CONTROVERSIA RUBICONIS (3). La terza puntata del saggio dedicato all’identificazione del Rubicone nel territorio riminese si concentra in modo particolare sui contributi alla ricerca da parte della tradizione letteraria
Lucano, pur essendo un poeta e non un geografo, nella Pharsalia (I, 183 227) fornisce dettagli che sembrano descrivere un piccolo fiume, parvi Rubiconis, che d’inverno diventa modesto. Il Rubicone non era percepito come una grande barriera fisica perenne; d’altra parte è pur vero che egli narra la tracimazione del fiume per via delle piogge, e questo fatto può essere primariamente imputabile al Marecchia, un alveo imponente nella stagione delle piogge, tanto che i Romani vi costruirono sopra il maestoso Ponte di Tiberio.
Lo stesso Lucano, che non si sta contraddicendo – e in un qualche modo anche Svetonio – riferisce che la cavalleria al seguito di Cesare si mise nel fiume di traverso per fermarne la forza e permettere al condottiero romano di passare meglio e senza rischi. Il fiume quindi non era così piccolo, doveva avere una certa potenza nelle piene invernali: servivano i cavalli per spezzare l’impeto dell’acqua. Ora, i cavalli dentro il fiume sarebbero pertinenti solo in un contesto di confluenza tra Marecchia e Uso. Negli altri fiumi presi in esame, i cavalli sarebbero superflui: specie nei tratti che interessano le antiche strade romane. Se Cesare ha dovuto usare i cavalli per frenare l’acqua in gennaio, aveva bisogno di un fiume che rispondesse allo scioglimento delle nevi o a piogge ingenti in un bacino idrico piuttosto vasto. Il Marecchia è un grande fiume appenninico che ha questa forza; il Fiumicino o l’Urgone, anche quando pieni, assai difficilmente, e diciamo pure inutilmente, richiederebbero una manovra tattica della cavalleria. La forza idraulica del Rubicone descritta da Lucano è propria di un fiume appenninico come il Marecchia in gennaio e svanisce nei torrenti minori.
D’altra parte, nella topografia agraria locale, poco dopo il cippo miliare rinvenuto a San Vito, salendo più a nord, la conformazione della centuriazione riminese lascia posto a quella cesenate. E ancora va specificato che quello di Tiberio e quello di San Vito, del quale sono ancora visibili i resti, erano ponti “gemelli”. Augusto avvia il progetto del ponte, completato da Tiberio e, con lo stesso stile, restaura quello di San Vito, trasformando i precedenti semplici ponti funzionali in una sorta di “Archi di Trionfo”: uno apriva la via, l’altro la sigillava quale punto di misurazione ufficiale. Questo mi fa pensare che si costruì un ponte pressoché uguale anche per il ramo di uscita più a nord dello stesso Ariminus.
Il Ponte di San Vito permetteva il passaggio sopra il fiume Rubicone: l’Aprusa, ingrossato dalla confluenza dell’Ariminus. D’altra parte, stando all’intuizione di Lorenzo Braccesi ( Augusto, l’Italia e il Ponte di San Vito, ‘Ariminum’, A. XXI, n. 5, 2014) il ponte ebbe pure una sua funzione celebrativa e monumentale, in quanto Augusto volle restaurarlo in onore di Giulio Cesare: tutto ciò che si incontra sulla Via Emilia è da interpretarsi come una sorta di manifesto del potere imperiale.
Anche attraverso gli studi della Tabula Peutingeriana è possibile comprendere che il passaggio di Giulio Cesare è con ogni probabilità avvenuto sul ponte dell’Uso. Se il Rubicone fosse stato il Fiumicino di Savignano, Cesare avrebbe dovuto percorrere oltre 20 km dopo il guado per arrivare a Rimini. Farlo con una legione, di notte, su strade invernali e arrivare all’alba è una sfida fisica quasi impossibile, con buona pace di Quirico Filopanti. Non era il caso di correre, specie con il rischio di combattere subito dopo e la necessità di giungere a Rimini di sorpresa.
La ricostruzione
Dunque, il quadro che va a dipingersi è questo. Cesare intanto non guada un fossato: guada una confluenza, quella del Marecchia-Uso, che d’inverno sarebbe potuta diventare una barriera. Proprio come dicono le fonti, la posizione del fiume Rubicone ipotizzato, rispetto all’antica città di Rimini, è sorprendentemente strategica per prenderla di sorpresa all’alba e il Cippo di San Vito è la prova che il confine territoriale di Rimini era lì. Se il miliario segna l’inizio della strada verso Piacenza e cita la città di Rimini, significa che per l’amministrazione romana quel luogo era il caposaldo della viabilità, il limite rappresentato dal fiume di confine. Pertanto, il fatto che questo segnale fu rinvenuto a San Vito, nei pressi dell’Uso, nel suo punto originario – com’è stato comprovato – dimostra che i due fiumi (Marecchia e Uso) erano considerati parte dello stesso snodo geografico.
