Home Editoriale CENTRI ESTIVI E CAMPEGGI Nel servizio si cresce

CENTRI ESTIVI E CAMPEGGI Nel servizio si cresce

È il primo giorno di Grest. Una ragazza di sedici anni prende per mano un bambino che piange perché non conosce nessuno.

Un ragazzo di diciassette cerca di sedare una lite durante un gioco. Poco più in là un gruppo di adolescenti prepara una scenetta, discute, si confronta, sbaglia, ricomincia… A uno sguardo distratto potrebbero sembrare semplicemente ragazzi che aiutano i più piccoli. Ma chi frequenta i centri estivi o i campeggi parrocchiali sa che sta accadendo qualcosa di più profondo. Mentre si prendono cura dei bambini, quegli adolescenti stanno imparando, forse per la prima volta, a prendersi cura anche di sé stessi e degli altri. Ogni estate migliaia di adolescenti scelgono, per alcune settimane, di trasformarsi in “animatori”. Essere “animatore” non significa semplicemente “dare una mano”. Significa assumere, spesso per la prima volta, una responsabilità educativa. È il passaggio dall’essere “destinatari”

di un percorso all’essere “protagonisti” di una comunità che educa.

L’adolescenza è il tempo della ricerca della propria identità. È l’età delle domande, delle fragilità, del desiderio di autonomia e, nello stesso tempo, del bisogno di appartenenza. In questo contesto il servizio educativo rappresenta un’occasione straordinaria di crescita. Il ragazzo scopre che qualcuno si fida di lui, gli affida dei bambini, gli chiede di collaborare con altri giovani e con gli adulti.

Questa fiducia diventa spesso il primo motore della responsabilità. L’animatore sperimenta che educare significa anzitutto disciplinare se stessi e comprendere a fondo il valore delle regole. I bambini osservano, imitano, percepiscono la coerenza molto più delle parole. Per questo il giovane comprende progressivamente che autorevolezza e testimonianza coincidono. È un apprendimento che nessuna lezione teorica potrebbe sostituire.

Da un punto di vista pedagogico il centro estivo costituisce una vera palestra di competenze. Gli adolescenti imparano a lavorare in équipe, a gestire i conflitti,

a comunicare, a programmare attività, a risolvere problemi imprevisti, a prendersi cura delle persone più fragili. Sono competenze trasversali che ritroveranno nella scuola, nel lavoro e nella vita adulta. Ma il valore dell’esperienza non si esaurisce sul piano educativo. Esiste anche una dimensione ecclesiale che merita di essere riscoperta. L’animatore non svolge soltanto un servizio organizzativo: partecipa concretamente alla missione educativa della comunità cristiana.

Diventa un giovane che evangelizza attraverso la vicinanza, il gioco, la relazione e la testimonianza quotidiana. Leone XIV ha più volte invitato la Chiesa a non limitarsi a parlare dei giovani, ma a camminare con loro, riconoscendoli come protagonisti della vita ecclesiale e sociale. Un grazie dunque a questi ragazzi e buon cammino.