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ALLA RICERCA DEL CONFINE SACRO

CONTROVERSIA RUBICONIS (2). Prosegue la ricerca che indaga sull’identificazione del Rubicone: il fiume è in realtà da individuare nel sistema Marecchia-Uso?

 

Il ramo del Marecchia permette al Rubicone di diventare il nuovo pomerium voluto da Silla nell’81 a.C., poiché è l’unico fiume che risponde simultaneamente ai criteri di distanza, potenza idrica e urgenza strategica che permisero a Cesare di cambiare il corso della storia. L’intuizione di Bartolomeo Borghesi è oltremodo significativa: lo studio del miliario trovato a San Vito (VII miglio) che cita la tratta Arimino-Placentiam conferma che in quel punto esatto avveniva il passaggio tra la competenza cittadina di Rimini e la grande arteria consolare che portava in Gallia. Quel punto di transizione era, de facto, il potenziale confine del Rubicone varcato da Cesare. Ariminum era, infatti, la prima città d’Italia che si incontrava dopo il Rubicone. Avere il confine in prossimità del fiume che la bagnava, rendeva Rimini “la porta dell’Italia”.

Appena attraversato il ponte, si era dentro il pomerium e dentro il territorio della città sacra a Roma. Questo spiega perché l’occupazione di Rimini e il passaggio del fiume siano narrati quasi come un unico evento simultaneo. Del resto, se il Rubicone fosse stato l’attuale Fiumicino (a Savignano, o l’Urgone a Calisese, ancor più lontano), tra il confine e Rimini ci sarebbero stati almeno 20 km di terra di nessuno. Sarebbe un errore pensare che Ariminum fosse tagliata fuori dal fiume Rubicone: quest’ultimo, passando nella zona nord di Rimini, non tagliava fuori la città, semmai la conteneva e la interessava in maniera assiale, dirimente e preminente, almeno fino al VII miglio.

 

Seconda obiezione

Come si spiega la scomparsa del nome del fiume Rubicone? Come sappiamo, già nel Medioevo, il nome Rubicone sopravvive solo nella tradizione erudita e cartografica, ma in forma ormai imprecisa; col passare del tempo, esso risulta identificabile solo in altri fiumi con denominazioni diverse. Il termine Rubicone scompare dai documenti locali, sostituito sostanzialmente da nomi quali Fiumicino, Urgone-Pisciatello, Uso. Leggiamo ora le parole di Strabone nella Geografia (V, 2), che forse più facilmente si prestano all’interpretazione cesenate del Pisciatello-Urgone: Initio quidem fines inter Italiam et Celticam statuebantur ad flumen Aesim; deinde ad Rubiconem. Est autem Aesis inter Anconam et Senam Gallicam; Rubico vero inter Ariminum et Ravennam; uterque in Adriaticum mare influit. Ovvero: In principio si stabilivano i confini tra l’Italia e la Celtica al fiume Esino; in seguito al Rubicone. L’Esino è tra Ancona e Sena Gallica; il Rubicone invece è tra Rimini e Ravenna; entrambi sfociano nel mare Adriatico. Il passo termina indicando la distanza tra Rimini e Ravenna, circa trecento stadi (uno stadio sono circa 185 metri). Se convertiamo la misura in chilometri, considerate le aree di influenza antiche di Rimini e Ravenna, le distanze ci portano a considerare che il Rubicone possa più facilmente coincidere con il Savio, al limite, l’Urgone. Purtuttavia, Strabone non ci dice che il fiume si trovava perfettamente nel mezzo tra l’una e l’altra giurisdizione; e non ci dice per quanti chilometri si estendesse la zona di Rimini o di Ravenna. Il fiume vanta ulteriore documentazione degna di nota oltre a Strabone: principalmente, Boccaccio, l’antica Pieve di San Martino e, un’eventuale pertinenza etimologica: Urgòn sarebbe la naturale deformazione dialettale di Rubicone avvenuta nel corso dei secoli.

Eppure anche qui i dubbi restano: se Boccaccio si sia accostato comodamente a Strabone e se l’antica Pieve possa avere preso il nome per demarcare necessità territoriali delle diocesi di Rimini e Cesena o per aggiudicarsi il prestigio del fiume. Mentre, l’etimologia del fiume Urgone potrebbe anche derivare dalla parola “orcia” la cui origine risale all’etrusco urchu ed è legata alla gens dell’imperatore Claudio, nello specifico, a sua moglie Plautia Urgulanilla, così come riscontrabile anche in altri casi: “il fiume Orcia” tra Lazio e Toscana, ma anche l’Orco “nome di un torrente piemontese il cui nome latino era Orgus”, mentre si può attestare il fiume Orgone in Corsica.

Il nome Urgo, Orgon non è del tutto estraneo nemmeno ad altre entità geografiche territoriali: “dacché l’isola che sbarra quasi le foci dell’Arno chiamossi sempre, secondo i vari dialetti d’Italia, e chiamasi tuttora Urgo, Orgon, Gorgona” (cfr. Vademecum, cit., e C. D’Adamo, Sardi, etruschi, italici nella guerra di Troia, Pendragon, Bologna, 2011, p.67 e A. Mazzoldi, Delle origini italiche, II ed., vol. I, Gio. Silvestri, Milano, 1846, p. 308).

