La ricchezza si concentra nelle mani di pochi, mentre lavoratori e pensionati sostengono gran parte del peso fiscale. Eppure, per finanziare sanità, scuola e servizi pubblici, le risorse potrebbero esserci: basterebbe chiedere di più a chi ha di più
“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività” (art. 53 della Costituzione italiana).
La concentrazione della ricchezza
Scrive Oxfam Italia (Organizzazione che da oltre trent’anni si occupa di lotta alla povertà) nell’ultimo rapporto, di gennaio 2026, intitolato “Nel baratro della disuguaglianza”: “I livelli di disuguaglianza nel mondo, già estremamente elevati, si stanno ulteriormente aggravando: tra guerre, tensioni commerciali e shock climatici, la ricchezza dell’élite globale ha raggiunto livelli record”.
Alcuni dati a supporto di questa affermazione: i 12 (dodici) miliardari più ricchi al mondo possiedono più ricchezza della metà più povera dell’umanità, ovvero di 4 miliardi di persone. Ricchezza di questi stessi miliardari che nell’ultimo anno è cresciuta ad un ritmo tre volte superiore alla media dei cinque anni precedenti.
Ricchi e poveri d’Italia
Dai conti distributivi della ricchezza delle famiglie italiane della Banca d’Italia, di giugno 2026, si legge: “Il 10% più ricco delle famiglie (italiane) detiene il 60,6 % della ricchezza netta totale (era il 52,1% nel 2010), mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 % (era l’8,5% nel 2010)”. Per ricchezza netta si intende il valore totale dei beni di una persona o di un paese (case, azioni, altri titoli, denaro liquido, ecc.) meno i debiti da pagare. Per Oxfam il 5% più ricco delle famiglie italiane è titolare di quasi la metà della ricchezza nazionale (49,4%). Stringendo ancora, lo 0,1% più ricco degli italiani (un gruppo di circa 50.000 adulti) ha visto la propria quota di ricchezza netta salire dal 5,5% al 9,4% tra il 1995 e il 2016. Nello stesso periodo la ricchezza del top 0,01% (5.000 italiani adulti più ricchi) è quasi triplicata, balzando dall’1,8% al 5%. Non è quindi casuale se il 91% dell’aumento della ricchezza nazionale, stimata in oltre 2mila miliardi di euro, avvenuta negli ultimi 15 anni, sia andata appannaggio del 5% più ricco dei nuclei familiari, a fronte di appena il 2,7% d’incremento “incamerato” dalla metà più povera delle famiglie.
In contemporanea l’Istat ci informa che più di un italiano su cinque, 13 milioni di persone, è a rischio povertà o esclusione sociale. Dire, a questo punto, che sono cresciute le disuguaglianze è superfluo.
L’origine dei redditi degli italiani
Per la contabilità nazionale Istat, che calcola tutti i redditi che formano il Pil (Prodotto Interno Lordo), anche quelli che non compaiono nelle dichiarazioni Irpef perché tassati in modo diverso, le principali fonti di reddito degli italiani per l’anno 2024 (sui redditi del 2023) sono: redditi da capitale 40,2%; redditi da lavoro dipendente 39,4%; imposte indirette 12,3%; affitti figurativi per le case di proprietà in cui si risiede 8,1%. Quindi non è il lavoro dipendente la fonte principale dei redditi degli italiani, ma quelli da capitale.
Chi paga le tasse in Italia
Vista l’origine dei redditi ci si attenderebbe che la stessa ripartizione comparisse come base imponibile Irpef. Invece non è così. I redditi da lavoro dipendente sono meno del 40% del totale, ma nella base imponibile Irpef coprono il 55% del totale. La seconda componente dei redditi Irpef è formata dai trattamenti pensionistici. Insieme, pensioni e redditi da lavoro dipendente, raggiungono circa l’85% dei redditi considerati ai fini Irpef. Gli altri redditi, compresi quelli di capitale, si fermano al 15%, mentre nei dati del Pil rappresentano la prima componente. Questo vuol dire che l’Irpef progressiva, che dovrebbe includere tutti i redditi, viene applicata a poco meno di mille miliardi di reddito prodotto, la metà circa del Pil. Il resto è esente, oppure soggetto a forme di tassazione di favore, con grossi sconti sul dovuto. Risultato: il 93% dei redditi sottoposti alla progressività dell’Irpef, come prescrive la Costituzione, sono redditi da lavoro dipendente e pensioni. Due categorie di contribuenti che hanno le trattenute alla fonte e garantiscono oltre quattro quinti del gettito totale Irpef (158,4 miliardi su 190 miliardi complessivi, nell’anno fiscale 2023).
