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Scuola Fellini, Sadegholvaad: “Siamo sulla strada giusta”

Rimini; 07/12/2025: Comune RN Uff Stampa, Premio Fellini al Teatro Galli ©Riccardo Gallini /GRPhoto

Obiettivo Scuola Fellini (8). Cosa ne pensa il sindaco Jamil Sadegholvaad?

“Spesso, dall’inizio del nuovo millennio, ci è stato detto che Rimini aveva dimenticato Fellini, che non lo valorizzava abbastanza, che non aveva un museo, che non promuoveva ricerca, che mancavano occasioni di studio e di confronto. A quelle osservazioni abbiamo risposto con i fatti: il Fellini Museum, i convegni, le mostre, il Premio Fellini, il lavoro sull’archivio, il rilancio della Cineteca, una strategia più ampia di sistema cinema. Sarebbe curioso dire oggi: fin qui sì, ma la formazione no”.

Abbiamo chiesto al sindaco di Rimini Jamil Sadegholvaad (nella foto in altro mente consegna il Premio Fellini 2025 ad Alfonso Cuarón) una sua riflessione sull’opportunità di creare a Rimini una scuola dei mestieri del cinema nel nome di Federico Fellini, come caldeggiato sulle nostre pagine anche dai registi Pupi AvatiGianfranco Angelucci, storico collaboratore del riminese premio Oscar.

Negli ultimi anni Rimini ha investito molto sulla valorizzazione dell’eredità di Federico Fellini. Una Scuola di cinema a lui dedicata può rappresentare un’evoluzione naturale di questo percorso?

‘Chiedermi se mi piacerebbe una scuola di cinema dedicata a Fellini è un po’ come chiedermi se voglio bene alla mamma: certo che sì. Chi mai potrebbe dire no alla scuola, ai giovani, al futuro, alle competenze? La parola stessa, ‘scuola’, ha una forza istintivamente positiva: evoca crescita, scoperte, impegno, possibilità. Proprio per questo, però, credo sia utile andare oltre la suggestione della parola e spostare il ragionamento su un terreno più concreto: quello della formazione. Rimini, in questi anni, non si è limitata a celebrare Fellini in modo rituale.

Ha costruito luoghi, programmi, occasioni di studi, di ricerca e di visione. Oggi esiste un sistema all’interno del quale insistono il Fellini Museum, il cinema Fulgor, la Cineteca, i festival, il Premio Fellini, le rete di sale, la collaborazione con la Film Commission regionale e un circuito formativo che già coinvolge Poliarte, CNA, Laba, Università e altri soggetti del territorio.

Per questo la mia risposta è sì: una scuola di cinema può essere un’evoluzione naturale di questo percorso. Ma a una condizione: che non venga pensata come un’insegna in più, bensì come il possibile approdo di un lavoro più ampio che tenga conto di questo quadro. E il compito, oggi, è proprio questo: rafforzare questo sistema, coordinarlo e renderlo sempre più capace di generare opportunità’.

Nel dibattito promosso da il Ponte emerge l’idea di una scuola fortemente orientata ai mestieri del cinema, più che alla teoria. Una scuola che potrebbe trasformare Rimini in un centro di produzione culturale. L’amministrazione condivide questa impostazione? E vede in questo progetto una reale opportunità per la città e i giovani?

‘Sì, l’idea di puntare sui mestieri mi convince molto più di una scuola pensata in astratto. Perché oggi il punto, come dicevo, non è aggiungere una targa o inseguire un titolo suggestivo, ma costruire opportunità vere.

E le opportunità vere passano da competenze spendibili: organizzazione di produzione, segreteria di edizione, location management, fonica, costumi, fotografia di scena, color grading, casting, comunicazione digitale, promozione audiovisiva, utilizzo delle nuove tecnologie applicate all’immagine.

Sono professionalità reali, richieste da produzioni reali.

Se invece per “scuola di cinema” si intende l’ennesimo luogo che promette di sfornare registi, sceneggiatori o attori in serie, devo dire con franchezza che non è la direzione che ritengo più utile per Rimini. Non perché di queste professioni non ce ne sia bisogno, ma perché richiedono percorsi lunghi, selettivi, altamente competitivi e già presidiati da istituzioni nazionali di grande livello.

Molto più interessante è investire sulle competenze tecniche e organizzative che oggi il mercato cerca davvero.

Un bravo colorist sì. Un tecnico audio formato per il set e per la postproduzione sì. Un elettricista che possa specializzarsi nei servizi alle produzioni sì.

