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Estate 2026: il caldo estremo ridisegna l’economia europea. E anche la Romagna paga un prezzo alto

Dati angoscianti su Pil, agricoltura e vite umane: l’emergenza climatica soffoca il Vecchio Continente

Perdite miliardarie, fiumi a secco e 25mila vittime. Senza un Green Deal rafforzato, la crisi ambientale rischia di travolgere definitivamente l’economia e i territori

L’estate 2026 si sta chiudendo come la più calda mai registrata in Europa, con anomalie termiche tra +5 e +12°C e una sequenza di ondate di calore che ha prodotto effetti economici, ambientali e sociali devastanti. La realtà climatica dovrebbe far riflettere seriamente tutti coloro che in questi ultimi anni hanno operato per smantellare il Green Deal europeo: come ricorda il Grantham Institute, “gli impatti di un cambiamento climatico incontrollato ci costeranno molto di più di qualsiasi intervento”. Detto più esplicitamente, il Green Deal va rafforzato ed implementato, non indebolito. Non c’è e non ci sarà alcuna crescita della produttività e competitività, né un aumento dei redditi e del benessere nel contesto di una crisi climatica fuori controllo.
Le alte temperature hanno ridotto la produttività dei lavoratori del 2-3% per ogni grado oltre la soglia critica, secondo le Nazioni Unite. Allianz stima che tra il 2026 e il 2030 le perdite cumulative di Pil potrebbero raggiungere 240 miliardi di dollari per la Francia, 147 per l’Italia, 131 per la Germania e 120 per la Spagna. Solo in Germania, l’ondata di caldo di fine giugno ha causato 6,3 miliardi di euro di perdite di produttività.
La mortalità in Europa è elevatissima: 14.000 vittime nella sola ondata di fine giugno, oltre 25.000 nell’intera estate.
La siccità ha distrutto 9 milioni di tonnellate di cereali, pari a 2 miliardi di euro di mancati ricavi. Non solo il Po; i fiumi europei sono ai minimi storici: il Reno ha toccato il livello più basso dal 1880, costringendo le chiatte a ridurre l’80% del carico e rallentando la produzione industriale; il Danubio a secco ha messo in crisi le centrali nucleari ungheresi e rumene, con tagli alla produzione fino al 90%. Interi ecosistemi, e la loro biodiversità, sono sconvolti.
Gli incendi hanno bruciato 465.000 ettari nell’Unione Europea. Il ripristino costa fino a 10.000 euro per ettaro, mentre in regioni come la Gironda migliaia di imprese hanno chiuso e il turismo si è fermato. L’Italia è tra i Paesi più esposti: la siccità interessa il 60% del territorio, con impatti su agricoltura, manifattura e trasporti. Le perdite potenziali, secondo il Cmcc (Centro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), potrebbero raggiungere 74 miliardi di euro e 960.000 posti di lavoro con un riscaldamento globale di 2°C.
La Romagna vive una combinazione di fattori critici: caldo estremo alternato a violenti nubifragi, pressione sulle infrastrutture e aumento dei costi energetici. Le colture più sensibili hanno registrato cali significativi: frutticoltura in sofferenza (pesche, nettarine, albicocche); riduzione della resa del pomodoro da industria; vendemmia anticipata e minore gradazione zuccherina. La riduzione dei livelli idrici nei bacini romagnoli ha imposto turnazioni irrigue e costi aggiuntivi per gli agricoltori. In interviste apparse su Tg regionali alcuni agricoltori hanno dichiarato che perdurando questa situazione saranno costretti a chiudere, perché la crisi climatica rende non più programmabili e gestibili le loro colture. La stagione turistica ha visto buoni flussi, ma con costi operativi più alti: climatizzazione, manutenzione delle strutture balneari, gestione delle emergenze sanitarie. Nei giorni di caldo estremo la permanenza media dei turisti è diminuita, mentre gli operatori segnalano un aumento dei costi elettrici in linea con il trend nazionale. Le reti elettriche locali hanno registrato picchi di consumo. Sono aumentati i ricoveri per colpi di calore, soprattutto tra anziani e lavoratori all’aperto. Le aree urbane mostrano vulnerabilità crescenti: isole di calore, stress dei servizi e necessità di interventi di adattamento.
Il caldo estremo incide su produttività, logistica e costi energetici. A livello nazionale, il 36,6% delle Pmi presenta un rischio climatico “alto o molto alto”. In Romagna, dove la densità di Pmi è superiore alla media italiana, il tema è strategico per la competitività.
L’estate 2026 conferma che la crisi climatica è già un fattore economico. Accelerare la decarbonizzazione a livello globale e locale, abbandonando il più velocemente possibile il petrolio, il gas e il carbone a favore delle energie rinnovabili, unitamente all’adattamento strutturale al nuovo clima, è l’unica strada che abbiamo. Ogni ritardo diventa di anno in anno sempre più pericoloso.

Luciano Natalini