Da fine settembre, per settimane, le strade francesi hanno bruciato. E ancora oggi non sono spente del tutto. Hanno bruciato perché gli studenti hanno organizzato una enorme mobilitazione di rilievo nazionale (circa 162mila i manifestanti) che ha portato al blocco delle attività di centinaia di istituti tra licei e università. Mobilitazione che, in alcune città, è sfociata in scontri violenti. Migliaia le persone fermate, centinaia di feriti tra poliziotti, studenti e personale scolastico. E che, purtroppo, ha ispirato anche il nostro Paese, come le recenti immagini degli scontri in diverse città italiane, soprattutto a Milano, dimostrano. Le motivazioni delle proteste, infatti, sono legate a questioni che non nascono certo oggi e che accomunano il nostro contesto con quello francese: carenza strutturale di docenti e classi sovraffollate situate in edifici sempre più degradati, solo per citarne alcune. A cui, in Italia, si aggiunge il tema vergognoso degli alloggi e del carovita per gli studenti. Ma non solo scuola: tutto questo è solo l’ultima goccia nel vaso di una generazione sempre più frustrata e smarrita, perché ignorata e trascurata.
Dato il contesto, quindi, sarebbe ottuso (e un po’ ipocrita) rimanere sorpresi da questa violenza. Che, attenzione, non è giustificata o giustificabile. Ma diventa naturale conseguenza. Perché quando la rabbia ribolle, coloro che fanno a gara per sfruttarla e veicolarla trovano terreno fertile per i propri scopi. Il problema è a monte, sulle ragioni della rabbia. E qui bisogna parlarsi chiaro: qual è stata, negli anni, la risposta del mondo “adulto”? Da parte di genitori ed educatori, inadeguatezza, indifferenza e sottovalutazione. Da parte dei decisori politici, tagli all’istruzione (anche per sostenere spese per guerre che nessuno vuole), logiche repressive al posto del dialogo, il tutto mentre aule ed edifici continuano a cadere a pezzi. Oltre a nessun intervento reale sul carovita. Le uniche risposte concrete? Una sequela di “decreti sicurezza” che mira a disinnescare in senso illiberale il diritto alla protesta e un generale scherno verso qualsiasi tentativo di rivendicazione pacifica giovanile, perché in fondo, nell’epoca dei social, il dileggio vale più voti del dibattito. Il risultato? Nuove generazioni sempre più stufe di lottare contro i mulini a vento, di accontentarsi degli avanzi, educati a chiamare le ingiustizie sacrifici. Se tutto è finalizzato a incattivire le persone, prima o poi il punto di rottura arriva. E a perdere siamo tutti noi.

