Il Ponte

’Giubbino’ rabdomante di San Francesco

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Giubbino (giacca stretta), nome affibbiatogli dall’anagrafe della piazza, in realtà Romeo Gabicini, di Chiusi de La Verna, rabdomante di San Francesco. Ottantasei anni, pensionato, ex conduttore di pullman, nella squadra Baschetti primatista di guida per aver scarrozzato una vita intera tutta l’Alta Valle del Tevere e mezzo Casentino. Ottantasei anni, ma ancora saltella come un grillo, s’arrampica su per i greppi meglio di uno scoiattolo, e asciutto com’è, teme solo il vento, nemico giurato della sua migliore amica, l’acqua, che lui riesce a scovare ovunque si “acquatti”, e una volta “sgamata” si inginocchia a terra ringraziando Iddio, San Francesco e Sant’Antonio; un bell’accoppiamento il suo con l’acqua, più appropriato forse, AcquaRomeo piuttosto che Giubbino. Lo conoscevo da tempo, il folletto dell’Alto Casentino, ma è cronaca di pochi giorni fa l’ultimo esperimento “live”: per la tv sarebbe stato una manna quel pomeriggio trascorso con Giubbino, a sondare un terreno di una futura lamponaia tra le sorgenti del Tevere e del Marecchia, uno spettacolo. Mi riterrei soddisfatto, se gli scatti della mia 3,2 megapixel fossero riusciti a esprimere almeno il 5% di tutte le espressioni del viso di Romeo Gabicini, al suo contatto con l’acqua. Gabicini si era accorto fin da ragazzo del dono ricevuto, ma l’aveva custodito gelosamente fino a 24, quando un rabdomante tedesco, un frate dell’ordine francescano, fu chiamato a La Verna per cercare l’acqua nel santuario del poverello. Giubbino era li a curiosare insieme ad altri, e non appena il rabdomante sentenziò: “L’acqua è qui!”, Romeo sposto l’asticella di un metro, e soggiunse: “Questo è il punto esatto!”. Il Padre Guardiano del convento dissentì, ma il frate tedesco confermò il giudizio del giovanotto italiano e abbracciandolo aggiunse: “Tu sei un benefattore per l’umanità!” . Così fu, così è. Romeo infatti esercita gratuitamente le sue ricerche, ma esige dal padrone del terreno, ad operazione compiuta con l’arrivo dell’acqua in superficie, che venga inviata a sua insaputa un’offerta per le missioni o al Santuario de La Verna. Un filo di rame chiuso a cerchio, del diametro di 50 cm, il suo strumento per sondare il terreno, ben stretto tra le mani del rabdomante all’altezza del busto, in piedi, sulla superficie da esaminare. Non appena il cerchio si abbassa, piegandosi verso il basso, inizia il braccio di ferro del rabdomante con le viscere della terra. Il suo volto, nel tentativo di trattenere il rame, per lo sforzo si infiamma cominciando a seguire il corso dell’acqua fino a quando, il rame perdendo forza, rientra in standby: quello è il punto esatto della sorgente.
“T’è visto dendo viene sta vena?!” – sbotta Giubbino con il suo linguaggio toscano innaffiato di aretino. “È qui che sgorga” e prosegue in un monologo “che bello, che bello!” e parole di ringraziamento a Dio e ai suoi Santi preferiti. Si riposa un attimo, e riprende: “Adesso cercheremo di capire la profondità!” e rivolto ad una signora che osserva l’insolito spettacolo, l’invita a controllare i secondi al suo via; s’aggiusta il cerchio, ancora in piedi, in verticale sulla sorgente appena scoperta e dà il via alla spettatrice. Il cerchio torna a piegarsi, il respiro di Giubbino si spezza, il rabdomante è in notevole affanno, ansima, occhi chiusi, quasi un abbraccio con la profondità della terra con il cerchio di rame totalmente riverso in basso. “Stop!” – urla il rabdomante, “Quarantotto secondi” – risponde la signora sbigottita. “Quarantotto metri” – sottolinea Romeo Gabicini, “la sorgente dovrebbe trovarsi a quella profondità, ma se fosse a quarantanove? Difendimi tu, San Francesco!” – conclude il rabdomante. Giubbino è stanco, soddisfatto, gli sorride l’anima. In un’altra occasione ricordo bene che il rabdomante aveva stoppato il cronometro a 18 secondi e l’acqua fu stanata dalla trivella a 17,80 metri: un bel mistero, Romeo Gabicini, lezione, speranza e monito per tutti nell’era delle grandi scoperte della scienza, sempre più proiettata nel tentativo impossibile di battere la velocità del pensiero, impossibile perché espressione dell’uomo e immagine di Dio, quindi proiezione dell’eternità, un’immensità rispetto alla scoperta dei “neutrini”, indubbiamente un bel risultato, preferibile di gran lunga ai “neutroni”, neutroni inteso come i figli dell’indifferenza, il peggiore tra tutti i mali, ma il ciclone del terzo millennio cancrena e male oscuro, che isola e schiavizza l’uomo confinandolo in una nicchia blindata di egoismo ed egocentrismo, di fatto l’anticristo, quel piano inclinato e subdolo perché indolore, il tarlo della società che l’allontana sempre più da Dio. Sono i giovani, primavera e speranza e fortunatamente immuni da questa patologia, sono loro a indicarci il percorso di un’indispensabile nuovo rinascimento: ascoltiamoli! Auguriamoci invece di non aver mai bisogno di Giubbino, ma alla luce dello scarso raccolto dell’uva potrebbe rappresentare “l’uomo del monte” per i cultori di un buon bicchiere di vino, anche se Ridracoli ha poco da scialare.

Fiorello Paci

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