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ALDILÀ ARTIFICIALE

Si chiama Grief Tech (tecnologia del dolore) ed è l’ennesima nuova frontiera dell’Intelligenza Artificiale: software che, attraverso video, immagini, post sui social e altri dati personali presenti in rete sono in grado di creare repliche digitali di una qualsiasi persona, con cui amici e familiari possono parlare e interagire anche quando questa non c’è più. Creando, di fatto, una copia che sopravvive alla morte, con la quale interfacciarsi

Si accende, ovviamente, il dibattito, tra chi ne sostiene l’utilità nella gestione del lutto e chi, invece, ne sottolinea gli effetti distorti a livello psicologico, soprattutto quando il fine rimane il business

Fin dall’antichità l’essere umano ha sempre tentato di creare un contatto con il mondo dei defunti, alla ricerca di conforto, rassicurazioni o semplicemente di risposte. Una tensione che, negli ultimi anni, si è intrecciata al progresso inarrestabile della tecnologia, dando vita ad una nuova frontiera digitale dell’elaborazione del lutto: le grief tech (tecnologie del dolore). Si tratta di piattaforme che simulano la presenza dei cari scomparsi attraverso chatbot o veri e propri cloni digitali, permettendo di interagire con “loro” anche dopo la morte. Quest’idea dal sapore distopico, da sempre oggetto di sperimentazioni, ha trovato nei recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale lo slancio di cui aveva bisogno per affermarsi nel vastissimo mercato della tecnologia, raggiungendo livelli di realismo finora inimmaginabili.
Per realizzare la copia digitale di un defunto serve un unico elemento: dati. Di ogni tipo: foto, video, messaggi, note vocali e contenuti social del soggetto interessato vengono raccolti e forniti ad un software IA, che li utilizza per imparare a riprodurne comportamenti e stile comunicativo. Il risultato è una replica che non si limita a ripetere frasi preimpostate, ma che dialoga con i vivi in tempo reale imitando toni ed espressioni del defunto. Più materiale viene fornito all’IA, più il doppio sarà realistico. Le modalità di interazione sono già svariate: da piattaforme come Seance AI o Project December, che offrono simulazioni testuali attraverso chatbot, fino all’innovativa app 2wai, che con soli tre minuti di video della persona in vita crea un avatar che condivide persino i “ricordi” con il defunto. Altre realtà, come HereAfter AI, consentono di realizzare in prima persona il proprio doppio digitale mentre si è in vita, in modo da lasciarlo in eredità a figli, amici e familiari.

Il dibattito

L’affermazione di tecnologie capaci di generare scenari così surreali è inevitabilmente diventata argomento di discussione, ma proprio questo fenomeno contribuisce ad accelerarne lo sviluppo: secondo le stime, il valore di mercato delle grief tech potrebbe superare i 30 miliardi di euro entro il 2030. Una crescita talmente vertiginosa da attirare l’attenzione dei giganti del digitale, tra cui Meta: nel dicembre 2025, l’azienda guidata da Mark Zuckerberg ha ottenuto un brevetto per un sistema capace di “simulare l’utente sui social network quando è assente per un periodo o è deceduto”. Il software verrebbe addestrato in base ai comportamenti dell’utente su piattaforme come Facebook e Instagram, con l’obiettivo di generare autonomamente nuovi contenuti, reagire a quelli di altre persone e rispondere a chiamate o messaggi vocali, il tutto nello stile del proprietario dell’account in questione. Meta ha chiarito che al momento non esistono progetti concreti per introdurre questa tecnologia come funzione aggiuntiva all’interno dei propri prodotti, ma questa mossa suggerisce che l’ingresso delle grief tech nella nostra quotidianità sia ormai solo una questione di tempo. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: siamo pronti? Le prime criticità emergono sul piano normativo. A meno che le repliche digitali non vengano create volontariamente da persone ancora in vita, le operazioni di raccolta e di trattamento dei dati per l’utilizzo di queste piattaforme avverrebbero senza consenso del defunto. Nonostante i principali social network stiano muovendo i primi passi verso la gestione della cosiddetta “eredità digitale”, il tema della trasmissione del patrimonio online dopo la morte non è ancora abbastanza sviluppato per poter rappresentare un supporto adeguato a realtà così avanzate. Ma il dubbio cruciale riguarda le implicazioni psicologiche delle grief tech. Se da un lato questi strumenti possano essere d’aiuto nelle fasi iniziali dell’elaborazione del lutto, dall’altro non possono sostituirsi a un percorso terapeutico, come invece alcune aziende sostengono senza alcuna evidenza scientifica di supporto. Al contrario, continuare a conversare con un doppio estremamente realistico di un caro defunto come se non se ne fosse mai andato potrebbe allontanarci ulteriormente dall’accettazione della perdita. E questo anestetico virtuale viene venduto a caro prezzo: la maggior parte dei prodotti grief tech richiede la sottoscrizione tramite un abbonamento mensile, trasformando anche l’esperienza più complessa e fragile dell’esistenza umana in un business.
Tuttavia, la decisione di farne uso o meno spetta a noi: siamo disposti a diventare consumatori di un mercato così controverso pur di acquisire una parvenza di controllo sulla morte, o abbiamo ancora il coraggio di lasciare andare?

Giulia Cucchetti