La nuova variante apre alle piscine anche per le micro aggregazioni, ma consente di utilizzare acqua potabile. Un paradosso in tempi di crisi idrica: l’Adriatico può diventare una risorsa anche per diversificare l’offerta turistica
Il dibattito sul turismo quest’estate si è acceso nuovamente, ma stavolta non tanto sugli arrivi e le presenze, ma sul nuovo piano spiaggia, o meglio sulla variante al piano spiaggia già approvato proprio ad agosto nel 2025. Una variante non secondaria, perché ha sostanzialmente introdotto due novità importanti. Anzi, per meglio dire ha esteso anche alle micro aggregazioni ciò che era già possibile alle macro aggregazioni. Non è un cambiamento di poco conto, perché prima le piscine erano concesse solo a chi metteva insieme almeno otto stabilimenti balneari, oggi invece due micro aggregazioni, cioè quattro bagnini, possono anche loro realizzare una piscina. Così come possono trasformare un chiosco in un ristorante, con tanto di terrazza panoramica che a seconda dei casi, può diventare anche una sala da ballo per concerti ed intrattenimenti. Ciò che però, al momento, ha fatto più discutere è che le piscine, grandi o piccole che siano, possono essere costruite e messe in funzione con acqua dolce, ossia acqua potabile e non con l’acqua di mare. Rimane, poi, la criticità legate al fatto che le spiagge libere si fermano alla soglia del 10% del totale.
Una misura giudicata insufficiente da tutte le associazioni ambientaliste e dei consumatori.
Desta una certa sorpresa che l’Amministrazione abbia scelto l’acqua dolce per alimentare le piscine. Sembra un’aperta contraddizione con tutti gli sforzi fatti dallo stesso Comune di Rimini che ha investito notevoli risorse per il risanamento della qualità dell’acqua di mare. Basti pensare al cosiddetto Piano di Salvaguardia della Balneazione Ottimizzato che ha previsto il trattamento delle acque di scolo ed impedisce lo scarico direttamente in mare. Prevedere l’acqua dolce per le piscine sembra negare che l’acqua di mare abbia una qualità tale da consentire, in tutta tranquillità, il bagno in piscina. Sappiamo invece che la qualità dell’acqua marina è eccellente. Tant’è vero che Rimini, dal prossimo anno, potrà tornare a presentarsi con le carte in regola per ottenere, di nuovo, la bandiera Blu, per la qualità dell’acqua del mare, dopo diversi anni.
Probabilmente usare l’acqua potabile costa meno che approvvigionarsi con acqua di mare, ma sicuramente usare l’acqua dell’Adriatico ha un ritorno di immagine superiore. Inoltre, in una fase di grandi cambiamenti climatici e quindi anche di scarse risorse idriche, sprecare acqua potabile per le piscine vicine al mare, appare come un notevole ed ingiustificato spreco di una risorsa per sua natura limitata.
Le piscine non sono una novità assoluta in Europa, forse per questo, è giusto che anche Rimini faccia un passo avanti verso l’innovazione di un modello di spiaggia, rimasto fermo per molti decenni. Eppure proprio i casi che ci sono in Spagna, Francia, Croazia e Grecia, solo per fare qualche esempio, ci mostrano che le piscine ci sono, sia nei villaggi vacanze, sia sulle spiagge, ma sono tutte o quasi, con acqua di mare. Anzi questo sembra essere un punto di forza, ben illustrato nei dépliant e nelle pubblicità degli hotel e degli stabilimenti balneari.
A Barcellona, esiste una grande piscina pubblica, con acqua di mare, attrezzata con scalette, docce, zone d’ombra e sorvegliata da bagnini. Lo stesso si può dire per le zone di Tenerife e delle Canarie.
In Francia ci sono diverse importanti piscine, molto famose, con acqua di mare, spesso ricavate dalle maree o alimentate direttamente dall’oceano, tra cui alcune tra le più grandi e note d’Europa, diverse sono sulle coste della Bretagna, come ad esempio la Plage de Bon-Secours.
Lo stesso si può dire per la Croazia, dove anche a causa delle coste spesso rocciose, ci sono molte piscine, nelle località più note come Rovigno, Umago, Parenzo e sono attive già da molti anni. Questo, in sostanza, vale anche per la Grecia, l’esempio principale è Mykonos.
Insomma, le piscine a ridosso della spiaggia e vicino al mare, non sono uno scandalo ma un normale arricchimento dell’offerta dei servizi turistici a vantaggio dei clienti. Insomma, fanno parte di quella che comunemente si definisce diversificazione dell’offerta.
Sembra, però, opportuno, riservare una giusta attenzione agli aspetti naturalistici e anche climatici e non compromettere gli sforzi fatti fin qui per coniugare l’offerta turistica con le caratteristiche specifiche dei luoghi. Insomma, insieme all’acqua sporca non dobbiamo buttare via anche il bambino, per dirla molto semplicemente.
Alberto Rossini

