La scala di seta riproposta al Rossini Opera Festival nel collaudato allestimento di Damiano Michieletto
PESARO, 13 agosto 2026 – Molta acqua è passata sotto i ponti da quando, nel 2009, La scala di seta debuttò con grande successo al Rof nell’allestimento di Damiano Michieletto: uno spettacolo ambientato all’oggi, come era ancora abbastanza raro vedere in Italia. In quegli anni, peraltro, il festival veniva analizzato – attraverso autorevoli ricerche condotte all’Università di Urbino – come motore economico di un’intera area geografica: la manifestazione, oltre ad aver generato uno scatto d’orgoglio dell’industria locale spingendola al mecenatismo, riusciva a veicolare un pubblico internazionale e danaroso, con ricadute significative su tutto il territorio. Adesso però le industrie marchigiane ristagnano, Pesaro offre servizi a prezzi sempre più elevati e la qualità artistica del festival si è purtroppo abbassata (la premère della Scala di seta dava l’impressione di uno spettacolo poco rodato, quasi di una prova generale): tutti nodi su cui riflettere. Nel riprendere il suo vecchio allestimento, Michieletto – che nel frattempo è divenuto fra i registi più acclamati in campo internazionale – si è divertito a ironizzarci o, quanto meno, a evocarli.

Con l’irrinunciabile complicità di Paolo Fantin, che ancora una volta firma scene e costumi, si vede un appartamento con mobili di design, in cui si trova – in bella evidenza – la cucina: sembra così d’intravvedere il fantasma dell’azienda Scavolini, per trent’anni generoso sponsor del Rof. E ancor più connessa alla realtà locale è la trasformazione del giovane Dorvil in una sorta di emulo di Valentino Rossi: canterà infatti la sua aria Vedrò quel sommo incanto, abbracciando teneramente un casco da motociclista. Una citazione che non riguarda solo l’amatissimo campione marchigiano, ma sembra evocare maliziosamente il gigantesco monumento che Pesaro gli ha dedicato nel 2022 (e, sia detto per inciso, davvero brutto con i suoi sei metri di altezza), ritenuto anche fra le cause dell’insuccesso elettorale dell’ex sindaco Matteo Ricci, quando lo scorso anno tentò di essere eletto presidente della regione Marche.
A parte gli spiritosi riferimenti al contesto locale, lo spettacolo rappresenta comunque il termometro della crisi che sta attraversando il festival. Non c’è più Gianfranco Mariotti, scomparso nel 2024, anche se già ritiratosi dal suo ruolo da qualche anno. Sovrintendente fra i più illuminati nella storia dello spettacolo italiano, aveva saputo mediare fra le istanze culturali portate avanti dalla Fondazione Rossini – che per anni ha fornito un autorevole supporto scientifico attraverso le edizioni critiche – e il coinvolgimento del pubblico, riuscendo a coinvolgerlo e appassionare anche a impegnative questioni filologiche. E bisogna poi prendere atto che non ci sono più, tra i cantanti, quei fuoriclasse che sono stati gli artefici della Rossini renaissance. Tuttavia, si potrebbe fare di meglio. Il ROF, ad esempio, non ha quasi mai puntato sui grandi direttori. E se il Coro del Teatro Ventidio Basso (preparato da Pasquale Veleno) è andato migliorando nel tempo, deludente è stato l’avvicendamento fra l’ottima Orchestra Sinfonica della Rai e quella del Teatro Comunale di Bologna, ritornata in residenza da due anni.
Forse la più debole tra tutte le farse rossiniane, La scala di seta (1812) porta in scena un matrimonio segreto con tutti gli equivoci che ne conseguono. È per questo che diventa fondamentale l’ingranaggio comico che, all’epoca, Michieletto aveva concepito in modo pressoché ottimale. Mentre il direttore messicano Iván López-Reynoso è stato in grado d’imprimere un buon ritmo alla musica, i cantanti stentavano invece a trovarlo sul piano vocale e ancor più su quello scenico (è verosimile, comunque, che lo conquisti con le prossime repliche). Nella compagnia di canto si potevano apprezzare le due interpreti femminili: il soprano armeno Hasmik Torosyan e il mezzosoprano Mara Gaudenzi. Peccato solo che la differenza fra le due fosse davvero minima e, quindi, la seconda donna si ponesse sullo stesso piano della prima, sfalsando l’equilibrio drammaturgico. Fra i quattro personaggi maschili, a parte il sempre bravo Enrico Iviglia confinato però al piccolo ruolo del tutore Dormont, hanno evidenziato problemi di emissione i due rivali Dorvil e Blansac (il tenore australiano Alasdair Kent e il baritono ucraino Iuri Samoilov), mentre Paolo Bordogna, il servitore Germano, ha replicato il divertente personaggio del cameriere filippino – coniato nel 2009 – con l’aggiunta però degli inevitabili segni lasciati dal tempo sulla voce.
È chiaro ormai come l’imperativo attuale sia diventato il contenimento dei costi, anche se bisognerebbe tener conto del vecchio adagio «chi spende poco, spende due volte». Si punta, così, al consenso immediato di una platea ormai assuefatta a quell’approssimazione che regna sovrana in ogni ambito. Ma in questa corsa al ribasso c’è il rischio che, nel frattempo, il pubblico vada progressivamente disaffezionandosi.




