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Vertice drammatico verdiano

Al centro il basso Ramaz Chikviladze (Filippo II) - Ph Riccardo Gallini

della

Per la stagione lirica al Galli di Rimini Don Carlo il capolavoro di Verdi tratto da Schiller in coproduzione con altri teatri regionali 

RIMINI, 24 novembre 2023 – Si possono preferire altre opere di Verdi, ma Don Carlo rappresenta il vertice massimo della sua arte. Il duetto tra Filippo II e il Marchese di Posa che chiude il primo atto (almeno nella versione in quattro atti, come quella proposta a Rimini) è forse la pagina più potente mai scritta da Verdi: summa di un’insuperabile capacità di delineare diverse visioni della politica e scavare nella psicologia di personaggi appartenenti a generazioni diverse.
Per il compositore non si trattò certo di un parto facile e l’opera ebbe più stesure. Nato nel 1867 come grand-opéra per il pubblico di Parigi con il titolo di Don Carlos – libretto, tratto da Schiller, in francese e suddivisione in cinque atti – fu trasformato per la Scala nel 1884, passando ovviamente alla lingua italiana e sopprimendo l’intero primo atto, anche se l’eliminazione comportava qualche difficoltà nel comprendere gli antefatti.

Il baritono Hae Kang (Rodrigo, marchese di Posa) e il tenore Paolo Lardizzone (don Carlo) – Ph Riccardo Gallini

Le parti strumentali denotano ormai la sapienza da grandissimo orchestratore di Verdi: va dato atto alla bacchetta dello spagnolo Jordi Bernàcer e, ancor più, agli strumentisti della Toscanini – lodevoli i singoli interventi solistici – di aver saputo ben valorizzare la ricchezza timbrica, scandendo in modo nitido i temi, meno forse la dinamica, con volumi sonori apparsi talvolta un po’ eccessivi e tali da coprire le voci. Ma il genio teatrale di Verdi si manifesta ancora una volta soprattutto nel canto, che dovrebbe però essere affidato a veri interpreti.
Il cast di Rimini era formato dalle “riserve” di quello andato in scena prima a Modena, Piacenza e Reggio Emilia – si tratta di una coproduzione con questi teatri regionali – e più volte si è avuta l’impressione, soprattutto nei brani d’insieme, di una certa mancanza di rodaggio, evidente in alcune incertezze ritmiche.
Del protagonista, il tenore Paolo Lardizzone, si può apprezzare soprattutto lo slancio eroico, anche se non è stato sufficiente a compensare qualche problema di appiombo e intonazione. Il basso georgiano Ramaz Chikviladze non ha il piglio del sovrano autoritario: disegna un anziano Filippo II, rassegnato alla propria solitudine, dando il meglio in una pagina più intima e malinconica come Ella giammai m’amò. La sorpresa della serata è venuta però dal ventinovenne baritono coreano Hae Kang – recente vincitore del Concorso Voci Verdiane di Busseto – che, oltre all’ottima padronanza della lingua italiana, ha dimostrato grande compenetrazione nel ruolo di Rodrigo marchese di Posa, personaggio che del Don Carlo è il vero centro gravitazionale. È invece una certezza ormai acclarata il soprano Maria Teresa Leva che – sempre morbida nell’emissione, suadente nei passaggi lirici e sicura in alto – ha saputo comunicare tutta la suprema dignità e la sofferenza di Elisabetta. Non altrettanto si può dire per l’israeliana Shay Bloch: la sua Eboli aggredisce di forza le colorature della Canzone del velo, evidenziando un timbro che in acuto diventa metallico. Il basso serbo Strahinja Djokic interpreta un sinistro Inquisitore caratterizzato da un vibrato fin troppo invasivo. Corretto, sebbene sottodimensionato timbricamente, il Frate (in realtà il fantasma del defunto imperatore Carlo V) di Andrea Pellegrini, mentre Michela Antenucci, convincente nelle vesti del paggio Tebaldo, si è rivelata un po’ flebile nei trilli siderali della Voce dal cielo.

La regia di Joseph Franconi-Lee era del tutto tradizionale, anche grazie alle scene dipinte – che offrono talvolta un bel colpo d’occhio – di Alessandro Ciammarughi, autore pure dei costumi cinquecenteschi. Nonostante la leggibilità, però, lo spettacolo è apparso oltremodo statico, nonché poco attento a governare i movimenti dei solisti e del coro (il Lirico di Modena, con più di un problema negli attacchi). Poco risolto il finale, forse il più fulminante dell’intero catalogo verdiano: il Frate trascina il protagonista nell’avello di Carlo V, sottraendolo alla crudeltà della Storia e alla malvagità degli uomini, ma qui Don Carlo sembra quasi scomparire circondato dalla folla.

Giulia  Vannoni