Lo so. Ci vuole una bella faccia tosta a presumere di riuscire a concentrare la sconfinata ricchezza di una voce tanto delicata e complessa – Dio – nelle pochissime righe disponibili di questa rubrica. Ma c’è una osservazione che mi incoraggia a tentare l’ardua impresa.
Ed è la seguente: secondo il Nuovo Testamento, il nome Dio indica normalmente il Padre. Pertanto stiamo sereni: potremo tornare a parlare di Dio-Trinità quando alle lettere alfabetiche G ed S incontreremo rispettivamente Gesù e lo Spirito Santo.
Adesso proviamo a balbettare qualche parola su Dio Padre.
E partiamo dall’obiezione classica, grande come una montagna: se Dio è Padre, come la mettiamo con la presenza, nel mondo, del male e del dolore innocente?
Alla scuola della Bibbia, e in particolare di Gesù e del Vangelo, noi crediamo che Padre è il vero nome proprio di Dio.
Che è il Padre materno: autorità che responsabilizza e tenerezza che abbraccia.
La sua trascendenza non si traduce mai né mai si riduce a gelida lontananza.
La sua onnipotenza non fa rima con invadenza, non schiaccia la nostra libertà, ma la libera. E la sua vicinanza è reale anche nell’apparente assenza.
Al riguardo, già nelle prime puntate abbiamo guadagnato un bel gruzzolo di certezze.
Alla lettera A, abbiamo appurato che “Dio è Amore”: è la pura, gratuita gioia del donare senza riserve.
Dio ama non solo i giusti, i sofferenti, gli oppressi, ma anche i peccatori, gli oppressori, perfino i crocifissori di suo Figlio. Dio non soffre di solitudine: “Non creò l’uomo perché ne aveva bisogno, ma per avere qualcuno a cui far dono dei propri beni” (s. Ireneo).
E alla lettera B (Beatitudine – Felicità) abbiamo acquisito una ulteriore certezza: a Dio sta a cuore unicamente la nostra salvezza, ossia la nostra vera riuscita e la nostra piena felicità.
E dunque il male di terremoti, di tsunami e cataclismi vari, che mietono tante vittime innocenti? Dopo duemila anni non pochi cristiani non hanno ancora spezzato il laccio che annoda delitto e castigo. Eppure Gesù lo aveva detto e fatto in modo inequivocabile.
Vedi il suo commento alla notizia del crollo della torre di Siloe: quei diciotto operai schiacciati dalle macerie non erano certo più peccatori di tutti gli altri abitanti di Gerusalemme. Si veda anche la risposta del Maestro all’accanita domanda dei discepoli, di fronte al cieco nato: “Né lui ha peccato né i suoi genitori”.
Fortissimo Gesù!
Francesco Lambiasi

