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Giovani inventori crescono al Fablab

Mentre i governi di tutti i colori arrancano per trovare la formula della “buona scuola”, ci sono insegnanti che prendono iniziative e le mettono in pratica senza aspettare nessuno, persino cercando finanziamenti da sé. È il caso dei Fablab, piccoli laboratori di innovazione manifatturiera che stanno iniziando a sorgere per iniziativa individuale in alcuni istituti tecnici e professionali. L’unico caso riminese è quello dell’ex Iti, ora Itig Belluzzi-Da Vinci che, gemellato con l’Itt Pascal di Cesena, forma dallo scorso ottobre il Fablab Romagna.
C’è la lavagna, ma nessuna lezione frontale. Ci sono gli insegnanti, ma nessuno interroga. C’è una classe, ma niente voti o verifiche: solo cose da fare. La funzionalità è l’obiettivo; la passione per creare la base; la concretezza lo stile. Il Fablab è aperto a tutti, non solo agli studenti, anche se ancora deve diffondersi il messaggio; basta avere un progetto da proporre.

Il drone. Il professor Riccardo Bianchi, responsabile del polo di Rimini insieme a Maurizio Conti, ha poco dell’archetipo del professore ingessato dietro a una cattedra. È seduto a terra con un paio di ragazzi a dare consigli. Ragionano attorno al drone che Giacomo, studente di quinta, è intento a realizzare per la sua tesina di maturità. Nonostante sia un oggetto sempre più diffuso, non c’è un manuale d’istruzioni per realizzarlo. “Le vie della matematica sono infinite come quelle del Signore – sorride Giacomo – . Non c’è un solo modo per realizzare un’idea. Il gruppo avanza proposte e si va per tentativi. L’importante è avere intuizioni che illuminino il percorso”. Ci si ispira ai forum di internet per imparare dalle esperienze altrui. Alla mattina i “prof” distribuiscono le formule fisiche e al pomeriggio provano a metterle in pratica, anche se “la preparazione dei nostri ultimi tre anni di specializzazione non è sufficiente a realizzare un attrezzo così complicato, per cui veniamo qui per fare delle prove”. E così piano piano il piccolo marchingegno vola sempre più in alto come la sua conoscenza.

Da braccio pesca-oggetti a stampante 3D. Ivan e Daniele, studenti di II, stanno cercando di trasformare il braccio pesca-oggetti di una sala giochi in una stampante 3D. Sono tra gli studenti fissi del laboratorio. “Preferisco queste attività alla scuola– ammette il primo – sono più pratiche e il tempo passa così più in fretta”. Quello che impara lo porta a casa dove ha creato un dispositivo che avvia le ventole del computer superata una certa temperatura. Daniele è qui per imparare la programmazione. Il Fablab mescola tra loro studenti di tutte le età. “È meglio che ci siano quelli delle classi superiori perché si impara da loro”. Ogni giorno il lavoro va improvvisato, non si segue un programma ministeriale e questo richiede una discreta dose di autonomia e di organizzazione. L’errore in cui si può incorrere? “Il non sapere. Veniamo qui con poca base pratica. La mattina si fa poco laboratorio, solo un paio d’ore a settimana”.

Akram, l’aggiusta pc. L’entusiasmo per il mini-laboratorio riminese muove Akram, studente di informatica. “Qui possiamo mettere in pratica le nostre passioni. A me piace smontare, sistemare e rimontare computer”. Ha cominciato con quello di casa e ora ha convertito la sua predilezione in un’attività utile per la scuola: ne sistema a decine, c’è anche chi li porta da fuori. Uno dei principi base del Fablab è proprio il recupero di oggetti malfunzionanti per ridare loro nuova vita. Così il ragazzo impara e le tasche della scuola, sempre più asciutte, ringraziano.
Due ragazzi della prima classe, Manuel e Patrick, sono alla prima esperienza, intenti ad installare un sistema operativo. Già da piccoli erano degli “smanettoni” di computer. Perché sono venuti? “A scuola si fanno cose più semplici a livello di programmazione”.
Andrea – anche lui studia informatica – è chino sul portatile a scrivere il software che metterà in funzione una serratura elettronica con tastiera e che realizzerà con qualche pezzo comprato di tasca sua su Amazon e Ebay. Già, perché i fondi sono pochi e talvolta gli insegnanti stessi attingono alle proprie tasche per rimediare i kit di lavoro per i ragazzi. “Nelle lezioni della mattina scriviamo programmi ma non ne vediamo l’applicazione – dice Andrea – invece nel Fablab l’approccio è più pratico, riusciamo ad andare sul fisico e a capire cosa può interferire col programma”, e indica le componenti elettroniche che ha montato. In un Fablab si lavora alla vecchia maniera di ogni laboratorio che si rispetti dai tempi di Galileo: con la sperimentazione e le verifiche. “Se monto i pezzi in un modo e vedo che il sistema non funziona, cerco di capire qual è il problema e faccio delle modifiche”. Del resto è così che si impara. “Ragionando solo in astratto non verrebbero mai in mente problematiche che invece incorrono con la messa in pratica”.

Mirco Paganelli