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Intervista. Franco Nembrini sul tema “Educare mestiere di promesse” “L’emergenza educativa non sono i ragazzi, ma ciò che vedono nel mondo degli adulti”

Nuove mappe di speranza

Per educare non servono solo regole, ma testimoni che amano la vita. Il segreto sta nella testimonianza della comunità educante: dalla famiglia alla scuola. Siamo tutti educatori”. Lo ha ribadito Franco Nembrini intervenuto lunedì 16 al Palazzo del Turismo di Riccione per parlare di educazione giovanile davanti a 300 persone. Su invito delle associazioni Amici di Andrea Aquilano e Koinè Riccione Ets che gestisce la nuova scuola cattolica San Carlo Acutis di Riccione in partenza il prossimo anno scolastico, il noto insegnante, saggista e pedagogista ha affrontato lo specifico tema: “ Educare mestiere di promesse”, riprendendo la recente Lettera apostolica di Papa Leone XIV Disegnare nuove mappe di speranza.

Lo abbiamo intervistato.

Quale messaggio ha lanciato a genitori, docenti ed educatori?

“La cosa fondamentale che è un po’ il mio cavallo di battaglia quando parlo al mondo della scuola e dell’educazione, in termini forse un po’ paradossali, è lo slogan: il vero educatore non si occupa dì educazione. Se l’educazione è un problema, fate parte del problema. In giro serpeggia una specie di ‘damnatio’ di questa generazione dei figli. Avanzano nuove tecnologie. È il mondo che cambia ed è come fossero loro a essere ineducabili”.

Lei invece cosa sostiene?

“Che i nostri figli, come noi, i nostri nonni e tutti, veniamo al mondo fatti da Dio, ossia bene, con un cuore grande che attende cose grandi. L’emergenza educativa non sono i ragazzi, loro fanno il loro lavoro, i bambini guardano sempre. Il problema educativo è quello che vedono, quando guardano. Ai genitori dico di non nascondersi dietro alibi vergognosi che farebbero sembrare ineducabili i nostri figli. Il vero problema è cosa loro vedono nel mondo degli adulti”.

Cos’è l’educazione?

“È innanzitutto una testimonianza. Il punto è questo: voi mamme, voi papà di che cosa vivete? Con quali speranze alimentate il vostro cuore? Quali responsabilità vi assumete di fronte al mondo? Vivete questo e i figli guardandovi, impareranno tutto quel che c’è da imparare”.

Lei usa un particolare slogan!

“È questo: ringrazierò per l’eternità mio padre, perché si è occupato della sua santità e non della mia, ma in questo modo mi ha reso curioso e desideroso di fare una vita come la faceva lui. Questo stabilisce che tutti possiamo educare. Non è vero che servono particolari competenze. I miei genitori hanno fatto dieci figli, la loro caratteristica era questa: mia madre cantava e mio padre, malato di sclerosi multipla, fischiava, zufolava andando in giro per il paese con una bicicletta alla quale avevano dovuto aggiungere due rotelline per sicurezza. Se tu hai una mamma che canta e un papà che fischia, l’educazione è fatta”.

In sintesi, bisogna essere autentici testimoni?

“Esatto. Anche in questo caso ho cercato di distruggere un falso mito, cioè che testimonianza voglia dire una esasperata coerenza, che invece è impossibile avere, perché siamo peccatori e fragili come tutti. Ma i figli non ci guardano chiedendo questa coerenza che don Giussani chiama etica, ci guardano chiedendo una coerenza ideale. Poi, che sbagliamo e pecchiamo, lo sanno benissimo! Nella vita si sbaglia, ma i figli dimenticano, quello di cui loro hanno bisogno è la coerenza ideale. La certezza di una strada buona per la vita”.

Nelle nostre città di riviera, è più difficile educare?

“Quello che ci siamo detti finora, qui vale a maggior ragione. Certo, in città come Rimini e Riccione capitali europee del divertimento, può essere un po’ più difficile andare contro certe logiche, certe abitudini e una certa mentalità, ma nel disastro in cui siamo, sono convinto che mai sia stato così facile dire ai preti di annunciare il Vangelo. Il problema di queste città è ‘gaudenti e disperati’, ma se fischi, canti e sei contento della tua vita, la gente non cerca altro, anche a Rimini e a Riccione”.

Alcuni docenti dicono: a scuola dobbiamo fare i carabinieri anziché i professori, lei che dice?

“Questo esaspera il conflitto, non funziona. Fare i carabinieri non è mai servito. È come parlare dell’autoritarismo dei genitori di anni fa, non ha educato mai. Il punto è la testimonianza di una grande contentezza nella vita. L’equivoco che i ragazzi pagano è quando i genitori sbagliando confondono l’essere contenti con l’accontentarsi, perché se ti accontenti e insegni al figlio di accontentarsi, siccome niente fa contento, vai di vizio in vizio alla ricerca di uno scampolo di felicità, che però quelle cose non ti possono dare. Se invece si abitua a essere contento, si cerca l’amicizia, la comunità, un’altra vita”.

Che qualità deve avere il vero insegnante?

“Deve avere tre caratteristiche: amare la vita, i giovani che ha di fronte a se e capire il loro valore infinito, nonché amare ciò che insegna”.

Cosa porta tanti adolescenti a uscire con il coltello in tasca?

“Bisognerebbe individuare vari fattori, uno lo conosco e lo denuncio con forza. Se un ragazzo ha di fronte genitori sempre lamentosi e sospettosi, se papà e mamma pensano che educazione sia preservarti dal male del mondo, perché il mondo è male, tu quel mondo lo odi e ti difendi. Se non lo fai con i mezzi legittimi, ti metti un coltello in tasca, proprio perché ti hanno insegnato che il mondo è cattivo e che gli altri uomini ti sono nemici. Così fai a cazzotti se ti fregano il parcheggio e uccidi se ti fregano la morosa. Se poi alle spalle ci sono storie difficili in famiglia e a scuola, tutto degenera e il fenomeno della violenza non si governa”.

Lei è un celebre dantista, cos’ha oggi da insegnare Dante?

“Tutto, perché si è avvicinato così tanto alla verità, da goderne e da sentirsi responsabile che questa verità arrivasse al mondo intero. Così ha preso carta e penna per scrivere la Divina Commedia e raccontarci cos’ha visto, quando ha visto la verità, ha descritto il suo itinerario, che ha il coraggio di partire dall’ammissione del proprio male, della propria debolezza, la selva oscura, fino ad arrivare a guardare Dio faccia a faccia. Niente di più attuale”.

I ragazzi riconoscono l’Inferno?

“Riconoscono quello di Dante e vedono in questo il loro Inferno. Così il Purgatorio e il Paradiso.  Porto in giro i cataloghi della mostra che ho realizzato a Verona, i ragazzi l’hanno intitolata ‘ Il mio Inferno’, 130 di loro che ho formato in dieci giorni solo a Verona, hanno fatto da guida alle grandi mostre di Dante.  Queste – su richiesta di docenti, sacerdoti e vescovi – hanno girato settanta città d’Italia, tutte proposte con guide, 1.500 studenti di tutte le scuole, formate dal nostro team”.

Il suo sogno?

“Che si possa realizzare uno Spazio Dante dove l’esperienza delle mostre possa essere perenne. Le mostre possono comunque continuare a girare, una la allestiremo a Forlì”.

Nives Concolino