Il Ponte

Dallo Zambia a Ginevra

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“A diciassette anni, quando incominciavo a bazzicare la Comunità Papa Giovanni presso Casa Betania, nel mio paese di Coriano, ho trovato su un libro una frase che mi ha fatto pensare ed ha orientato le mie scelte successive. Diceva: Se non si vive come si pensa si finisce col pensare come si vive”.
Racconta così l’inizio della sua vocazione la dottoressa Mara Rossi, medico missionario per 20 anni in Zambia con la Comunità Papa Giovanni XXIII. Da questa prima inquietante frase di San Girolamo, Mara è andata via via maturando scelte sempre più specifiche: prima la scelta dei poveri, come scelta preferenziale di Gesù, poi la scelta di consacrare a lui tutta la vita nella verginità ed infine la decisione di mettere a frutto la sua competenza di medico a favore di quei poveri che non potevano permettersi cure e assistenze mediche.
Così nel novembre dell’88 è partita per lo Zambia, dall’altra parte dell’Africa, non senza qualche mugugno da parte della famiglia.

“La prima volta che sono andata a Casa Betania – continua il racconto – ho incontrato Marino, Guido, Sergio… Il loro sorriso mi ha talmente colpito che da quel giorno ho deciso che il sorriso dei poveri sarebbe stato il mio sorriso per tutta la vita”.
E di poveri ne ha incontrati tanti, in 20 anni di servizio alla Chiesa africana, nella diocesi di ‘Ndola. Soprattutto sieropositivi, orfani dell’Aids, poveri abbandonati a se stessi nelle desolate periferie delle grandi città, tormentati dalle febbri della malaria.
E in Africa ha ricoperto anche il ruolo di responsabile zonale della Comunità Papa Giovanni, con tre case famiglia e una ventina di membri, alcuni dei quali indigeni.

Mara dunque è stata in Africa come medico missionario. Ma come si fa o cosa vuol dire essere medico e missionario?
“Significa fondamentalmente esercitare la propria professione per amore del Signore. Ci sono medici che vivono in paesi in via di sviluppo, facendo un gran bene, ma percependo normalmente uno stipendio o dal paese d’origine o dal paese ospitante. Il medico missionario no, ma attraverso la sua professione cerca di comunicare l’amore di Dio per gli uomini. È il vangelo delle opere e della testimonianza”.

La tua vita è segnata da una serie di scelte successive e, in qualche modo, conseguenti. Come hai fatto a scegliere di diventare medico missionario?
“È sempre stato il vangelo a indicarmi la strada. Negli anni del liceo non pensavo di fare il medico e non sapevo cosa fosse la missione. Ma aprendo il vangelo a caso ho incontrato quella frase che dice: Curate i malati, sanate i lebbrosi. Ecco come ho capito che dovevo fare il medico ed anche la missionaria”.

E oggi perché sei rientrata in Italia?
“Sono in Italia, quasi di passaggio. Ripartirò infatti verso la fine di marzo per Ginevra. La Comunità mi ha chiesa di andare a Ginevra come suo rappresentante presso le Nazioni Unite, a far parte della commissione ECOSOC (Consiglio Economico Sociale dell’ONU). Questo organismo si occupa dello sviluppo e dell’assistenza tecnica e finanziaria ai paesi del cosiddetto terzo mondo, promovendo studi o relazioni su questioni economiche, sociali, culturali e sanitarie”.

Non è un po’ come passare dalla pratica alla teoria?
“Può suonare anche così. Ma oggi è estremamente importante saper portare, anche dove si elaborano teorie, una ventata di concretezza che nasce dall’esperienza”.

Una curiosità per concludere: come hai trovato l’Italia, dopo 20 anni di Africa?
“Per ora sono in una fase di osservazione. Devo dire però che in questi 20 anni sono rientrata tante volte in Italia e quindi non si tratta di un riaggancio traumatico. Vedo una società persa in se stessa, chiusa in se stessa, quasi avesse paura del diverso, del forestiero. Una società spenta, che ha assunto l’effimero dimenticando l’essenziale. Anche i giovani mi sembrano assai omologati alla mentalità corrente, schiacciati da una società opulenta e senza ideali. Sto cercando quel piccolo resto che non si conforma a questa società spenta e insensibile”.

Egidio Brigliadori

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