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PSICOFARMACI, IL GRIDO DI UNA GENERAZIONE

Secondo AIFA, in Italia l’uso di psicofarmaci tra i minorenni è quasi triplicato in meno di un decennio, con numeri allarmanti per quanto riguarda l’utilizzo senza prescrizione medica e l’età del primo accesso

Ennesima conferma di un mondo dei giovani che fatica drammaticamente a gestire un disagio interiore profondo. E di un mondo degli adulti sempre più distante, promotore di un contesto sociale basato su performance e mancanza di sensibilità sul tema della salute mentale

 

IL TEMA

di Alice Radavelli

Tra l’ossessione per l’efficienza e il tabù della fragilità, sono i giovanissimi a pagare il prezzo più alto. È in questo clima di continua competizione che la mente dei ragazzi sta vivendo una silenziosa, intensa rivoluzione.

Nonostante il pregiudizio diffuso che vede gli psicofarmaci come una semplice soluzione per sedare o “normalizzare” il disagio, la realtà clinica è molto più complessa. I dati AIFA (Rapporto OsMed 2016-2024) mostrano infatti che in Italia il consumo di psicofarmaci tra i minorenni è quasi triplicato (da 20,6 a 59,3 confezioni ogni mille giovani), con una particolare concentrazione tra i 12 e i 17 anni e un aumento guidato soprattutto da antidepressivi, o de antipsicotici e farmaci per l’ADHD. Nonostante l’aumento dei consumi, in Italia la percentuale di giovani che usa psicofarmaci (0,57%) rimane nettamente inferiore rispetto a paesi come Francia, Spagna o USA (dove si arriva fino al 25%).

L’urgenza primaria non risiede dunque nell’eccesso di ricette, quanto nell’assenza cronica di una rete territoriale capace di intercettare tempestivamente l’esordio psichiatrico e di una diffusa cultura della salute mentale. L’adolescenza è, per definizione biologica, un cantiere di profonda ristrutturazione neurologica. In questo terreno plastico e fragile, fattori quali il fallimento scolastico, il bullismo, la dipendenza da social media, il gioco d’azzardo e l’uso di sostanze agiscono come inneschi su predisposizioni genetiche preesistenti.

Una fragilità sempre più precoce

L’evoluzione del disagio giovanile ha modificato radicalmente le proprie forme espressive. Dalle rilevazioni della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA), emerge una fenomenologia clinica sempre più multiforme: l’età d’esordio dei disturbi del comportamento alimentare è precipitata alla soglia dei 11-12 anni, accompagnata da un’impennata di episodi di autolesionismo, disturbi dell’umore, psicosi e addirittura condotte suicidarie. A questa lettura fa eco l’esperienza quotidiana di chi opera nelle scuole e nei servizi d’ascolto. Ciò che si riscontra non è una semplice tristezza patologica, ma un’incapacità strutturale di gestire la tolleranza alla frustrazione. I ragazzi arrivano in consultazione sommersi da un’ansia prestazionale costante. Quando il contesto relazionale e scolastico non offre uno ‘spazio emotivo’ di rielaborazione, il corpo o la mente reagiscono attraverso sintomi acuti. I segnali precursori della crisi si manifestano spesso in disordine: un calo improvviso del rendimento scolastico, l’insorgenza dell’insonnia, repentine alterazioni del peso corporeo, il ritiro sociale, l’abbandono dell’attività sportiva o una strisciante anedonia (quella incapacità di trarre piacere da ciò che prima suscitava entusiasmo).

Quando il farmaco è necessario…

Per comprendere cosa significhi davvero trovarsi al centro di questo uragano, occorre ascoltare chi quelle molecole le ha integrate nella propria quotidianità. “Ho iniziato a prendere psicofarmaci per spegnere il cervello e reggere ritmi che non riuscivo più a sostenere. – racconta M., riminese di 17 anni – All’inizio sembrava la soluzione perfetta: un silenziatore per l’ansia, lo stress e le aspettative degli altri. Poi mi sono accorta che il farmaco non stava risolvendo nulla, stava solo anestetizzando il mio malessere. Avevo messo a tacere i sintomi per continuare a correre, invece di fermarmi ad affrontare i veri problemi”. Gli specialisti confermano questo approccio: la letteratura scientifica ricorda come una patologia non trattata danneggi lo sviluppo cerebrale in modo nettamente superiore rispetto a una molecola somministrata secondo rigide linee guida. Il farmaco non viene prescritto per sedare una flessione dell’umore, ma per arrestare l’effetto domino di quadri clinici severi, stabilendo fin dal principio obiettivi misurabili, controlli periodici, durata della cura e sospensioni graduali.

… e quando è dannoso e pericoloso

Oggi, però, l’area di reale e imminente pericolo risiede nel mercato parallelo dell’automedicazione informale. Secondo i dati del report ESPAD Italia 2024, il 21% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha assunto almeno una volta nella vita psicofarmaci senza alcuna prescrizione medica. Le motivazioni sono eterogenee: dal tentativo di incrementare le prestazioni scolastiche o fisiche alla ricerca dello “sballo”, fino alla necessità di sedare autonomamente stati d’ansia o insonnia. Il dato più allarmante riguarda la consapevolezza: solo un giovane su due dichiara di conoscere i rischi reali legati all’uso informale di questi medicinali. Una lacuna che impone un richiamo diretto alla responsabilità degli adulti, chiamati a custodire con attenzione i farmaci nel contesto domestico e a trasformare l’ascolto profondo nel primo, insostituibile, presidio diagnostico.

Di fronte a un panorama così articolato, la questione valica i confini della sola farmacologia o della psichiatria e interpella direttamente li il modello culturale che abbiamo costruito. Se da un lato la medicina ci offre gli strumenti per riequilibrare i circuiti cerebrali compromessi dalla sofferenza, dall’altro resta aperto un quesito fondamentale: fino a che punto il disagio dei giovani è la manifestazione di una patologia individuale, e quanto è invece la reazione fisiologica di un organismo sano a un ambiente sociale che ha sostituito la comprensione con la prestazione e l’ascolto con la fretta?

Se la chimica può riparare la crepa, spetta alla comunità adulta ricreare l’edificio: quel tessuto relazionale ed emotivo entro cui il dolore non debba più cercare scorciatoie per essere tollerato o messo a tacere.