Il Ponte

Alzheimer, l’amore nell’abisso del dolore

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Chi, andando per Rimini, sa osservare con gli occhi del cuore, può imbattersi nel camminare trascinante di un vecchio al braccio di chi lo sostiene tenendo il suo ritmo lento. E si accorgerà che la persona che sostiene cambia nei giorni. Tra i vecchi malati di Alzheimer lui è un fortunato, perché figli e nipoti, maschi e femmine, si alternano per portare il babbo o il nonno a fare due passi, nella speranza che una boccata d’aria aiuti a far respirare anche la mente e che la vista di un passante, un luogo, un fiore, stimoli ricordi e sensazioni sopite. Figli e nipoti dal cuore grande, capaci di abbandonarsi all’empatia donando, senza fretta, sguardi sorridenti e tenere carezze. Forse senza saperlo hanno capito che nella perdurante carenza di cure mediche per questo male devastante, solo l’amore può dare un po’ di sollievo.

Lo Sportello Anziani di San Raffaele, che dal 2007 si occupa di famiglie con malati di Alzheimer, ha pensato di chiamare don Luigi Verdi per un aiuto a entrare nell’abisso di dolore che colpisce la persona malata strappandole identità, consapevolezza e lasciando spesso i familiari incapaci di muoversi.

Conta solo l’amore…
“All’uomo non servono accumuli di parole – dice don Luigi – gli basta un pezzo di pane, un po’ d’affetto e un luogo dove sentirsi a casa, dove qualcuno ti ascolta, ti abbraccia, ti bacia. Nessuno potrà spiegarti o toglierti il dolore, la morte, le piaghe della cattiveria umana. Conta solo l’amore fatto di gesti concreti e sincerità”.

Quando è vero, l’amore?
“Occorre la consapevolezza di essere deboli e limitati. L’umile sa imparare dalla vita e da chiunque finché campa. C’è chi parte bene così, ma presto (anche preti) si cambia, si pensa di aver capito tutto, si diventa arroganti… Si nascondono o si negano le proprie debolezze. Gesù è la pietra scartata. Per crescere bisogna accettare di essere deboli e sconfitti. Se ci si scopre aspri e brontoloni, l’amore non funziona, perché l’amore è umile e dolce. Il massimo dell’amore non è la generosità, ma la capacità di relazionarsi in modo delicato e rispettoso”.

Chi può ispirare questo cammino?
“Gesù. Lui sa che non ci si innamora delle idee. Quando incontra le persone non predica né fa la morale. Compie gesti che lo mettono in relazione. Alla Samaritana chiede un po’ d’acqua; parla dei «mariti» per condividere il suo stato di incertezza, forse di dolore; le spiega che i veri adoratori non hanno bisogno di luoghi sacri. Zaccheo vuole mettere ordine nella vita, ma Gesù non glielo chiede, gli dice solo: vengo a mangiare da te. Né rimprovera i discepoli di Emmaus per non averlo riconosciuto; finge di andare oltre perché siano loro a chiedergli di restare”.

Questo non è semplice, quando si è oppressi dal dolore, dalla perdita, dalla morte…
“È inutile cercare un senso al dolore. Il dolore c’è, bisogna abitarlo, in silenzio, continuando a vivere. Si dice che il dolore fa crescere. Non fa crescere se non c’è amore. L’amore massimo è star lì senza poter fare nulla. Il dolore non va alimentato, va abitato, guardato in faccia, condiviso”.

Per concludere?
“Un augurio. Vivere nella gioia. Oggi si cerca e si augura felicità, che per esserci ha bisogno di oggetti, di condizioni esterne, e viene meno con quelle. La gioia è la perfetta letizia di Francesco, quando i suoi frati non lo riconoscono e lo lasciano al freddo. Ecco la frase del Mahatma Gandhi che guida l’incontro: La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia. E un invito. Praticare la tenerezza. Chi muore è solo, ma tu puoi tenergli la mano, offrirgli una goccia d’acqua, fargli una carezza. A chi vive, serve la stessa cosa”.

Una carezza di nardo purissimo
L’incontro, svolto in chiesa per scelta pratica, è stato di fatto tempo di contemplazione, concluso col gesto di Maria di Magdala «sei giorni prima della Pasqua» (Gv 12,1-8). Due operatrici dello Sportello, bagnando la mano in un vasetto di nardo, hanno lasciato una carezza sul volto dei presenti che in fila salivano verso l’altare.
“Mi sveglio alle 6,30 – scrive la mattina dopo una di loro – e sento ancora la sensazione di serenità, gioia, anche euforia e il profumo dell’olio che don Luigi ha portato da Gerusalemme per noi. I video, la musica, le parole sono penetrati in me con intensità: amare, perdonare, essere capaci di prenderci cura l’uno dell’altro, anche in famiglia. Mi pesa troppo il vissuto quotidiano. Siamo facilmente guidati dall’invidia e dalla voglia di essere più degli altri. Ho distribuito carezze a persone che conoscevo, altre non le avevo mai viste. Qualcuno ha ricambiato, tutti erano partecipi e sorridenti. E io, molto timida, mi sono sentita a mio agio. Ogni persona sembrava che mi appartenesse, come un figlio, un fratello, una mamma. Non ringrazierò abbastanza di questo dono che la vita ha voluto farmi”.
Eravamo 150, eppure troppi mancavano. Erano i familiari dei nostri malati, impegnati a stare accanto a loro mentre noi ci consolavamo con parole e gesti emozionanti. C’è ancora tanto da inventare per donare un po’ di pace e una carezza a tutti.

Lino Tonti

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