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Al di là del tempo

Orfeo ed Euridice, una scena dello spettacolo - PH Fondazione "I Teatri"

A Reggio Emilia Orfeo ed Euridice di Gluck il poetico allestimento dell’artista iraniana Shirin Neshat 

REGGIO EMILIA, 12 aprile 2026 – Come un film in bianco e nero. Orfeo ed Euridice si risvegliano nel lettone matrimoniale: lui comincia lentamente a vestirsi, lei lo abbraccia per cercare un gesto affettuoso; ma appena il marito si allontana, la moglie torna vittima dei propri incubi, suscitati dalla morte del figlio – l’immagine di un bambino fluttua nella nebbia – e non trova altra soluzione che spalancare la finestra e gettarsi nel vuoto.
La musica di Gluck comincia quando la donna è già all’obitorio: l’uomo va alla sua ricerca – una scena che sembra chiamare in causa l’Amleto shakespeariano – mentre un prete passa a benedirne la salma, sancendo una fine ormai irreversibile. La versione di Orfeo ed Euridice proposta al Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia (in coproduzione con il Regio di Parma, dove lo spettacolo ha debuttato poco più di due mesi fa) è la prima: un’‘azione teatrale per musica in tre atti’ scritta da Gluck per Vienna nel 1762 su libretto italiano di Ranieri de’ Calzabigi. L’icastica potenza di tale prima stesura è esaltata da una potente stringatezza drammatica – e che non troveremo nel successivo rifacimento parigino – dove nulla appare superfluo.

Carlo Vistoli (Orfeo) – PH Fondazione “I Teatri”

È questa consapevolezza ad animare lo spettacolo dell’artista Shirin Neshat (nota per le sua attività di fotografa e videoinstallatrice, consacrata con il Leone d’Oro della Biennale veneziana nel 1999), capace di cogliere le sfumature sottese a questo racconto mitologico, coniugando una lucida sapienza teatrale a vertici di straordinaria intensità poetica. Attraverso i semplici costumi di Katharina Schlipf e le scene di Heike Vollmer, che le luci di Valerio Tiberi riescono a esaltare con notevole efficacia, la regista anglo-iraniana non si limita a valorizzare la dialettica tra mondo dei vivi e oltretomba legata ai versi di Calzabigi, ma apre squarci sulle ombre che popolano il nostro inconscio e, talvolta, affiorano in modo esplosivo nei rapporti di coppia. Tratti archetipici, non dipendenti dalle culture: valgono per il mondo classico allo stesso modo che per quello odierno, e a ogni latitudine.

L’esecuzione dell’Orchestra Modo Antiquo (molto apprezzabili le prime parti, a cominciare dal violino di Federico Guglielmo), un ensemble che si avvale di strumenti storici, era guidata da Alessandro De Marchi. Il direttore ha ottenuto pregevoli sonorità, riuscendo a mantenere un efficace equilibrio tra le sfumature più lievi e quelle drammatiche, tra aspirazioni celesti e incubi infernali, tra sguardo rivolto al passato e consapevolezza di un futuro ormai imminente (Haydn e Mozart erano già nati) che avrebbe implicato un’autentica rivoluzione musicale. Ottimo il contributo del Coro del Teatro Regio di Parma – preparato da Martino Faggiani – sia per la dizione encomiabile sia per la inesausta varietà dinamica. Gluck, infatti, concepisce il coro come un vero e proprio personaggio: non solo deve dare voce alle furie e agli spettri, ma ha il compito di svolgere un fondamentale ruolo drammaturgico, interloquendo spesso con il protagonista. Anche la regia contribuisce a enfatizzare questo aspetto, attraverso una disposizione su più file lungo un emiciclo digradante, che richiama la tragedia greca.
In un cast di soli tre interpreti il ruolo del mitico cantore degli dei spettava al controtenore Carlo Vistoli, a suo agio più nel registro medio-acuto che in quello grave: grazie alla presenza scenica e a un fraseggio articolato disegna un protagonista spaesato e dolente. Con una vocalità forse fin troppo leggera, il soprano Chiara Maria Fiorani è stata un’Euridice comunque efficace nel trasmettere un dolore che resterà immedicato; dopo il ricongiungimento con Orfeo, lo strazio per quel figlio che nessuno le potrà restituire continua: al di là del lieto fine mitologico la morte – nella lettura registica – resta un processo irreversibile. Nei panni di Amore, una sorta di angelo alato in grado di agganciare il mito di Orfeo alla cristianità, era il soprano Theodora Raftis: austera ed incisiva, sempre ben a fuoco nei suoi interventi.
Da ricordare infine la presenza di attori e performer, presenti come personaggi muti e, ancor più, come interpreti di sequenze filmiche che si saldano senza mai dare impressione di discontinuità rispetto a ciò che accade in palcoscenico. Un dettaglio fondamentale per la straordinaria riuscita dello spettacolo.

Giulia  Vannoni