False teorie sulle tasse
La battaglia sulle tasse è economica, di redistribuzione della ricchezza, ma anche politico-culturale. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso il fisco americano prevedeva 26 scaglioni di reddito, con aliquote che variavano da un minimo del 14%, ad un massimo del 70%. In Italia, tra il 1974 e il 1982, l’Irpef si calcolava su 32 scaglioni, con l’aliquota minima al 10% e la massima al 72%. Erano gli anni del dopo guerra e del boom economico in entrambi i Paesi. Affermazioni, che spesso si sentono ripetere come un mantra, che più tasse riducono lo sviluppo, e ovviamente il contrario, con meno tasse, in particolare per i più ricchi, si otterrebbe più crescita, sono smentite dalla storia e non trovano nessun riscontro nella realtà. Scrivono al riguardo Banerjee e Duflo, premi Nobel per l’economia 2019, nel libro “Una buona economia per tempi difficili”: “non esiste a oggi nessuna evidenza chiara di risposte economiche reali alle variazioni delle aliquote fiscali per la fascia più alta della distribuzione del reddito” (pag.208). È, invece, sicuro, certificato dai numeri, che l’esito finale di queste false teorie è, oltre ad un aumento delle disuguaglianze, una crescita generalizzata del debito pubblico (per via di minori entrate) che pagheranno le future generazioni (quello italiano di 3.200 miliardi di euro è il più alto d’Europa ed è passato dal 58% del Pil del 1980 a 136,7 % nel 2025). Un debito che ci costa, solo per pagare gli interessi, oltre 87 miliardi di euro l’anno. Cioè tre-quattro finanziarie.
Per una tassazione giusta
Questa premessa è stata necessaria per ragionare di un fisco giusto, come prevede la Costituzione. Perché è del tutto evidente che se continua la concentrazione della ricchezza dal lato di chi poi al fisco, cioè alle spese per servizi e beni collettivi, versa poco o niente, ma utilizza gli stessi ospedali, le stesse scuole e chiama la stessa Polizia se ha problemi di sicurezza e così via, i conti pubblici non reggeranno e l’alternativa sarà tagliare sanità, scuola, asili, sicurezza, ecc… La stessa recente enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas richiama la necessità, di fronte ai crescenti squilibri di ricchezza, di chiedere di più a chi dispone di maggiori risorse (par.162). Ma una vera riforma del fisco non si può fare senza mettere le mani all’intero sistema. Innanzitutto semplificando e disboscando la miriade di trattamenti di favore per questo o quel gruppo sociale, a scapito dei soliti lavoratori dipendenti e pensionati. In sostanza: allargando la platea della progressività.