Una truccatrice o un truccatore che sviluppi competenze nel trucco di scena sì. Lo stesso vale per parrucchiere e parrucchiera specializzati per cinema e audiovisivo, per costumisti, assistenti di produzione, fotografi di scena. Mestieri forse meno evocativi, ma molto più concreti.

Ma c’è una condizione decisiva: questi percorsi funzionano se stanno dentro una filiera.

Formare un location manager ha senso se poi esiste una Film Commission regionale, se c’è un territorio capace di attrarre produzioni, se ci sono stage, tutoraggio, reti professionali e occasioni di inserimento lavorativo. Altrimenti rischiamo di formare figure senza un contesto in cui crescere.

Per questo, più che una scuola monolitica, immagino per Rimini una rete formativa multilivello: corsi di base, alta formazione, aggiornamento professionale, master, tirocini sui set, percorsi per i giovani, riqualificazione professionale, educazione all’immagine e formazione del pubblico. È una visione meno monumentale, forse meno romantica, ma certamente più utile.

Il rischio, infatti, non è fare troppo poco. Il rischio è fare qualcosa di troppo simbolico e troppo poco utile. Prima di inventare una nuova scuola, conviene mettere in sinergia ciò che già esiste e rafforzare ciò che ancora manca’.

Nel dossier per la candidatura di Rimini a capitale italiana della cultura si contemplavano le proposte del Romagna cinema district e del Cantiere Fellini. Tutto sfumato come la candidatura?

‘No, al contrario. Le candidature servono anche a questo: a mettere a fuoco una direzione, a raccogliere idee, a costruire una visione. Poi una candidatura può non andare a buon fine, ma questo non significa che il lavoro fatto evapori il giorno dopo. Al contrario: può diventare ancora più utile quando esce dal dossier e si traduce in politiche culturali concrete.

Ed è proprio ciò che sta accadendo. Penso al rafforzamento del Fellini Museum, recentemente accreditato nel sistema museale nazionale; alle attività di ricerca e di studio, come i convegni annuali e le numerose presentazioni di libri; al recupero e alla valorizzazione di materiali d’archivio come la mostra in corso ‘Le magie di Fellini; al rilancio della Cineteca comunale come sala d’essai stabile a partire da settembre; al sostegno ai festival con un bando in uscita all’inizio dell’estate; al progetto ‘Curatori per un giorno’, che verrà replicato; al ritorno del Premio Fellini; alla collaborazione con la Emilia- Romagna Film Commission. Penso anche alla capacitCliciak, di cui una selezione dellItalian Global Series Festival, dentro una logica romagnola sempre piInterreg Italia-Croazia 2021, che ci ha permesso non solo di intercettare nuove risorse, ma anche di sviluppare una collaborazione con il Comune di Venezia’.

Che tipo di modello immagina il Comune per un’eventuale scuola dei mestieri del cinema: una scuola pubblica, una fondazione, una collaborazione con realtà già esistenti? E con quali risorse potrebbe essere sostenuta nel tempo?

‘Personalmente non immagino come soluzione migliore una nuova istituzione autosufficiente, tutta da costruire da zero, magari in concorrenza con realtà già esistenti. Le scuole funzionano quando hanno una massa critica, una filiera professionale e una reputazione costruita nel tempo. Altrimenti si rischia di aprire contenitori identitari, suggestivi sulla carta ma fragili sul piano formativo.

L’Italia ha già istituzioni di altissimo profilo, dal Centro Sperimentale di Cinematografia alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti, fino alla Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté. Rimini non deve imitarle in piccolo; deve trovare una propria funzione specifica. Replicare quei modelli sarebbe molto oneroso e, probabilmente, poco funzionale.

Per Rimini vedo più adatto un modello collaborativo: Comune, Emilia-Romagna Film Commission, assessorato regionale alla formazione, Poliarte, accademia con la quale abbiamo già siglato un protocollo di intesa, Università di Bologna, Laba, eventuali ITS interessati, sistema delle imprese, CNA, Confindustria, produzioni, scuole superiori e anche i festival del territorio. Perché i festival non sono soltanto eventi: possono essere luoghi di formazione del pubblico, di educazione all’immagine, di incontro con autori e professionisti, ma anche occasioni concrete di laboratorio, workshop e avvicinamento ai mestieri del cinema’.

