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Don Filippo Di Grazia – Un uomo tra gli uomini

di_grazia_don_filippo_bnSaluto con simpatia il saggio Don Filippo Di Grazia. Un uomo tra gli uomini (Pazzini ed., 2016), che il nipote Egidio ha voluto dare alle stampe per onorare e rinverdire la memoria dello zio, scomparso nel 2010 all’età di 86 anni.
Come sappiamo, letum non omnia finit (Non tutto finisce con la morte). Cosa resta dunque della figura del sacerdote riminese?

Primo, il ricordo di una persona buona e mite, ma capace di decidere, e non solo di scegliere. Un solo esempio: decide di entrare in seminario all’età di 32 anni, quando già da diversi anni aveva iniziato la carriera di maestro, prima, e professore, poi. Secondo, ci resta il contributo di pensiero di un filosofo e teologo che su alcune questioni rilevanti ha precorso i tempi. Si leggano con attenzione le pagine 228-230 sulla pastorale dei divorziati e si scoprirà una evidente anticipazione dell’Amoris Laetitia di papa Francesco. Infine, don Filippo ci lascia la testimonianza di un cristiano atipico – come lui stesso volle autodefinirsi (p. 196) – che ha ben compreso che l’amore alla Chiesa esige bensì l’obbedienza ma non l’atteggiamento servile di chi è aduso a rispettare la lettera ma non lo spirito della Legge.

Un caso eloquente a conferma di ciò: nel 1956 il vescovo Biancheri gli chiese di candidarsi alle elezioni per la carica di Sindaco di Rimini nelle file della DC. Sia pur molto obtorto collo, Filippo accetta l’invito, ottenendo un risultato sorprendente: 34,82% dei voti, una percentuale superiore a quella ottenuta dal PCI. A causa del sistema di voto allora vigente, si dovettero ripetere le elezioni e il Nostro questa volta rinunciò a ripresentarsi, perché aveva accolto la chiamata al sacerdozio. Dice il Midrash: “I sapienti non hanno riposo in questo mondo, né nel mondo che verrà”. Don Filippo certamente non ha avuto vita tranquilla, in questo mondo, ma ora sì.

Per ovvie ragioni di spazio, posso qui fissare l’attenzione su tre punti soltanto del pensiero e dell’opera del sacerdote riminese (ma siciliano d’origine). “Lo scopo della scuola è far sì che tutti i bambini siano felici, mettendoli nella condizione di divenire adulti altrettanto felici”. È questa la cifra del Filippo maestro, una cifra che risente del pensiero di Jacques Maritain sul tema. La scuola non può essere ridotta a luogo di mera istruzione e formazione; deve essere anche luogo di educazione. Come ammoniva Plutarco, l’opera del maestro non consiste nel riempire un sacco, ma nell’accendere un fuoco. È questa sua idea del processo educativo ad avergli procurato, negli anni del post-concilio, non poche incomprensioni e aperte critiche. Soprattutto quando giudicava inutilmente rigorista il modello pedagogico applicato ai giovani del seminario.

Ad un secondo punto desidero rivolgere rapida attenzione. Per tanti anni, don Filippo si è dedicato alle tematiche sanitarie, insegnando alla scuola per infermieri di Rimini e divenendo membro, nel 1992, del Comitato Etico dell’ASL di Rimini. Il suo contributo importante è stato la denuncia delle aporie della deontologia professionale, basata sul rispetto dei canoni del codice di autoregolamentazione e sui provvedimenti della autodichia (magistratura interna). E questo perché l’approccio deontologico “vede” la malattia e il bisogno, ma non vede né la persona ammalata né il portatore di bisogni. Soprattutto, il modello doverista non è in grado di sciogliere dilemmi etici fondamentali, come quelli che si presentano in bioetica e in biogiuridica. Don Filippo si è sempre battuto a favore dell’etica professionale, nella versione specifica dell’etica delle virtù secondo la formulazione di Tommaso, suo costante riferimento teologico. Proprio perché le virtù fanno riferimento all’essere della persona, il professionista sanitario non può non considerare che la malattia genera sempre, tanto o poco, solitudine; non solo dolore fisico. Per questo, occorre consolare e non solo compatire.

Infine, non posso fare a meno di fare parola di un terzo tratto caratteristico della personalità del Nostro: la sua difesa convinta del principio di laicità, anche dentro la Chiesa. Sulla scia della filosofia personalista e del pensiero di personaggi come Giuseppe Dossetti a Bologna e Giuseppe Lazzati a Milano, don Filippo traccia la distinzione tra laicità e laicismo, per un verso, e tra senso religioso e clericalismo, per l’altro verso.
Non poche sono state le incomprensioni e le “punizioni” che don Filippo finì per accumulare a causa di ciò. Solo chi ha fatto l’esperienza dell’abbandono può conoscere la sofferenza interiore che prova chi non riesce a farsi comprendere dagli amici e dai superiori. Senza mai alzare il tono della protesta, don Filippo era persuaso che il rispetto della tradizione fosse la salvaguardia del fuoco, non la custodia delle ceneri.

Per terminare. Un antico pensiero di Ugo di San Vittore, teologo e chierico vagante del XII secolo, bene ci restituisce la figura esemplare di don Filippo. Diceva Ugo che colui che si sente a suo agio soltanto a casa propria, nel proprio paese, è un uomo assai imperfetto; certamente più perfetto è l’uomo che si sente a suo agio un po’ dappertutto. Ma – concludeva – compiutamente perfetto è l’uomo che si sente a “disagio” ovunque si trovi. Così è stato e ha vissuto don Filippo: mai contento di fermarsi per ammirare i risultati conseguiti; mai disposto a rinunciare alla libertà di pensiero per un po’ di sicurezza o di potere, da lui sempre aborrito. Amare l’esistenza è un atto di fede che apre alla speranza. La quale non riguarda solo il futuro ma anche il presente, perché abbiamo bisogno di sapere che le nostre opere, oltre a un fine ultimo, hanno un senso e un valore anche qui e ora.

Stefano Zamagni