Il Ponte

Kanun, l’onore, il sangue e il perdono

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Lottare. Lottare per aiutare chi da solo non ce la fa. Lottare ma senza l’uso delle armi. Essere come una colomba che porta il ramoscello d’ulivo e con esso un po’ di pace e speranza. Questa colomba ha fatto tappa anche in Albania per cercare di arginare il terribile fenomeno delle vendette di sangue. Intere famiglie costrette a vivere rinchiuse in casa; morte, dolore, paura che segnano la vita di molte persone. Contro queste faide, contro un ciclo che sembra non avere mai fine, “Operazione Colomba”, corpo di pace dell’associazione “Papa Giovanni XXIII” ha organizzato una marcia che ha attraverso tutto il Paese delle Aquile. All’iniziativa svoltasi dal 22 giugno al 1 luglio ha aderito anche il nostro giornale. Dieci giorni di marcia da Bairam Curri a Tirana, 130 km percorsi a piedi per proporre il perdono come alternativa alle vendette di sangue. Sull’iniziativa abbiamo intervistato Alberto Capannini, da sempre uno degli animatori di “Operazione Colomba”.

Da che cosa è nata l’idea della marcia e quale fine vi siete prefissati di raggiungere?
“La marcia in Albania è nata per richiamare l’attenzione della società albanese e non solo, sulla situazione delle vendette di sangue. Posto di origine di queste faide è il nord del paese. In seguito le persone sono emigrate e le hanno portate per tutta l’Albania e non solo. Queste faide sono la causa di tanti omicidi, coinvolgendo centinaia di famiglie. Per non essere uccise molte persone sono costrette a vivere rinchiuse in casa, quasi fossero agli arresti domiciliari. Noi, da una parte tentiamo di aiutare queste famiglie a riconciliarsi, e dall’altra richiamiamo l’attenzione su quello che sta succedendo.
Tentiamo un’azione di denuncia, di sensibilizzazione.
Abbiamo attraversato tutto il paese dal nord, dove questo fenomeno è nato ed è molto forte, fino alla capitale, Tirana. Tappa per tappa abbiamo raccontato ciò che purtroppo succede. Durante il percorso ci sono state testimonianze di esperienze di riconciliazione di diverse parti del mondo. Abbiamo insomma cercato di aiutare la società civile albanese a riflettere su questa situazione. L’obiettivo della marcia è stata proprio la riconciliazione. Al momento questa riconciliazione non c’è e non è neanche all’orizzonte, però il lavoro che stiamo facendo, potrebbe avvicinare questa data”.

Come hanno reagito le persone incontrate?
“Sicuramente in maniera positiva. Molti ci dicevano “vorremmo farle noi queste cose” e altri testimoniavano il fatto che c’è una volontà di riconciliazione all’interno della popolazione. Abbiamo raccolto anche qualche migliaia di firme per chiedere che venga applicata una legge che istituisce una sorta di commissione per fermare questo fenomeno di vendette. Siamo ancora all’inizio, ma credo che in Italia ci sarebbe stata meno sensibilità. Mi sembra che siamo ancora più “addormentati” dell’Albania rispetto ai problemi che abbiamo. Se ci fosse stata, come c’è stata, una marcia sul problema della mafia sarebbe stata meno sentita”.

Quali le difficoltà incontrate?
“Non ci sono state grosse difficoltà. Io credo che questo sia stato solo un inizio. Adesso la difficoltà è vedere il passo successivo, vedere come arrivare a questa riconciliazione. A noi non interessa fare azioni simboliche, ci interessa fermare una violenza che uccide le famiglie, fa orfani e vedove, chiude le persone in casa, spinge ad uccidere. La grossa difficoltà è questa: fermare la vendetta, la marcia è stata solo uno strumento”.

Operando in Albania da quattro, cinque anni, riuscite a vedere un cambiamento da quando avete cominciato a inserirvi?
“Si vede un cambiamento nel senso che ora ci sono delle prospettive: tante persone che desiderano uscire da questo ciclo di vendette, poiché la violenza non porta da nessuna parte. Penso che ci siano buone possibilità perché non solo si esca dal ciclo di vendette ma se ne inneschi uno anche positivo di riconciliazione”.

Questa deve essere un’esperienza che arricchisce le persone che la vivono. Che cosa ti ha lasciato?
“Mi ha lasciato il fatto di camminare insieme. Su un percorso di 300 km ne avremo fatto circa metà a piedi. Il fatto di camminare insieme, di parlare durante il tragitto, un po’ alla volta di avvicinarsi a questa meta, è questo molto bello. Poi la parte organizzativa è un po’ pesante, però quella di camminare insieme è fantastica:
attraversare le montagne, paesaggi bellissimi, incontrare persone che raccontano la loro storia. Questa resta comunque solo la prima battaglia. La guerra deve ancora essere vinta, se vogliamo fare un paragone militare.

Marta Antonini

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