Un territorio, insomma, che non pretende di duplicare esperienze altrui, ma costruisce un proprio profilo distintivo a partire dalle proprie vocazioni e dai propri bisogni.
Anche perché le fragilità di una nuova scuola “pura” sono abbastanza evidenti: costi fissi alti, rischio di duplicazione dell’offerta, difficoltà ad assicurare continuità didattica, laboratori e docenti di livello, rischio di formare più studenti di quanti il mercato locale possa assorbire, tentazione di puntare sul nome più che sull’occupabilità.
Molto meglio investire in moduli flessibili, crediti formativi, master con partner universitari, corsi brevi professionalizzanti, stage reali e percorsi costruiti in relazione diretta con le produzioni, con i festival e con l’intero sistema culturale cittadino.

Alla luce delle tante progettualità in campo, la Scuola Fellini può diventare una priorità per l’amministrazione? Quali passi concreti o interlocuzioni immagina per realizzarla?

Più che dire “la Scuola Fellini è la priorità”, direi che la priorità è costruire un vero territorio formativo del cinema. Questo sì, per me può e deve diventare una priorità reale. Perché il tema non è inventare un contenitore, ma mettere a sistema energie, competenze e opportunità che già esistono e farle crescere in modo coerente.
I passi concreti che immagino sono abbastanza chiari: mappare l’offerta già presente sul territorio; metterla in rete; evitare doppioni; individuare i vuoti reali. In realtà questo lavoro è già iniziato. Lo scorso autunno l’assessore Lari ha promosso un primo momento di confronto con rappresentanti dell’università, di Laba, di Unirimini, di CNA, di Poliarte. È stato un passaggio importante di ascolto e ricognizione, che naturalmente non riguarda soltanto il cinema, ma più in generale il rapporto tra città e il sistema culturale della città.
In altre parole: prima l’ecosistema, poi eventualmente il marchio. Se un giorno da questo lavoro nascerà anche una “Scuola Fellini”, dovrà essere il punto di arrivo di una rete robusta, non il suo surrogato. Aggiungo una postilla, che in realtà dovrebbe essere una premessa: ogni discussione su questo argomento, deve necessariamente fondarsi sull’assunto che non può essere il Comune, qualsiasi Comune, ad assumere ‘prioritariamente ed esclusivamente’ un impegno come questo. Sarebbe una presunzione, o peggio un moto di provincialismo, che andrebbe proprio contro la natura dell’oggetto che, per definizione ed esperienza, non può che essere figlio di una filiera che discende dalle Istituzioni nazionali e investe in primis la ricerca e il contributo del privato. Quindi alla fine coinvolge anche il livello locale che, invece, ha il compito- questo sì prioritario- di promuovere e divulgare forme, spazi e occasioni della cultura.

Sono diverse le produzioni, in particolare televisive, che negli ultimi anni stanno scegliendo Rimini come set. Cosa fa il Comune per sostenerle? E come queste esperienze contribuiscono a costruire l’immagine della città e a generare ricadute culturali ed economiche sul territorio? Possono diventare anche un terreno concreto su cui innestare un progetto formativo stabile come una Scuola Fellini?

Le produzioni si sostengono innanzitutto con cose molto concrete: tempi certi, interlocutori competenti, procedure chiare, capacità di coordinamento, disponibilità a risolvere problemi. È esattamente la direzione che stiamo seguendo: collaborazione con la Emilia-Romagna Film Commission, supporto logistico, raccordo con gli altri settori comunali, attenzione all’accoglienza delle troupe, disponibilità a valutare l’utilizzo di spazi e location cittadine quando compatibile con le attività ordinarie.
Esperienze recenti, come la prima stagione della serie “Cagnaz”, dimostrano che Rimini può essere non solo un luogo da raccontare, ma anche un luogo in cui produrre. E quando una produzione sceglie Rimini non porta soltanto visibilità o ritorno d’immagine: porta lavoro, relazioni professionali, competenze, servizi attivati sul territorio, nuove narrazioni della città.
C’è poi un aspetto meno visibile ma decisivo: ogni set costringe il territorio a misurarsi con i mestieri dell’audiovisivo e fa emergere bisogni professionali concreti. Servono location manager, assistenti di produzione, tecnici del suono, costumisti, fotografi di scena, elettricisti specializzati, truccatori e parrucchieri di scena, colorist, responsabili casting. In altre parole, il set rende evidente dove c’è domanda reale di competenze.
È per questo che le produzioni possono diventare il terreno più serio su cui innestare un progetto formativo stabile. Non come esercizio accademico o iniziativa simbolica, ma come risposta a una filiera concreta. La formazione, in questo senso, non deve nascere a prescindere dal lavoro: deve nascere in relazione diretta con esso.
Se Rimini continuerà a crescere come città ospitale per il cinema e l’audiovisivo, allora potrà crescere anche come città che forma professionalità utili a quel settore. Ed è questa, a mio avviso, la strada più solida.