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Intramontabile Don Chisciotte

Il tenore Nicola Di Filippo (Don Chisciotte), il baritono Lee Kihyun (Don Platone) - PH Irene Trancossi

Al Teatro Poliziano l’opera Don Chisciotte di Henze e Paisiello che aveva inaugurato il Cantiere nel 1976

MONTEPULCIANO, 18 luglio 2026 – Tanti fili che s’intrecciano prima di annodarsi e intessere una trama ben riconoscibile. In questa edizione – la cinquantunesima – del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano si celebra in primo luogo un anniversario importante: il centenario del suo fondatore, Hans Werner Henze, nato a Gütersloh in Renania nel 1926, ma italiano per affinità elettive. Sono poi trascorsi cinquant’anni esatti da quel Don Chisciotte della Mancia, ‘opera comica’ composta da Paisiello nel 1769 e rivisitata dal compositore tedesco per adattarla a esecutori non tutti professionisti: uno spettacolo, allestito in piazza, che rappresenta l’atto fondativo di quello che sarebbe stato il manifesto artistico e politico del Cantiere. Infine, ricorrono anche venticinque anni di attività dell’Accademia Europea di Palazzo Ricci, nata come sede italiana del conservatorio di Colonia, al centro di continue sinergie musicali tra il nostro paese e la Germania.

Il tenore Nicola Di Filippo (Don Chisciotte) – PH Irene Trancossi

Se è stato un affollatissimo convegno a ricordare la figura di Henze, l’attenzione si è però focalizzata soprattutto sull’allestimento di quel Don Chisciotte che nel 1976 era apparso un’operazione tanto coraggiosa quanto innovativa: un vero e proprio manifesto di questo antifestival, che aspirava a prendere le distanze da ogni élite e a collocarsi agli antipodi di Salisburgo o della vicina Spoleto. Non è un caso che Henze avesse scelto – tra i personaggi letterari declinati in modo comico nell’opera italiana – l’utopistica figura del Cavaliere errante. Era sua intenzione infatti coinvolgere attivamente nella realizzazione dello spettacolo l’intera cittadinanza poliziana (e per tanti anni il Cantiere è stato davvero questo): dall’esecuzione musicale alle scenografie ai diversi aspetti tecnico-logistici. Cinquant’anni fa, del resto, il mito di Don Chisciotte rientrava ancora pienamente nel lessico familiare di quel pubblico, anche poco avvezzo al teatro, cui Henze intendeva rivolgersi. Il nucleo della vicenda è fornito dalle schermaglie amorose tra una coppia di nobildonne e i loro due pretendenti, con l’immancabile corredo d’un paio di servette: un sestetto fra cui piombano inopinatamente Don Chisciotte e Sancio Panza. Agli otto personaggi previsti nel libretto originale furono così aggiunte due voci recitanti, come doppi del protagonista e del suo scudiero: una scelta necessaria per valorizzare il rilievo drammaturgico di queste figure archetipiche.

Tuttavia, non è facile far rivivere il fascino di un’impresa artistica così singolare. Di grande aiuto, nel fornire la documentazione storica, è sicuramente stato il bel volume Don Chisciotte a Montepulciano e la nascita del Cantiere (My Monkey edizioni, 2023), realizzato con esemplare accuratezza da Andrea Zepponi, che ricostruisce fra l’altro anche l’edizione critica del libretto. I versi originali furono infatti in larga parte riscritti e attualizzati dall’allora giovane drammaturgo Giuseppe Di Leva con ampio uso del parlato, mentre Henze era intervenuto – oltre che con sforbiciature di alcuni numeri musicali – soprattutto sull’orchestrazione, affidata alla banda di Montepulciano e a un ristretto nucleo di strumentisti semiprofessionali.
Il più vistoso cambiamento attuale è stato comunque il cambio della sede. Henze aveva infatti concepito lo spettacolo per Piazza Grande, spazio d’incomparabile suggestione, mentre adesso è stato allestito al Teatro Poliziano. Innegabile, in termini di resa acustica, il vantaggio di un’esecuzione al chiuso, nonostante vengano inevitabilmente amplificati difetti che all’aperto sfuggono; in compenso lo spettacolo diventa facilmente trasferibile, tanto che dopo le due recite di Montepulciano andrà in scena in novembre a Colonia e Gütersloh, città natale di Henze.

Anche questa volta gli esecutori erano i componenti della banda cittadina – diretta da Giacomo Valentini – insieme all’Ensemble Strumentale dell’Ateneo Renano, che riunisce cinque istituzioni musicali tedesche: tutti giovani ma con caratteristiche decisamente professionali. Per la parte vocale, infine, sono stati selezionati cantanti italiani e tedeschi grazie all’intermediazione dell’Accademia di Palazzo Ricci.
Ha diretto Marco Angius, che è riuscito a ottenere un apprezzabile amalgama sonoro da strumentisti di provenienza eterogenea. Ha così impresso un ritmo brillante all’esecuzione non soltanto nei passaggi orchestrali, ma fornendo pure un valido sostegno ai cantanti. Nel cast – ben affiatato – spiccava il tenore Nicola Di Filippo, un Don Chisciotte dal canto fluido e attore convincente. Nelle vesti della Duchessa, il mezzosoprano Luzia Ostermann ha mostrato un’apprezzabile solidità di mezzi e grande disinvoltura scenica. Anche il baritono Lee Kihyun, il ricco borghese don Platone, ha affrontato con sicurezza la sua aria, così come il tenore Paolo Mascari è stato uno spiritoso Conte Calafrone. Dotata di verve scenica il soprano Emelina Medina Martínez, un’intraprendente Contessa, e assai divertente – nel suo improbabile dialetto napoletano – il soprano Yewon Lee, la briosa cameriera Carmosina. Si è fatta apprezzare pure Seoyoung Jang nel ruolo più defilato dell’ostessa Cardorella, mentre è apparso penalizzato da non pochi problemi di emissione il baritono Biran Özgür Sariyer, lo scudiero Sancio Panza. I due bravi attori erano Alessandro Zazzaretta e Anelio Salvadori.
Il regista Michael Dissmeier ha concepito uno spettacolo molto piacevole e coloratissimo, sfruttando anche i palchi di proscenio per ampliare le esigue dimensioni del Teatro Poliziano (scene, costumi e video sono frutto del lavoro di otto studenti dell’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, coordinati da Lena Newton). L’azione si sviluppa mantenendo un ritmo sempre vivace e sostenuto, dove si succedono ininterrottamente trovate spiritose e garbatamente naïf. Soprattutto, il regista riesce nell’intento di trasformare tutti i cantanti in ottimi attori.
All’intera operazione, inoltre, va il merito di aver creato uno spettacolo in grado di eludere la trappola della retorica celebrativa. L’aspirazione più lontana dalle intenzioni di Henze.

Giulia  Vannoni