La patrimoniale: condivisa dagli italiani
Di patrimoniali ne esistono due tipi: straordinaria, per i periodi di guerra o post catastrofi, ed una ordinaria, come la dichiarazione dei redditi. Non è una tassa nuova perché esisteva già nell’antica Roma e nel Medioevo. Negli anni Novanta del secolo scorso erano dodici i paesi europei ad applicare un’imposta sulla ricchezza netta; oggi la mantengono soltanto Svizzera, Spagna (che cresce molto più dell’Italia) e Norvegia. Ma quanto fa incassare allo Stato la patrimoniale? In Norvegia 2,4 miliardi di euro nel 2023. Ma il caso più rilevante è quello della Svizzera, chi l’avrebbe mai detto, dove il gettito raggiunge circa l’1,4% del Pil, equivalente a 7,5 miliardi di dollari nel 2018. Un’imposta analoga applicata in Italia produrrebbe oltre 25 miliardi di euro. Una intera manovra di bilancio. Nel 2024 l’economista francese Gabriel Zucman ha avanzato una proposta: prevedere che tutti i miliardari (cioè chi possiede oltre mille milioni di euro) paghino imposte pari ad almeno il 2% della loro ricchezza netta (attualmente sono tassati, spesso, meno dell’1 %). In Italia, un’imposta minima del 2% sui miliardari potrebbe generare circa 5,4 miliardi di euro di gettito, che salirebbe a 8,3 miliardi includendo i contribuenti con patrimoni superiori ai cento milioni di euro. Ricordiamo che lo 0,1% più ricco degli italiani è un gruppo costituito da circa 50.000 persone. E i miliardari italiani, a fine 2025, sono 79 (erano meno di 10 nel 1990). Non è nemmeno vero che gli italiani sono contro. Intervistati da Demopolis nel settembre 2024, per conto di Oxfam Italia, un campione rappresentativo di italiani alla domanda cosa bisognerebbe fare per rendere il sistema fiscale più equo risponde, il 63 % ha risposto che servirebbe un riequilibrio dell’attuale tassazione, spostandola dal lavoro ai redditi finanziari, profitti e grandi patrimoni. E alla affermazione se fosse preferibile pagare meno tasse ed avere meno servizi pubblici solo il 20% si dichiara d’accordo, mentre il 67% preferirebbe aumentare il prelievo a carico dei più ricchi per usufruire tutti di maggiori e migliori servizi pubblici.
Le obiezioni
La ricchezza è frutto di risparmio, a sua volta frutto di un reddito che è stato già tassato. Sarebbe come tassarlo due volte. Questo se tutti pagassero progressivamente il dovuto. Abbiamo visto che non è così e spesso sono i più ricchi ad avere le maggiori agevolazioni o non pagare nulla.
La seconda obiezione è che in Italia ci sono già diverse patrimoniali: IMU, imposte di bollo, di registro, di successione, ecc. Vero. Ma queste le pagano tutti, non solo i ricchi. Non sono progressive, tassano un singolo bene e non tengono conto della ricchezza complessiva. Posso avere una o dieci case e l’imposta di registro è sempre la stessa. Così pure la cedolare secca al 21%: se ho uno o cento appartamenti da affittare è la stessa. Terza obiezione: se li tassiamo i ricchi scappano. Potrà succedere, ma in piccoli numeri. Il presunto esodo dal Regno Unito di migliaia di miliardari, magari per trasferirsi, qualcuno, a Milano, di cui hanno parlato i media di tutto il mondo, era una pura e semplice bufala. Tanto che la blasonata società di consulenza Henley&Partners, che ha messo in giro questo falso, ha dovuto fare pubblica ammenda.
Comunque ci sarebbero degli antidoti, già applicati dagli USA per i redditi extraterritoriali degli americani.
La tassa di successione
Non è raro ascoltare ragionamenti del tipo: è ricco perché è stato intraprendente, ha risparmiato e lavorato duro. Affermazione a volte vera, altre meno. E queste seconde stanno aumentando. Stiamo parlando della ricchezza ottenuta non col duro lavoro, ma per eredità. Cioè per l’intraprendenza degli antenati. Un fenomeno in crescita, tanto che si comincia a parlare di una futura società “ereditocratica”. Ma anche qui, le eredità non sono tutte uguali. Attualmente quasi i 2/3 della ricchezza dei miliardari italiani è frutto di eredità. Un trasferimento di ricchezza che dal 1995 al 2016 è raddoppiato in termini di reddito nazionale (dall’8,5 al 15%). Le eredità che passano di mano ogni anno ammontano a 250 miliardi di euro, tassate con un’aliquota media dello 0,5% (ai tempi dell’imperatore Augusto si applicava il 5%!), tra le più basse nei paesi avanzati. Oggi, le tasse di successione procurano allo Stato italiano un gettito inferiore al miliardo di euro, a fronte dei 3 miliardi in Spagna, dei 7 miliardi in Germania e di 14 miliardi in Francia (Ocse). Una tassazione leggermente più alta sopra certi patrimoni (esempio: un milione di euro) potrebbe andare nella giusta direzione, senza impoverire nessuno. Questo anche a fronte di lasciti attesi, nei prossimi dieci anni, per almeno 2.500 miliardi di euro.
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