Ce lo terremo per l’Eternit…à?

    La tematica è complessa, ma vogliamo farne un discorso semplice. Questa è la premessa.
    Si parla di amianto. Si parla di lamiere, tettoie, manufatti realizzati con un materiale il quale utilizzo è stato bandito dal Paese nel 1992 (legge 257). Allora ci si rese conto che ciò che sino a quel momento veniva incentivato nell’utilizzo, in realtà era dannoso per la salute quando – danneggiato – rilasciava nell’aria fibre e polveri “irrespirabili”. La fase del proibizionismo, il post ’92, si è caratterizzata per la “caccia all’amianto”, in particolare all’eternit (cemento-amianto), mappe e mappe a segnalare dove era stato istallato per favorire i futuri interventi di bonifica. A 10 anni dalla 257, la Regione Emilia Romagna pensa di mappare tutto il territorio, provincia per provincia, Rimini compresa, e con il progetto Togliamocelo dalla testa produce una gran quantità di carte e cartine sul dove, come e quando, relativa in prevalenza a edifici pubblici. Quindi: scuole, teatri, chiese, ospedali, persino lo stadio “Romeo Neri ” si è scoperto essere “contaminato” dall’utilizzo dell’eternit.
    Ora, a 2009 quasi concluso, si può dire che qualcosa non ha funzionato. La mappatura sì, quella è stata precisa e puntuale, con le bonifiche si è intervenuto un po’ qua e un po’ là, ma il punto ora è un altro. Il punto ora è che nelle campagne tutt’intorno non è proprio una rarità andare a sbattere contro tettoie abbandonate, buste piene dei “resti” di coperture, tubi e altro. Il punto ora è: se questo materiale è dannoso solo se sfaldato o in cattive condizioni, a causa delle fibre che rilascia, perché si permette che venga abbandonato per strada, a contatto con la terra, con le falde aquifere, con l’aria?

    La storia
    Facciamo un passo indietro e raccontiamo una storia.
    Sant’Aquilina, frazione di Rimini. Circa tre mesi fa in una piazzetta di sosta (quella dopo il Velvet) che ospita dei normali cassonetti di raccolta di rifiuti urbani compare una montagnola di sacchi. “Erano quasi una cinquantina. – racconta S., residente in zona – Sacchi bianchi e chiusi. Sono rimasti lì a lungo, uno dei sacchetti nel frattempo si era pure aperto e io ho visto con chiarezza che si trattava di quel che rimaneva di una tettoia di eternit”.
    A questo punto S. chiama Hera, e qualcuno viene a prendersi la metà dei sacchi, l’altra metà rimane lì, verrà rimossa tempo dopo.
    
    “Ci sono rimasta male a vedere come è stato portato via, senza nessuna attenzione, con una piccola gru che tirava su… alzando un polverone!”.
    Intanto i residenti di Sant’Aquilina chiamano l’Ausl e fanno notare che quei cassonetti favoriscono lo scarico abusivo. Un ufficiale sanitario si reca sul posto, prende atto della situazione e sentenzia: “i cassonetti da quella piazzola devono essere rimossi in quanto rappresenta un posto di facile scarico”. La storia si chiude qui. Però S. dopo aver temuto il peggio si decide a rimuovere dalla sua abitazione la tettoia in eternit che ricopre il capanno attrezzi.
    Da qui la cosa semplice diventa difficile.

