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Una Cenerentola senza spine

Il sestetto del "Nodo avviluppato" - Ph Massimiliano Donati

In scena al Teatro Galli di Rimini il comicissimo capolavoro rossiniano in una produzione dell’Orchestra Senzaspine 

RIMINI, 3 maggio 2024 – Quasi tre ore che procedono a ritmo scoppiettante e senza un attimo di stanchezza, per merito dell’incredibile inventiva musicale di Rossini. La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo è un capolavoro assoluto che prende le mosse con grande libertà dalla fiaba di Perrault, dove la morale della favola – precisata in modo inequivocabile nel sottotitolo – entra felicemente in dialogo con gli intenti sarcastici del libretto di Jacopo Ferretti, lasciando zampillare il realistico disincanto di una commedia che irride i difetti dell’epoca (fu musicata nel 1817, in sole tre settimane), e vale ancora per quelli di oggi.

Il mezzosoprano Marzia Marzo (Cenerentola) – Ph Massimiliano Donati

I giovani componenti dell’Orchestra Senzaspine hanno accettato in modo quasi temerario il confronto con questo ‘melodramma giocoso’: titolo emblematico di tante esecuzioni leggendarie da quando è cominciata la Rossini-renaissance. Così, dopo il debutto bolognese di una settimana fa, il loro spettacolo è approdato a Rimini, dove peraltro Cenerentola era stata scelta proprio per la riapertura del Teatro Galli nell’ottobre del 2018 – dopo i settantacinque anni di chiusura – affidandola, nell’occasione, a un’acclamata diva come Cecilia Bartoli.

L’esperimento si può comunque considerare riuscito, perché dopo un’ouverture un po’ tentennante (Rossini per gli esecutori è irto d’insidie) gli strumentisti hanno avuto uno scatto d’orgoglio, acquisendo una sempre maggior scioltezza esecutiva. Quanto ai cantanti – considerando le difficoltà di cui è disseminata una partitura che richiede interpreti non solo ben saldi tecnicamente, ma pure di grande carisma scenico – costituivano un insieme abbastanza omogeneo e affiatato. Infine lo spettacolo, a cura del regista Giovanni Dispenza, è piacevole, divertente e soprattutto rispettoso della musica. Si avvale d’un impianto scenico in massima parte virtuale firmato da Francesca Lelli, con pochi elementi che vengono collocati a vista dai componenti del coro. Sul fondale scorrono invece immagini, realizzate dal video maker Daniele Poli: rappresentano le pagine di un antico volume dalle tonalità seppiate, che si sfogliano una dopo l’altra e dove è possibile leggere le parole cantate dai personaggi. Una soluzione non solo suggestiva, ma che permette di fare a meno dei sopratitoli. La nota di colore viene invece dagli spiritosi costumi di Monica Mulazzani. Qualche trovata scenica enfatizza i momenti più significativi e su tutte spicca quella durante il sestetto del Nodo avviluppato, dove i personaggi – agganciati a dei fili – si aggrovigliano fra loro.

Il mezzosoprano Marzia Marzo è una credibile protagonista e, nonostante i limiti di una voce poco risonante, ha mostrato un apprezzabile controllo delle colorature. Accanto a lei, Chengrui Li, come Don Ramiro, ha esibito un certo slancio tenorile e bel timbro in acuto. Spiritoso e disinvolto Alfonso Michele Ciulla, a proprio agio nell’impervia scrittura di Dandini, il cameriere travestito da principe. Matteo Mazzoli nel ruolo di Don Magnifico, il patrigno di Cenerentola (Rossini e Ferretti tramutano la matrigna in un personaggio maschile), ha affrontato l’esilarante sillabato del ‘buffo parlante’, falsetti compresi, confidando più sulla disinvoltura scenica che su un autentico istrionismo vocale. Vestito come il genio della lampada, Alberto Bianchi Lanzoni aveva gli accenti giusti per il benefico Alidoro. Sempre precise musicalmente e spiritosissime in scena le due sorellastre Clorinda e Tisbe, interpretate dal soprano Francesca Pusceddu e dal mezzosoprano Caterina Dellaere. Completava il cast il coro Colsper – solo maschile nella Cenerentola – preparato da Andrea Bianchi.

Sul podio dell’Orchestra Senzaspine, il giovane Tommaso Ussardi – pur effettuando scelte dei tempi non sempre condivisibili, a cominciare dai ‘crescendo’ talvolta disinnescati – è riuscito a governare egregiamente i suoi strumentisti, facendo trionfare, come suggerisce il sottotitolo, la bontà. Quella musicale, in primo luogo.

Giulia  Vannoni