Ora, se l’Uso era ingrossato dal Marecchia, questo nuovo corso d’acqua che si creava diventava la prima vera rottura del paesaggio dopo Rimini: per Strabone era psicologicamente e politicamente corretto anche in questo caso dire “tra”, perché, una volta passato il Rubicone Marecchia-Uso, eri già fuori dall’Italia e in viaggio verso Ravenna. Da un lato del Rubicone c’era l’influenza di Rimini, dall’altra sponda del fiume cominciava quella di Ravenna. C’è un punto, poi, che spesso si trascura in questa disputa. Prima dei romani il fiume Ariminum era un tempo a bagnare la zona di contatto tra i Galli Boi e i Galli Senoni.

L’etimo Ariminum deriverebbe infatti dalla forma idronimica Arimino – riferita al fiume che segnava il passaggio a sua volta riconducibile alla locuzione Ad Limen, nell’accezione di “soglia” o “sulla soglia”, ossia, “confine” – cfr. A. Buratta e P. G. Molari, Cesare alla conquista di Roma: il guado dell’Ariminus (Rubicon), la conquista di Ariminum da parte dei Galli ed il terrore, Bologna, 2022, pp. 1-44. – E se, come detto, tale fiume spostava un suo ramo di travaso verso nord, il suo prestigio e il suo significato si sarebbero anch’essi travasati nel corso d’acqua di confine dei romani. Il Marecchia è uno dei pochi fiumi della zona che ha mantenuto una forte identità nominale legata alla città; tuttavia anche il nome classico Ariminus iniziò a sbiadire insieme all’autorità romana. Il termine Maricula (piccolo mare) compare nei documenti medievali (spesso atti notarili o bolle papali) intorno al IX-X secolo.

Perché prese questo nome? In quel periodo, a causa delle mancate manutenzioni, il fiume spanciava così tanto nella pianura riminese da sembrare, appunto, una laguna fangosa, un piccolo mare. In questo arco di tempo si perde definitivamente anche la localizzazione del fiume Rubicone, ex confine fisico, perché il paesaggio era diventato irriconoscibile rispetto all’epoca di Cesare. Gli storici medievali, non trovando più un corso d’acqua limpido e segnato, iniziarono a cercare il Rubicone altrove, spostando l’attenzione sui fiumi più a nord che erano rimasti tutto sommato più incanalati e riconoscibili. La morte del Rubicone nell’area Marecchia-Uso, e la nascita della Maricula, sono lo stesso evento causato dal fango e dall’abbandono delle opere idrauliche romane.

Plinio il Vecchio scriveva per un pubblico che voleva capire la geografia politica. Quando delinea i fiumi AriminusArpusa, flumen Rubiconem, sta probabilmente comunicando una lettura per apposizione: il prodotto della confluenza dei due fiumi o, più facilmente, il fiume Uso, per la legge romana, corrispondeva al famoso Rubicone. Nell’antichità romana, non era nemmeno raro che un elemento geografico possedesse una doppia identità: una fisica e una funzionale. Il nome dei fiumi AriminusAprusa rappresentavano il nome geografico e quotidiano del fiume, utilizzato da abitanti e mercanti per identificare il corso d’acqua che bagnava la città. Al contrario, il nome Rubicone fungeva da designazione giuridica: esso indicava la sua funzione di confine di Stato tra la Gallia Cisalpina e l’Italia. Una volta che l’Impero si espanse e quella frontiera politica perse valore legale, il nome giuridico Rubicone decadde più facilmente.

 

Terza obiezione

La si potrebbe sollevare in merito alla logica delle distanze sulla base della Tabula Peutingeriana e sul colore rosso, argomenti alquanto dibattuti nella storiografia del Rubicone. La centuriazione di Cesena è orientata seguendo i suoi corsi d’acqua. Il Marecchia appartiene a un sistema idrografico e agrario diverso, quello riminese.

Il Marecchia è un fiume lungo e tortuoso che ha cambiato corso nel tempo come la maggior parte dei fiumi di Romagna. Le mappe geologiche della Regione Emilia-Romagna confermano la natura mobile e ramificata del Marecchia. L’analisi degli alvei non mente: mentre le piogge e gli uomini spostano i confini e i fiumi, la terra conserva la cicatrice del passaggio dell’acqua per millenni. Se il cippo che segna l’inizio della tratta Ariminum-Trebbia è stato trovato proprio tra San Vito e San Mauro Pascoli, significa che per i romani di quell’epoca il “sistema Marecchia-Uso”, con un ramo del primo fiume che sfociava nel secondo, il confine amministrativo di Rimini, iniziava proprio lì. Guido Achille Mansuelli ( Le strade romane e i cippi miliari della regione ottava, in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, Vol. III, Patron, Bologna, 1951-1952, pag. 140) attesta che il cippo di San Vito fu rinvenuto in situ, nella sua posizione originaria. E questo rafforza anche l’idea che il Rubicone, nel suo ruolo di confine sacro, fosse percepito in continuità geografica con il Marecchia. Il fiume Ariminus, con la sua portata e il suo legame con la città di Rimini, offre maggiore dignità identificativa al gesto di Cesare. (2-continua)

Fulvio Gridelli