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Dimenticare la Storia

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Con Il Tamerlano di Vivaldi diretto da Ottavio Dantone si è aperta la stagione d’opera del Teatro Alighieri di Ravenna

RAVENNA, 14 gennaio 2023 – A cominciare dal titolo, Il Tamerlano ovvero la morte di Bajazet, Vivaldi chiarisce subito che accanto al protagonista nominale, il feroce imperatore tartaro, la figura del sultano turco è altrettanto importante. Un’ambiguità che viene ribadita da un’ulteriore, duplice distinzione: la partitura porta come titolo Bajazet e il libretto di Agostino Piovene – che guarda alla tragedia di Racine e assai meno alla realtà storica – reca invece la denominazione Tamerlano. Del resto, undici anni prima, anche nell’omonima opera di Händel (la più illustre del lungo elenco di melodrammi dedicati al medesimo soggetto) il massimo rilievo drammaturgico lo assumeva il personaggio di Bajazete, che diventava occasione per concepire il ruolo del baritenore: una novità vocale di grande rilievo e che spianerà la strada all’Idomeneo di Mozart.

Filippo Mineccia (Tamerlano), Federico Fiorio (Andronico), Delphine Galou (Asteria) ©Zani-Casadio

La ‘tragedia in musica in tre atti’ di Vivaldi, andata in scena a Verona nel 1735, ha inaugurato la stagione d’opera del Teatro Alighieri di Ravenna, frutto di una coproduzione con altre quattro città. Punto di forza dello spettacolo l’esecuzione strumentale affidata all’Accademia Bizantina: gruppo di ottimi musicisti (un nome per tutti, il concertmaster Alessandro Tampieri) che quest’anno festeggia quarant’anni di attività. Collocato non in buca ma a livello della platea, così da renderlo ancor più protagonista, l’ensemble era diretto come di consueto da Ottavio Dantone, in particolare sintonia con la musica di questo periodo storico, che riesce a interpretare attraverso sonorità sempre idiomatiche.

Il Tamerlano è comunque opera problematica, perché – secondo le consuetudini del tempo – Vivaldi ricorre a vari autoimprestiti e utilizza anche brani di altri compositori: tre sono di Geminiano Giacomelli, uno di Hasse, uno di Riccardo Broschi (fratello del leggendario Farinelli) e un altro ancora di Porpora (maestro, invece, del celebre cantante); sono tutti di mano vivaldiana, invece, i tanti recitativi. Si può parlare, insomma, di un vero e proprio pastiche, anche se Vivaldi preferiva l’espressione, molto più raffinata, di «opera in parte di altre teste». In verità una certa disomogeneità stilistica si avverte, ma – paradossalmente – l’eclettismo finisce per rappresentarne il maggior motivo di fascino. L’eterogeneità iniziale, visto che di cinque arie del Tamerlano sono sopravvissute soltanto le parole, viene pure aumentata per scelta di Dantone che ha sostituito la musica mancante con altra coeva, talvolta dello stesso Vivaldi. È però il fantasma di Farinelli che sembra aleggiare sull’intera opera, con arie spesso di tremenda difficoltà, che sottopongono a dura prova gli interpreti vocali.

Il controtenore Filippo Mineccia è riuscito a imprimere una certa tensione drammatica a Tamerlano, ma a prezzo di un canto di spinta con effetti talvolta stridenti. Dopo una lunga esperienza maturata nel repertorio primo ottocentesco, Bruno Taddia – nonostante qualche stimbratura in basso – è stato un espressivo Bajazet, personaggio che si caratterizza soprattutto attraverso recitativi. Nei panni di sua figlia Asteria, cui toccano forse le arie più belle, Delphine Galou ha mostrato qualche limite di sonorità nella zona grave. Il suo innamorato Andronico era un altro controtenore: Federico Fiorio, voce non molto penetrante, ma sempre precisa e corretta. Al soprano Marie Lys, la principessa Irene promessa sposa di Tamerlano, sono assegnate tre arie: Qual guerriero in campo armato, funambolica per estensione e continui cambiamenti di altimetria, Sposa son disprezzata (di cui peraltro è autore Giacomelli) e una terza, Son tortorella, dalla scrittura più semplice e dove il soprano è riuscito a dare il meglio. Nel ruolo en travesti di Idaspe ha ben figurato Giuseppina Bridelli, in particolar modo nella impervia sua prima aria Anch’il mar par che sommerga.

E se le voci non sempre bastano a dare quell’idea del “meraviglioso” veicolata dal barocco, il regista Stefano Monti, autore anche della scenografia (in cui troneggia un monolite) e dei costumi (splendido quello di Andronico), riconduce tutto a una dimensione atemporale. Negli intenti, la scelta dovrebbe servire a valorizzare quello che oggi viene individuato come il più rilevante tratto di modernità del barocco: dalla fluidità di genere dei personaggi all’intercambiabilità semantica delle arie.

Lo spettacolo arpeggia su diversi linguaggi e utilizza anche i suggestivi video in 3D di Cristina Ducci. Per dare corpo agli “affetti” che agitano ogni personaggio, tutti sono affiancati da un doppio, ma nonostante la bravura dei sei danzatori della DaCru Dance Company con i loro fascinosi movimenti coreografici firmati da Marisa Ragazzo e Omid Ighani, il meccanismo mostra rapidamente la corda, creando inutili distrazioni. E il rischio, continuamente in agguato, diventa quello di scivolare nella maniera.

Giulia Vannoni

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