Home Ricerca & sviluppo Rivoluzione IA: opportunità per pochi, incognita per tutti

Rivoluzione IA: opportunità per pochi, incognita per tutti

La chiamano intelligenza, in realtà è un’eccellente macchina raccoglitrice di informazioni pescate sul web ed elaborate seguendo le indicazioni (umane) ricevute. Più sono fini le istruzioni, più è conforme il prodotto. Una macchina molto sofisticata, ma sempre una macchina. Che elabora, ma non sa perché lo fa. Un discorso che porterebbe lontano. Quello che, invece, è certo, come tutte le innovazioni dirompenti, è il suo impatto nella vita e nel lavoro delle persone. I primi segnali arrivano dal boom di domanda di esperti in IA. Il tutto con una rapidità che non ha paragoni con le precedenti innovazioni. Col rischio di esasperare le disuguaglianze non solo tra chi le saprà usare e chi no, ma anche tra regioni dotate di ecosistemi produttivi più o meno capaci di ricevere e assimilare l’ultima ondata. Una indagine della Commissione Europea (European Business Cycle Indicators: AI at work in Europe: perceived impacts on productivity, quality of work, and job security. 1st Quarter 2026) ha rilevato che già più della metà della popolazione utilizza, per lavoro o motivi personali, l’Intelligenza Artificiale (IA). L’accesso non è, però, uniformemente distribuito. Giovani, studenti, persone con alto titolo di studio e occupate ne fanno un uso maggiore rispetto a chi è disoccupato e non partecipa al mercato del lavoro. Nel mondo, in una classifica sull’adozione dell’IA della popolazione in età da lavoro, l’Italia occupa una posizione intermedia: solo uno su cinque utilizza l’IA, a fronte dei due terzi dei singaporiani, la metà dei norvegesi, irlandesi e francesi, due quinti degli spagnoli e un terzo dei tedeschi. Per intensità d’uso, manager e professionisti sono i più ricettivi. Gli uomini più delle donne. Non pare per una questione di attitudine, ma per una diversa condizione socio-occupazionale. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, nel 2025, almeno sette grandi imprese su dieci hanno dato vita ad almeno un progetto basato sull’intelligenza artificiale. Tra le piccole e medie imprese la situazione però è diversa: solo otto su cento hanno investito in IA. In provincia di Rimini le grandi aziende (> 250 addetti) sono appena lo zero virgola del totale, mentre nove su dieci sono micro aziende (< di 10 addetti). Dove l’adozione dell’IA è più difficile. Ciononostante le previsioni dicono che, anche in Italia, nei prossimi anni nessuna azienda, di nessun settore, potrà farne a meno. L’indagine della CE ha anche chiesto se l’IA è effettivamente utile: una larga maggioranza (nove su dieci) ha risposto di riuscire a portare a termine il lavoro in minor tempo, e tra questi due su cinque dichiara guadagni significativi. Quantificando si tratta, in media, di sette ore e mezzo di tempo lavoro risparmiato al mese, praticamente una giornata lavorativa, equivalente al 4,6 per cento del monte ore mensili (160 ore). Non solo. Un terzo degli utenti IA afferma anche un miglioramento nella qualità del lavoro. Questo non cancella la preoccupazione che l’uso intensivo dell’IA possa eliminare posti di lavoro. L’ansia, per un esito del genere, è maggiore soprattutto tra gli operatori di macchine e gli addetti nelle mansioni meno qualificate e più ripetitive. Poi c’è un ulteriore rischio: l’uso intensivo dell’IA possa provocare una perdita di capacità tecnica e competenza professionale. I primi a denunciarlo sono medici e informatici.