Il parroco di Caivano ha fatto notare, infatti, un dettaglio decisivo: l’imbarazzo mostrato da Ravagnani di fronte a domande inquisitorie sulla propria sfera intima «gli fa onore».
Nella giungla dei talk show, dove sembra che tutto debba essere obbligatoriamente svelato e mercificato per soddisfare il “prurito” del pubblico – dice don Patriciello – il pudore diventa una forma di resistenza umana e spirituale. Don Patriciello ci ricorda, dunque, che la vera autorità morale non si conquista salendo in cattedra a impartire lezioni di coerenza sotto i riflettori, ma chinandosi sulle ferite dell’uomo reale. La persona nella sua interezza vale sempre infinitamente di più del personaggio televisivo dato in pasto alla gogna.
Ritrovare la misura
Il web e i social, alimentati da una religiosità spesso ridotta a bandiera ideologica, completano l’opera, scagliando giudizi sommari senza alcuna attenzione alla complessità della persona.
La vicenda di questi giorni ci lascia una domanda aperta e scomoda anche per chi fa informazione, ma soprattutto per chi è spettatore: vogliamo continuare a inseguire il clamore dei “casi” da talk show, oppure vogliamo recuperare la sobrietà di uno sguardo che sa distinguere il grano della ricerca umana dalla zizzania velenosa della spettacolarizzazione? La Fede ha bisogno di testimoni credibili, non di inquisitori catodici. E il giornalismo (quello vissuto da tanti) vive la sua vera e nobile dignità solo quando serve la verità della persona, difendendone la libertà e custodendone il pudore.
Eugenio Savino

