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Individuo e società


Negli anni Ottanta del secolo scorso, all’inaugurazione dell’era neo liberista della globalizzazione, che tuttora governa una grossa fetta dell’economia mondiale, una frase, che sottendeva un pensiero, pronunciata dalla premier conservatrice inglese Margaret Thatcher, divenne celebre: “La società non esiste. Esistono individui, uomini, donne e famiglie”. Seguita da un’altra che è la diretta discendente della precedente: “Non conosco nessuno che abbia raggiunto i vertici senza duro lavoro. Questa è l’unica ricetta che conosco”. Sono espressioni che sul momento riscossero molto successo e divennero egemoni della società dell’epoca, ma non erano e non sono vere. Sono solo il portato ideologico del primato del mercato che suppostamente risolverebbe (la libertà di mercato) tutti i problemi. Non è un caso che queste idee fecero da supporto ad una massiccia campagna di vendita (spesso svendita) di beni e imprese pubbliche, in nome del principio che lo Stato meno faceva e meglio la società ne avrebbe beneficiato. Conclusione che la realtà ha poi smentito. Innanzitutto non è vero che la società non esiste. Provate ad immaginare di nascere e vivere soli in un’isola: cosa fareste, che lingua imparereste, chi vi curerebbe in caso di malattia, a chi chiedereste un’opinione o un consiglio per dirimere un dubbio, come fareste a procurarvi da solo/a i beni e servizi di cui pure avreste bisogno per vivere, da anziano chi vi curerebbe e assisterebbe? È vero, invece, l’esatto contrario: nasciamo come individui, ma subito ci interfacciamo con altri individui (i genitori), crescendo con i compagni di asilo, poi della scuola, del lavoro e così via. Siamo individui unici, ma nello stesso tempo individui sociali, che interagiamo con altri e dagli altri prendiamo sempre qualcosa che comporrà, nel corso del tempo, il puzzle (come i mattoncini lego) della nostra identità, cioè chi siamo. Identità non definita una volta per sempre ma continuo divenire. Lo stesso vale per la società. Società dove si incide, come è accaduto nell’ultimo referendum, agendo come collettivo, non da soli. Non è nemmeno vero che il nostro esito personale e professionale dipenda esclusivamente dal “duro lavoro”. Sarebbe vero se ai blocchi di partenza fossimo tutti allineati lungo la stessa linea di partenza. Ma questo non avviene. E gli esempi non mancano, a cominciare dai percorsi scolastici. Se così fosse non ci sarebbe stato bisogno di scrivere, all’articolo 3 della nostra Costituzione, dedicato ai diritti delle persone che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. La società esiste e purtroppo tra gli individui che l’abitano le disuguaglianze sono crescenti. Quasi mai per loro demerito.