In un certo senso il Rubicone di Cesare rappresentava questo snodo. A pochi passi da questo punto di transizione sorge la Torretta della Madonna dell’Acqua, manufatto che la tradizione locale e la sensibilità di Giovanni Pascoli hanno eletto a custode di una sacralità secolare. Se nella celebre poesia giovanile Il Rubicone il poeta descrive il ponte come un monumento eterno identificabile nel “Pontaccio” di San Vito (il poeta nel sonetto descrive un corso d’acqua che “scivola al pilone”) – è nelle sue riflessioni epistolari che emerge il valore simbolico della Torretta, erede diretta degli antichi compita o dei trofei romani che celebravano i confini o le distanze, nonché, elemento di confine del paese natio del poeta. Il nome stesso “Madonna dell’Acqua” preserva il legame indissolubile con quel flusso fluviale di confluenza che un tempo segnava il destino di Roma. I Romani indicavano i passaggi cruciali (come il Rubicone) con cippi, edicole o piccoli tempietti votivi. Spesso le chiesette o le torrette edificate su incroci stradali antichi (come quello tra San Vito e San Mauro) sorsero sopra gli antichi compita (edicole sacre agli incroci) o monumenti che celebravano il passaggio di un fiume o di un confine sacro.
Tuttavia, la teoria non può più bastare a se stessa quando la tecnologia offre riscontri tangibili che attendono solo di essere portati alla luce. Le recenti prospezioni strumentali condotte nell’area di San Vito hanno aperto uno squarcio nel velo della storia: laddove la topografia segnala il passaggio del confine, le indagini georadar hanno identificato anomalie sepolte di estremo interesse archeologico, riconducibili in primis ai quattro pilastri di supporto dell’imponente ponte, così come a strutture metalliche e manufatti di notevole importanza.
Ora, l’analisi del segmento IV della Tabula Peutingeriana evidenzia una successione di tappe lungo la direttrice adriatica. La mappa disegna l’idronimo fl. Rubico in corrispondenza di un segmento stradale rapportabile in otto miglia romane dalla città di Rimini (a circa due terzi della strada). Considerando il valore convenzionale del miglio romano pari circa a 1,482 km, e la sua tratta intera di 12 miglia, nonché, il punto del Rubicone fissato a una distanza lineare di circa 11,85 km a nord dell’Arco d’Augusto di Rimini lungo l’antico asse della Via Popilia, il baricentro della sovrapposizione cade con sbalorditiva precisione sul bacino idrografico del Marecchia-Uso. Se il Rubicone fosse stato più verso la Curva Caesena, avrebbe necessariamente avuto un disegno, o un percorso, schiacciato verso Cesena, e non contro Rimini come appare. Per il cartografo l’antico fiume era alle porte della città: otto miglia al massimo, non di più. Questo conferma che il fiume resta vicino a Rimini, in zona San Vito. Inoltre, ci è pervenuto un solo dato numerico sul confine inviolabile, o sul Rubicone, e ci viene dato da Cicerone: 200 miglia da Roma. Egli, considerando il pericolo imminente e la crisi militare, sta pensando alla via di collegamento più diretta; diversamente avrebbe dovuto comunicarci una distanza superiore alle 210 miglia. La tradizione letteraria tardoantica (cfr. per esempio l’Itinerarium Antonini) attesta infatti la possibilità di percorrere il tratto Roma-Ariminum in 193 miglia (con qualche minima oscillazione forse dovuta ad arrotondamenti). Si tratta di un dato topograficamente e politicamente rilevante. Il confine rubiconiano deve trovarsi alla distanza ulteriore di sette miglia – nel miliario VII di San Vito – per completare la cifra indicata da Cicerone ( Filippiche VI, 3, 8 e VII, 9, 26) come ultimo limite invalicabile: l’oratore, pensando alla via più veloce, vieta ad Antonio di superare il fiume e ribadisce di non avvicinarsi a Roma oltre tale soglia.
Per avallare la tratta delle 193 miglia, considerando di partire dal Miliarium Aureum, è possibile stimare il seguente percorso che evita la Via Nova e lo snodo di Spoleto e Terni: Roma-Otcriculum (Otricoli) m. 44; Otriculum-Narnia (Narni) m. 12; Narnia-Carsulae (S. Damiano) m. 10; Carsulae-Mevania (Bevagna) m. 20; Mevania-Forum Flaminii (S. Giovanni Profiamma) m. 12; Forum Flaminii-Nuceria (Nocera Umbra) m.12; Nuceria-Faum Fortunae (Fano) m. 51; Fanum Fortunae-Pisaurum (Pesaro) m. 8; Pisaurum-Ariminum (Rimini) m. 24. La biforcazione avveniva subito dopo Narni. Si prendeva la tratta per Bevagna e si risparmiavano circa 10 miglia evitando il valico della Somma. I due rami si ricongiungevano a Forum Flaminii, vicino Foligno. (3-continua)
Fulvio Gridelli

