Al Teatro dell’Opera Roméo et Juliette di Gounod messa in scena da Luca De Fusco con la direzione di Daniel Oren
ROMA, 3 maggio 2026 – Difficile fare meglio di Shakespeare. Sono numerosi i compositori che hanno scelto come soggetto operistico la vicenda dei due innamorati di Verona, senza però mai raggiungere i vertici dell’originale.
A restare affascinati dai personaggi di Giulietta e Romeo non sono stati solo musicisti italiani (come fonte, del resto, Shakespeare aveva utilizzato una novella di Bandello): c’è anche il francese Charles Gounod, autore comunque molto legato all’Italia, visto che si era aggiudicato – ventunenne – il Grand Prix de Rome e, dunque, aveva compiuto parte della sua formazione nella capitale. Già durante il suo soggiorno a Villa Medici cominciò a musicare l’opera su un libretto in italiano; riprenderà il compito solo molti anni dopo, questa volta su un testo francese predisposto dalla collaudata coppia Barbier e Carré. Il debutto avvenne nel 1867 sul palcoscenico parigino, dove ottenne un immediato successo.

Il suo Roméo et Juliette, almeno in Italia, oggi non è però fra i titoli più gettonati: nel tortuoso percorso che porta dall’originale italiano all’inglese e poi al francese ha subito inevitabili trasformazioni, non sempre migliorative, che suscitano qualche perplessità. Il Teatro dell’Opera lo ha inserito nella stagione lirica di quest’anno, attivando un progetto di collaborazione con il Teatro di Roma – principale punto di riferimento della prosa capitolina – dove i titoli del periodo elisabettiano naturalmente sono di casa. La regia è stata così affidata a Luca De Fusco (divenuto nel 2024 direttore artistico, appunto, del Teatro di Roma), che riutilizzerà lo stesso impianto scenico per allestire, fra un anno, il dramma Peccato che fosse una sgualdrina di John Ford, epigono di Shakespeare, incentrato anch’essa su un tragico amore fra due giovanissimi.
Lo spettacolo costruito da De Fusco con sobrietà di mezzi – certamente un pregio che controbilancia una certa ridondanza musicale della partitura di Gounod – era affidato per la parte visiva a Marta Crisolini Malatesta che, oltre a firmare bei costumi diacronici, ha realizzato una scena pressoché fissa, dove si sovrappongono su più livelli delle arcate che sembrano ricordare quelle dell’Arena di Verona – città dei due protagonisti – dietro le quali si vedono scorrere delle immagini. Particolarmente efficaci le proiezioni del primo atto, che attraverso deliziose silhouette di animaletti svolazzanti suggeriscono il mondo della regina di Mab (la levatrice delle fate, figura mitologica assai cara a Shakespeare) di cui parla Mercuzio nel primo atto. Emblematica, poi, la piazza metafisica che s’intravvede dietro quelle arcate, quando si consuma lo scontro fra Capuleti e Montecchi – dove ogni tentativo di Romeo per mediare tra le due fazioni opposte risulta vano – e che porterà alla morte di Tebaldo e di Mercuzio: l’inequivocabile riferimento all’architettura fascista fornisce la misura di un conflitto violento quanto insanabile, come quello legato alla Repubblica di Salò. Località, non a caso, poco distante da Verona.
Più problematica la situazione sul versante musicale. La coppia protagonista era formata da Nino Machaidze, una veterana del ruolo di Giulietta, che – sebbene con la massima padronanza della linea di canto – delinea una protagonista tutt’altro che adolescenziale per taglia vocale: il soprano georgiano oggi possiede una caratura più adatta a grandi personaggi drammatici che al canto lirico-leggero. Il tenore Vittorio Grigolo riesce a disegnare un Romeo convincente in scena, sopperendo con un gradevole falsetto a quelle ascese acute inaccessibili alla propria estensione. Un tracotante Mercuzio e un inflessibile Tebaldo erano interpretati rispettivamente dal baritono Mihai Damian e dal tenore Valerio Borgioni, mentre il paggio Stéphano – ruolo qui ridotto a un’unica aria – era il mezzosoprano Aya Wakizono, non troppo a fuoco. Il baritono Christian Senn, padre di Giulietta, ha evidenziato un’intonazione discontinua, mentre il mezzosoprano Géraldine Chauvet era un’affettuosa Gertrude, la governante. Altro personaggio dimidiato dai tagli, quello del frate Laurent (e che qui non a caso interpreta anche il Duca di Verona), affidato al corretto basso Nicolas Courjal. Tra i comprimari spiccava il baritono Alessio Verna, che fa del piccolo ruolo di Gregorio un personaggio a tutto tondo.
Le perplessità maggiori riguardano però la bacchetta di Daniel Oren: il direttore fa suonare bene l’orchestra del Teatro dell’Opera, dando il meglio di sé nelle pagine drammatiche, dove è molto più a suo agio che in quelle liriche e sognanti. Tuttavia, incurante delle attuali consuetudini filologiche, effettua numerosi tagli alla partitura, anche di pagine che avrebbero meglio agevolato la comprensione d’una vicenda di cui non tutti hanno ben presenti gli snodi drammatici previsti da Shakespeare.