    Da semplice a difficile
    Sono un cittadino, vedo l’amianto per strada e faccio una segnalazione, che succede?
    Silvia Bugli, dall’ufficio Ambiente del Comune di Rimini spiega cosa accade: “Possono accadere tante cose. Intanto il discorso cambia notevolmente se il materiale in questione è classificato come rifiuto oppure no (in base alle caratteristiche indicate nel Testo unico ambientale rifiuti, 152/06, ndr). Non è detto che tutto il materiale di quel tipo venga classificato come rifiuto”. Infatti ci sono dei casi in cui il materiale è in buono stato oppure se bonificato e isolato può rimanere ancora in uso. Ma appurato che quel “caso” è un rifiuto?
    “Allora si avvia un procedimento, si stila un piano di rimozione che verrà approvato dall’Ausl e poi si procede con la rimozione. Rimuovono ditte private se il rifiuto è in casa di qualcuno. In altro caso (abbandono, per esempio) rimuove Hera che è la società che deve occuparsi dei rifiuti urbani e siccome quel rifiuto si trova sul suolo pubblico, quel rifiuto è urbano, e viene rimosso”.
    I tempi sono tendenzialmente brevi, trenta giorni dall’avvio del procedimento. Poi, a cose fatte, al Comune viene data comunicazione dell’avvenuta rimozione e il cerchio si chiude. Se il soggetto è privato e non provvede alla rimozione, dopo che è stata riconosciuta la pericolosità del rifiuto che si tiene in casa, allora si cade nel “penale” e le cose vanno avanti.

    Un qui pro quo
    E dopo? Come viene trattato questo materiale?
    Nel caso di ditte private (iscritte all’albo degli smaltitori) l’eternit viene smontato e incapsulato, trattato con collante lastra per lastra, termoavvolto, etichettato e smaltito in discarica. Quando il rifiuto è sul suolo pubblico ci pensa Hera. Ma Hera dice no, non ci pensa lei, come è possibile? Dalle stanze dell’azienda precisano che: “No, Hera non possiede i requisiti per recuperare quel materiale. Non stiamo parlando di un rifiuto qualsiasi ma di un rifiuto speciale per il quale sono necessarie competenze e permessi particolari che questa società non possiede”. E la palla passa di mano.
    Dall’Ambiente del Comune ci confermano che: “noi abbiamo come referente Hera e chiamiamo loro. Se poi, loro, chiamano qualcun altro, perché non sono abilitati, noi non possiamo saperlo. Tanto è vero che quando ci arriva una segnalazione si scrive per competenza a Hera e per conoscenza all’Ufficio Ambiente”, conferma Silvia Bugli.

    Hera o non Hera
    A questo punto chi è che se lo va a prendere questo amianto? Chi sono le persone che S. ha visto a Sant’Aquilina “alzare quel polverone”?
    A domanda, Hera risponde: “Premesso che stiamo parlando di un reato, nel caso in cui siamo davanti ad abbandono indiscriminato di materiale pericoloso, Hera interviene su tutti i territori della provincia utilizzando i servizi di un privato: la ditta riminese Nuova Ecoedil”. Arcano svelato.
    Hera o non Hera, bisogna capire se e quando questo eternit può definirsi rifiuto urbano o “altro”. Perché da quel che si è capito se è in casa è “altro” se è abbandonato è “urbano”. Ma basta questo a definirne la natura?
    A questa domanda può rispondere solo Ato, che stila un regolamento di gestione dei rifiuti. Risponde Carlo Casadei, Direttore di Ato Rimini: “No, non può essere definito rifiuto urbano, nell’accezione generica. Per gestire questo materiale sono necessarie competenze e tecniche di sicurezza specifiche. È una cosa di cui si occupano in Provincia”.
    A stretto giro di posta dall’amministrazione provinciale di Rimini, rispondono:
    “Le Province hanno competenza dei controlli sulla gestione dei rifiuti. In Regione, queste vengono esercitate tramite ARPA territoriali. In situazioni particolari, oltre il monitoraggio e il controllo, si possono demandare le attività alle Polizie Provinciali (ciò è accaduto in limitati casi sul territorio riminese). I piani di smaltimento non hanno niente a che fare con la normale pianificazione ma si tratta di progetti di bonifica di soggetti pubblici e privati sottoposti ad approvazione da parte dell’Ausl. Le Province infine, autorizzano le aziende che fanno attività di smaltimento rifiuti”.
    Una cosa almeno l’abbiamo definita, una cosa è certa: l’amianto è pericoloso, non può definirsi rifiuto “semplicemente” urbano. Se capita, quando strettamente necessario, Hera lo raccoglie ma con i dovuti accorgimenti.

