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“Lo compro perché mi fa stare bene”

ABBIGLIAMENTO E STILI DI VITA. Maxi indagine del Gruppo Teddy su Millennials e Gen Z rivela tendenze inaspettate

Non sempre è vero che l’abito non faccia il monaco, anzi.

Soprattutto oggi “il monaco” che è in ognuno di noi vuole vestire in un modo che lo faccia stare bene, che corrisponda alla sua personalità e vuole che si veda. È quanto emerge dalla macro indagine promossa dal gruppo riminese Teddy, leader internazionale nel settore abbigliamento. Si evidenzia in particolare un cambio di paradigma: il guardaroba quotidiano diventa uno strumento legato al benessere interiore, all’espressione del sé e alla costruzione dell’identità personale.

Ne abbiamo parlato con Matteo Lessi, direttore Corporate affairs & Communication Teddy Group.

Perché quasi l’80% dei clienti compra in store, ma il 70% sceglie di farlo da solo e il 68% rifiuta l’aiuto del personale? Come si concilia questo bisogno con il vostro valore di accoglienza?

“Crediamo che oggi l’accoglienza non significhi essere sempre presenti, bensì saper esserci per i clienti nel modo giusto. La ricerca che abbiamo condotto ci dice che molte persone vivono lo shopping come un momento personale, in cui desiderano esplorare e scegliere in autonomia. Il ruolo del punto vendita è quindi creare un ambiente in cui ciascuno possa sentirsi libero: chi desidera un consiglio deve poterlo trovare, chi preferisce decidere da solo deve sentirsi altrettanto a proprio agio. Inoltre l’accoglienza può essere espressa in molti modi: la disposizione del negozio, il visual, le immagini, le comunicazioni. Ogni particolare del negozio può essere fattore di accoglienza”.

L’82% dei clienti sceglie un capo per la vestibilità e solo il 3,5% segue le tendenze. Questo dato non mette in discussione l’idea di dover proporre novità a tutti i costi?

“Più che mettere in discussione il concetto di novità, questa survey ne ridefinisce il significato. Lo notiamo nel desiderio delle persone: continuano a cercare ispirazione, ma vogliono capi che le rappresentino davvero, non semplicemente l’ultima tendenza. Per questo crediamo che innovare significa progettare collezioni che uniscono stile, vestibilità e libertà di espressione. La moda resta un linguaggio in continua evoluzione, ma oggi è decisamente più personale”.

Oltre il 77% dei consumatori dichiara di acquistare maggiormente in store. Qual è quindi il ruolo del digitale?

“L’obiettivo è uno: essere dove sono i nostri clienti e garantirgli un’esperienza omnicanale. Vediamo ogni giorno tantissime persone frequentare i nostri punti vendita, per questo motivo il dato non ci sorprende. Però il digitale ricopre un ruolo importante in quanto non limitiamo il suo valore alla conversione immediata, bensì lo percepiamo come asset strategico: uno spazio in cui i brand costruiscono relazione, raccontano la propria identità e ispirano le persone. Il fatto che l’acquisto avvenga poi in negozio non significa che il digitale non abbia avuto un ruolo nel percorso decisionale, anzi”.

Per il 67% è fondamentale riconoscersi nell’idea di bellezza del brand. In che modo il vostro purpose (“accoglienza e realizzazione”) si tradurrà nelle collezioni?

“Questa ricerca conferma che le persone cercano brand nei quali riconoscersi, non solo prodotti da acquistare. Per noi questo significa continuare a progettare collezioni accessibili, inclusive e capaci di valorizzare identità e stili diversi, senza proporre un unico modello di bellezza. Il nostro purpose non muta, è la nostra stella polare, però ogni stagione trova nuove forme per tradursi in capi che aiutino le persone a sentirsi bene con sé stesse, prima ancora che semplicemente ben vestite. Ho in mente tante storie che i team dei negozi ci raccontano della relazione che hanno con i clienti, di come anche a volte un capo aiuta a esprimere se stessi. Queste storie ci ricordano che facciamo uno dei lavori più belli del mondo perché diamo la possibilità a ciascuno, uomo, donna e bambini, di esprimerne al meglio la propria personalità, di valorizzarla”.

Vestirsi bene migliora l’umore per l’80% delle persone. Intendete inserire il “benessere emotivo del cliente” tra i parametri ufficiali con cui misurate la sostenibilità sociale del Gruppo Teddy?

“La soddisfazione dei clienti è da sempre uno dei mantra della nostra azienda. Come accennavo prima, anche nelle nostre convention interne stiamo cercando sempre di più di arricchirci del valore che riusciamo a portare ai clienti. Nell’ultima convention ci siamo detti proprio che non dobbiamo scordarci mai che quelli che entrano nei nostri negozi non sono clienti, ma innanzitutto persone, con i loro desideri, i loro bisogni, i loro drammi. Interrogarli sul tema della bellezza è stato un primo passo per comprenderli ancora meglio. La risposta che ci hanno dato è stata inaspettata, hanno risposto in tantissimi. Questo indica che con loro c’è la possibilità di una relazione che va oltre quello che hanno comprato. Questa è una bella sfida”.