    I cugini di Forlì-Cesena
    Ma visto che le certezze non sono di questo mondo arriva subito la smentita. E basta spostarsi di qualche decina di chilometri, nella provincia di Forlì-Cesena. Qui, Ato 8 ha inserito “l’amianto” nel suo “Regolamento di gestione dei rifiuti urbani e assimilati” (approvato con del. Ato n. 3/06). A confermarci il tutto il direttore Massimo Bulbi. Stiamo parlando di un documento che risale al 2006, nel quale nella classifica dei rifiuti “urbani e assimilati urbani, ai fini della raccolta” rientra: “materiale contenente cemento-amianto purché conferito da privati cittadini per un quantitativo massimo di 300 kg per ritiro”.
    Qui sì, che le cose da complicate diventano semplici.
    “Essendo questo rifiuto inserito nell’elenco, nei Comuni che poi sarebbero la stessa Ato, (che delibera per 30 Comuni in presenza di 30 Comuni, ndr), i cittadini possono chiamare il Municipio di appartenenza e far ritirare il «pacco» a patto che sia di peso inferiore ai 300 kg”, conferma Bulbi. Hera va a prenderselo a casa, senza costi aggiuntivi, perché l’essere in “elenco” comporta pure, che la rimozione di questo materiale sia contemplata in tariffa. A Cesena, Hera, non ha problemi perché aveva pregresse competenze per trattare questo rifiuto, per cui manda a casa del richiedente un kit di bonifica, spiega cosa e come trattare il rifiuto in modo non pericoloso (mascherina, guanti, materiale isolante, etc… c’è un lungo e dettagliato libretto istruzioni) e poi passa a prenderlo oppure stabilisce particolari spazi dove portarlo.
    Tutto torna. Dall’Ufficio ambiente del Comune di Cesena, Enrico Bonavita, spiega che: “Essendo un rifiuto particolare è un bene per i cittadini e per tutti che venga smaltito in modo corretto e che non si favoriscano gli abbandoni che andrebbero poi a diventare pericolosi per la collettività”. Addirittura, in data 10 febbraio 2009, il Comune di Cesena pubblica un bando – ponendo delle condizioni, ovviamente – nel quale mette a disposizione 20mila euro, 400 euro a intervento, per favorire lo smaltimento del materiale presente sul territorio. Anche Ravenna ha adottato (agosto del 2009) una soluzione simile a quella di Forlì-Cesena fissando il tetto massimo ai 250 Kg.

    Sorgono due domande
    Le domande che sorgono osservando il caso Forlì-Cesena sono due.
    Prima: non sarebbe forse necessario, da parte dei Comuni, incentivare un corretto smaltimento per evitare l’abbandono? (visto che i costi con ditte private vanno dai 9 ai 15 euro a metro quadro).
    Seconda: perché Hera Cesena-Forlì ti dà la possibilità di avere un kit di “bonifica”, mette i costi in tariffa e Hera Rimini no?
    Su questa questione da Hera sono molto chiari: “A suo tempo si fece la scelta di lasciare questa cosa in mano ai privati. Non è sembrato giusto che i costi di un singolo cittadino andassero a impattare sulla tariffa che è invece cosa di tutti. Poi, trattandosi di un rifiuto pericoloso, la ditta privata, fa un lavoro completo. Invece nell’altro caso (chiamiamolo pure il caso Forlì-Cesena, ndr) sarebbero stati i cittadini a doversi fare carico della bonifica. È un problema di sicurezza, fondamentale dal nostro punto di vista”.
    Rimane di dare la risposta alla prima domanda. Invitiamo l’assessore all’Ambiente del Comune di Rimini, Andrea Zanzini, a farlo.

    Angela De Rubeis